41.

Sono trascorsi giorni, si sono susseguite notti. Sempre in coma vigile o tutt’al più in dormiveglia.

Sono passata di qui diverse volte, a leggere di me e di voi, ma non ho mai avuto la forza e la voglia di scrivere. Chiedo venia per non aver risposto a messaggi e commenti, ma a tratti il dolore è stato troppo forte e sono tuttora concentrata nel tentativo di sopravvivere.

Per carità, la scelta è stata mia ed è giusto che ne assuma la responsabilità. Ma ora più che mai, mi rendo conto di cosa significhi affrontare il peso delle proprie azioni e cercare di cambiare in meglio, rimanendo tutta d’un pezzo. Evidentemente questo è quel che vuol dire crescere e so che sarà ancora lunga e soprattutto dura, ma se servirà a trovare me stessa e i miei equilibri, allora ben venga.

Per ora la sola certezza è quella di aver imboccato la giusta direzione e non voler tornare indietro, ma momenti e stati d’animo si alternano come fossi su un’altalena, e mai come in questo istante vorrei semplicemente poter rallentare e scendere. Non faccio che oscillare tra attimi di felicità estrema ed altri di totale tristezza. Nel mezzo, unica ed incolmabile, la sensazione di ritrovarmi senza appigli in terra di nessuno. 

Spesso penso a come sarà il futuro, a quale sarà la mia strada e spero con tutta me stessa che la libertà sia diversa… Di serata in serata, una carrozza dopo l’altra, come una piccola cenerentola, non faccio che lasciare le mie scarpette ovunque. Ma cosa resta di tante notti fiabesche e follie da capogiro? Gli avanzi di una cena, lenzuola disfatte, treni che partono e vuoti silenzi.

L’intensità dell’istante svanisce lasciando fra le mani poco più che ricordi sbiaditi. Il sipario scende, gli applausi s’interrompono e sul pavimento dell’anima zucche in frantumi, come unico resto di tanti fasti e del trucco di scena.

Le luci si spengono, la giostra si ferma. Ed io che, un tiro di vuoto dietro l’altro, resto, incolmabile, in attesa del prossimo giro.

 

 

10 gennaio 2009

Un altro giorno in terra di nessuno, seduta in una sala d’attesa nel non luogo per eccellenza. Sospesa in transito tra un mondo e mille altri, dissolta nell’istante immobile che separa l’atterraggio da un nuovo decollo. Passaporto pronto per le infinite mete del divenire, ma ancora troppo disorientata nel profondo, apolide nel corpo e nello spirito.

Preferirei quasi rimandare, rimanere ancora in volo. Vorrei continuare a star via, uno scalo dietro l’altro, osservare curiosa di che colore siano le strade del mondo e rifugiarmi nei racconti degli altri viandanti. Ma non è chiedendo asilo nelle vite altrui, che troverò il sentiero che porta a casa. Qualcuno m’insegna che il vero viaggio è avere anche un luogo in cui tornare, ed è giunto per me il momento di ricostruirne uno da zero.

Nelle scorse settimane il malessere era diventato tale, che sono fuggita dall’altra parte del mondo per non lasciarmi sopraffare dal delirio. Nel mio amato Oriente ho ritrovato dopo tanto la pace. Appena scesa dall’aereo ho smesso di pensare e ho ripreso a respirare, battere, vivere. I giorni sono passati così lenti e densi, che mi sembra d’esser stata via una vita. Lontana dalle solite frenesie, dai conti alla rovescia verso fugaci mete sterili. Sola con me stessa, in completa e dolce balia del mondo.

Ed ora che sono sul volo di ritorno, mi ritrovo quasi in preda al panico. I pensieri riprendono a girare in circolo, il respiro si fa pesante e il sonno torna a mancare. Ho paura di tornare ad essere vittima della solita follia, belva isterica fra le sbarre del nervosismo quotidiano.

Davanti agli occhi mi si prospetta un intero anno da affrontare e ho già provato sulla pelle quanto ciò sarà difficile. Al solo pensiero mi vien male. La mia non vita, l’assenza di quotidianità e di aria di casa, mi fan paura, ma lo devo fare. Troppi pensieri nella testa, ma nel cuore vuoto e niente. Devo trovare il coraggio di afferrarmi con due mani, di scuotermi e ripartire. Il terrore mi congela, ma lo devo affrontare.

