54. Persa nel mondo

Mi guardo intorno per strada, muovendomi tra gli sguardi. Cammino su scie di vita, ne annuso gli odori, le catturo in immagini e tesso favole in cui annaspare.

Eppure, prima o poi, torno a pensare che il vero abbraccio sia uno solo.

Mi perdo per le vie, girovago senza meta. Assaporo il viaggio. Fuori da ogni logica, lontana da qualsiasi geometria.

Ma una vocina insinua che sia quello l’incastro perfetto.

E lieve sopravvive la speranza, alimentata dalla convinzione. Che prima o poi ogni cosa riprenda una forma, che le abitudini ritrovino un posto.

L’amore sa esser vincolo. Anche una volta sciolto l’ultimo legame.

E vorrei trovare le giuste parole per spiegare. Annodarle con un fiocco e fartene dono. Ma non si possono promettere regali che forse non si sarà mai in grado di dare.

Per ora continuerò a perdermi nel mondo. Così tanta bellezza intorno, fin troppa vita dentro, che a volte la sola reazione possibile è il pianto. Di gioia, commozione, gratitudine.

Vorrei solo trovar le risposte, la giusta soluzione ai miei paradossi.

Forse la perfezione non esiste.

Esistono mille abbracci, infiniti incastri e altrettanti racconti.

51. Insubordinazione ormonale

Se la notte prima di dormire mi rigiro sospirando fra le lenzuola, ci sarà un perché. Se ultimamente il mio ventre pulsa ed il mio "basso" radar è acceso, ci sarà una spiegazione. Se in giro, più che camminare, sfarfallo; se io (che di solito tiro dritto in occhiali da sole) per strada pianto radiograficamente gli occhi in quelli dei passanti di sesso maschile, ci sarà una ragione. Se in pausa caffè sono più prodiga di sorrisi e meglio disposta a due chiacchiere ulteriori, se passeggiando con le amiche rido più sguaiata di una tredicenne, se…

Se oggi in conferenza, anziché seguire l’interessante discorso del relatore, ero persa nei miei cazzi (e che cazzi!), ci sarà uno stracazzo di motivo (perdonatemi la ridondanza).

Eppure, pare che se non esponga un cartello, le persone intorno non capiscano. O meglio, tutte meno che i possibili interessati.

Cosa succede? Succede che vengo fuori da anni di austerity, di performance nel letto di basso profilo. Succede che prima dovevo esser fedele ed ora sono pericolosamente ed euforicamente sfidanzata.

Succede che il solo bello (im)possibile trovato per strada negli ultimi mesi, mi abbia piacevolmente sollazzata in una camera d’albergo e poi lasciata a metà. O quasi.

Succede che è troppo che non batto e il chiodo sta diventando fisso.

Mai come in questo momento vorrei gettarmi nel letto del primo uomo aitante incontrato per strada. E invece…

Invece, c’è quello che si perde troppo nelle moine, l’altro che potrebbe andare, mai poi si rivela peggio di un adolescente imbranato. Per non parlare di quello che si perde e basta.

Cosa devo fare, scrivermelo a caratteri cubitali in fronte o sulle tette che madre natura non mi ha donato? Vo-glio-sco-pa-re ! ! !

Non chiedo molto. Basta rientrare nei miei gusti, neanche troppo difficili (in questo momento poi meno del solito, visto lo stato di necessità). Nessun impegno, pochi preamboli (ma i preliminari, quelli sì). Toglietevi dalla testa anelli di fidanzamento (ne ho avuti un paio e ora non so più che farmene), tira e molla, vacanze coi vostri nella casa al mare (a meno che non siano per fornicare tutto il tempo nella stanza accanto). E, soprattutto, zero domande. Mi avete scocciato con le richieste di permesso: agite e basta!

Sono qui, non vedete? Voglio semplicemente essere ribaltata come un calzino. Avete il mio beneplacito per far di me ciò che volete. Il permesso per sedurmi e poi abbandonarmi il giorno dopo sotto le lenzuola. Non pretendo neanche la colazione a letto, quella me la godo di più da sola.

Dove sono finiti gli uomini, quelli veri? E’ giunta l’ora di tirar fuori le palle, miei cari. E non solo in senso lato.

 

Perdonatemi termini e toni, ma diversamente non renderebbero e l’ormone insubordinato in questo momento non perdona.

[E fu così che anche la Lolla decise di censurare il suo blog, causa contenuti palesemente espliciti.]

50. Sliding doors

Di nuovo sveglia all’alba. Anche oggi il lavoro chiama prima del solito.