Respiro a fondo con fatica e mi ripeto, poco convinta, che andrà tutto bene. Che è solo questione di tempo, che devo perdonarmi e riprendere ad amare me stessa e il mondo. Che prima o poi mi sveglierò dal torpore, che dopo il buio arriva sempre la luce. Respiro e penso che infondo tutto questo dolore sia anche normale. Respiro e ho paura, ma cerco di non tremare.

Così, oggi torno indietro. Più per costrizione, lo ammetto. Prenderò in mano secchio e cazzuola e comincerò dalle fondamenta. Un mattone dopo l’altro, mi sporcherò la pelle di fango, ma impasterò insieme gli odori ed i sapori d’Oriente e ne farò cemento. Ci metterò tutta la calma del mondo, sarà un lavoro lento, ma lo farò con amore e cura estremi. E colorerò poi le pareti d’arcobaleno, toglierò dagli angoli la polvere e spalancherò ogni finestra, perché entrino sempre aria a luce.

Oggi è per me un nuovo giorno, la prima pagina di un grande capitolo, e la sola cosa che so fare è balbettare confusa con orrore. Che il sorriso delle persone care mi dia la forza e mi guidi per mano verso un nuovo splendore. Che presto ogni cosa torni ad essere illuminata e che il mio atavico amore per la vita riprenda a girare caldo in circolo.

10 gennaio 2009, giorno zero. Auguro di cuore un buon anno a tutti.

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36. Imprevisti di viaggio

Ci sono cose che capitano quando meno te le aspetti. Ci sono situazioni che ti travolgono quando meno lo vorresti. Persone che incrociano il tuo cammino nel momento meno opportuno. Alle volte la cosa può irritare; altre, invece, può rivelarsi inaspettatamente piacevole. E in casi come questo, la cosa di cui più mi rammarico, è l’emergere del mio lato oscuro. Di quella parte di me che può restarsene assopita per eternità intere, ma che poi, riaffiorando, sa mostrarsi diabolica, corrotta e senza ritegno.

Forse però definirla così non è del tutto preciso, dipende dai punti di vista. E dal mio in realtà la cosa non fa poi molte pieghe: non a caso il mio motto è "sii sempre fedele a te stessa". Cioè a me stessa, e nessun altro.

 

Come scrivevo nella sinfonia del giorno, oggi sono partita per dirigermi a sud ovest. Luci e bagliori sembravano infrangere il cielo in quella direzione, ed io ho preso un treno al volo per cercare di trovare la via d’uscita all’ennesimo periodo buio.

Gli scompartimenti si riempiono fin dalla partenza, l’odore forte e fastidioso è il solito e nel corridoio c’è un cane che non la smette di guaire. Io però mi sento ben disposta e ho voglia di non curarmene: so che questo viaggio mi farà bene e l’arrivo è quello che conta.

Tempo una fermata e già annunciano il ritardo. Le ferrovie non si smentiscono mai, ma oggi non me ne curo.

La tipa davanti m’impedisce di allungare le gambe e continua a fissarmi con fare ebete, ma oggi, dai, non me ne curo.

Il via vai nel corridoio è intenso, la gente, non si sa perché, al telefono grida, non c’è molta pace, ma io metto su i Radiohead e non me ne curo.

Ad un certo punto degli schiamazzi alquanto fastidiosi iniziano a sopraffare persino la musica. Ragazzi dall’accento partenopeo mantengono alta la reputazione animosa del popolo campano, ed io all’improvviso realizzo d’essere sull’altro versante, di star viaggiando sulla costa opposta alla solita, e la cosa mi fa strano. In ogni caso, non sono mai stata un’amante dei dialoghi ad un livello acustico medio sopra il normale, ma comunque ho deciso che oggi non mi lascerò infastidire e non me ne curo.

E intanto il treno va. Passeggeri salgono, passeggeri scendono. Ho un po’ freddo, la tipa davanti mi ha provocato mal di schiena e mi duole anche un po’ la testa. Ma va bene, non me ne curo.

Il ritardo cresce sempre di più e perdo la cognizione del tempo. Ad un certo punto le voci partenopee si avvicinano e mi chiedono se sia libero. Io annuisco e mi chiedo perché i loro posti precedenti non andassero più bene. Il loro atteggiamento sornione mi insospettisce… Possibile che una con un vestitino attillato ed un paio di stivali non possa affacciarsi sul corridoio, che gli sfacciati di turno debbano subito appropinquarsi? Ma non fa niente, che apprezzino pure, in questo momento non me ne curo.

Poi fra loro noto un ragazzo in particolare. Molto alto, fisico statuario, viso e capelli splendidi. Ma non me ne curo.

Quel giubbottino di pelle però è carino! Fa molto biker ed io impazzisco per le moto. Ma va bè, dai, non me ne curo.

Certo che però, trovarne uno così figo che non cada nel fighetto non è semplice. Quella magliettina, quei pantaloni, le scarpe, gli occhiali da sole… Quella è classe! …"Ma tu Lo’ hai detto che non te ne curi, no?!" …Ancor più che Lui è lì che fa gli affari suoi… Come sempre, i provoloni sono quelli che non guarderesti nemmeno.

Dunque s’inizia con le chiacchiere di circostanza. Chiacchiere sfacciate, del tipo: "ma che ti frega dove scendo io! I fatti tuoi, no?!". Io però non me ne curo. E neanche Lui più di tanto.

Ad un certo punto tossisce e chiede all’amico di chiudere la porta. Io continuo a curarmi il minimo indispensabile delle futilità degli altri due e rispondo a meno domande possibili, lasciando l’onere agli altri passeggieri. Poi pian piano prende parte alla conversazione anche Lui. Io resto sempre schiva, ma non posso far a meno di buttargli gli occhi addosso di tanto in tanto.

Guarda te che tipo! Un incrocio tra Hugh Jackman e Chris O’Donnell… Notevole, davvero notevole.

Rivolge anche a me qualche domanda, ma rimaniamo sempre in atteggiamento di noncuranza.

Gli guardo le mani. Grandi. Le immagino sul mio viso e penso a come lo coprirebbero tutto.

Poi gli giro intorno con lo sguardo, continuo a non curarmene, ma Dio se è bello! Il corpo massiccio, esattamente come piace a me. Massiccio nell’ossatura, senza essere grasso né eccessivamente muscoloso. Semplicemente tanto, divinamente ingombrante, ma fatto splendidamente. Uno spettacolo.

L’incuranza inizia a farsi pura apparenza. Lui mi parla, mi guarda, ed è gentile. Imponente, ingombrante, ma magnificamente lieve e gentile. Io gli rispondo, bilancio la mimica, controllo lo slancio, ma la noncuranza si scioglie pian piano. E con la mia la sua.

Cos’è, è la porta chiusa che ha reso l’aria più calda? O sono gli ormoni che volano in circolo e hanno saturato l’ambiente?

Si fa più vicino, ma sarebbe meglio evitasse. Io lo ascolto, gli parlo, ma in realtà non posso staccargli gli occhi di dosso. Il pensiero corre veloce, senza freni e vergogna. Come fai a non pensare a quel che coprono i vestiti difronte ad un corpo così?

La noncuranza nel frattempo è andata a farsi fottere. Volano battute fra i tre e all’improvviso capisco che i due erano l’esca, io il pesce, Lui il pescatore. Come mi piacerebbe abboccare all’amo! Priva di ogni cura, penso a come sia dimenarsi su un corpo del genere… Dio, per favore, aprite quella porta e fate entrare aria sana!

Passiamo le ore che restano a raccontarci un po’ delle nostre vite. In modo semplice e superficiale. La realtà è che la sua presenza mi ha fatto perdere la ragione. La realtà è che sono bellissima, dice lui. Ma sempre con tutta la gentilezza e tenerezza del mondo.

Ad un certo punto mi chiede perché ho scelto di vivere dove vivo. Io biascico, ci giro intorno… "Lo studio, il lavoro"… E solo per ultimo, quasi contro voglia, tiro fuori V, il vero motivo.

A questo punto scatta l’allarme. Mi rendo conto che la sua presenza mi abbia presa in modo tale, che se mi facesse un cenno in direzione del bagno, questioni igieniche a parte, lo seguirei.

E cosa vogliamo dire di quella labbra? Se ci salutassimo con un bacio?

In tutto questo continuo a ripetermi che le occasioni, l’importante e non lasciarle creare… Che sono innamorata, fidanzata. Che sono cresciuta e sono una donna per bene.

Ma l’incuranza è ufficialmente deceduta e sopraggiunge trionfante il delirio. Maledetti ormoni!

La stazione d’arrivo si avvicina. Coincidenza scendiamo entrambi. Lui si offre per un passaggio… Mai come oggi ho detestato chi è venuto a prendermi!

Alla fine si congeda con gentilezza… "Dio mio, se sei bello!", penso io.

"Riparti anche tu domenica? Magari ci si rincontra… Ora scappo, bellissima, è stato un piacere!"

E mi lascia lì, con la valigia, un fischio assordante nelle orecchie, ed un orario. Maledetto!

E ora che faccio? Domenica prendo anch’io il treno delle 16:55?