Il sonno si fa sentire più di ieri e me ne sto seduta a fissare il vuoto, tra un vagone e l’altro del dormiveglia.

E’ sempre lì, davanti alle porte che scorrono, che si scatenano molteplici scene di vita. Vissute, presenti o future, effettivamente reali o discutibilmente possibili. E al loro termine un punto interrogativo.

Dopo tanto ripercorro i binari che mi portavano verso te. Le porte scivolano e i destini si accalcano. Per un istante perdo il conto dei battiti, gli occhi frugano veloci, tentando di distinguere tra le sagome sulla piattaforma. Mille cappelli, colorati ombrelli, borse, occhiaie, smorfie, sorrisi. Ti riconoscerei anche in capo al mondo, uno su un milione.

 

Dove sarai ora?

 

Le sirene suonano, i vetri scivolano, e centinaia di destini riprendono a scorrere paralleli. Chissà in che direzione starai andando, a cosa starai pensando? Compagni e complici di sempre, ora nuovi sconosciuti.

 

L’ennesima proiezione di vita. In un unico istante, passato, presente e futuro, senza punto di domanda. Come unico e inaspettato titolo di coda, una lacrima. E’ la nostalgia che riaffiora, il bene che sgorga. E’ una fitta lieve in pieno cuore, l’amore che lambisce l’eternità e torna indietro, lasciando un istantaneo e dolce dolore. La consapevolezza che, nonostante si sia giunti all’epilogo, non cambierei e non rimpiango niente.

 

Poi ripenso ai gabbiani di ieri, alle strade di ringhiera, di Siviglia o Copenaghen. Non saremo mai davvero lontani noi. E sorrido.

49. Somewhere over the rainbow

Questa mattina sveglia all’alba. Il lavoro chiamava fuori dal letto più presto del solito.

Colazione al volo in un bar lungo la strada, in un posto che inspiegabilmente sapeva di sale e di mare.

C’è un punto preciso, tra l’Alzaia e la Darsena, in cui il cielo sembra sempre più vasto. Il sole risplende in un bagliore assordante e mi riporta a te. Noi due per mano fra le vie del centro. Di questa città, Siviglia, o Copenaghen.

Dolci gabbiani solcano il cielo e tornano all’improvviso i pomeriggi di sabbia e sole, il profumo di crema, l’abbraccio tenero degli occhi di mia madre.

Ogni volta che passo di qua è come rientrare fra le nostre mura di casa. Il respiro si calma, il cuore si posa, il pensiero sorride.

Sono giorni che non ti vedo, ma se l’azzurro di ringhiera è striato dai gabbiani, anche tu non potrai mai essere tanto lontano.

46.

In questo momento, come mille altri, sento forte l’istinto e il desiderio di prendere il telefono e chiamarti. Per dirti cosa poi? Per raccontarti la vita trascorsa in questi giorni, o magari per rimanere un po’ in silenzio. Sono sicura che in entrambi casi mi capiresti fino all’ultimo pensiero.

Ma poi mi ripeto che non devo, che è meglio evitare. Perché in certi casi devi scegliere d’esserci o sparire.

Così mollo il telefono e torno a riempirmi di domande da sola.

Dove sarai? Cosa farai? Ma, soprattutto, cosa penserai di questa assenza? Mi avrai capita al volo come sempre?

E’ che sentirti o vederti è come ricominciare da capo. Ed io non ce la faccio più a raccogliere i resti ogni volta.

 

Oggi è finalmente tornato un po’ di sole. Il mercatino dell’ultima domenica del mese, io, tua sorella e ore infinite a parlare.

Come spiegare che ogni giorno in cui mi manchi è un po’ come morire? E che se solo mi sento appena meglio, realizzare che davvero ci possa essere un domani senza te, è come smettere d’esistere? Ma lei ha incredibilmente capito al volo e ha tirato fuori l’esempio dei suoi bambini.

Ce ne sono alcuni che vanno per un anno intero e passano il tempo a bordo vasca, senza volerne sapere d’entrare. Poi un giorno accade l’inspiegabile: senza che nessuno dica niente, all’improvviso si tuffano per non venir più fuori dall’acqua.

In parole povere: quel che deve accadere, accadrà. Mai forzare. Dunque, anch’io farò la stessa cosa: lascerò che le cose si compiano senza forzare.

 

E’ solo che forse inizio a stare un pochino meglio. E realizzare che ci possa essere un futuro senza te è esattamente come smettere d’esistere.