102. Addii

Ho coltivato rabbia, ma dal cielo ho imparato che non serve mai a niente. Ho seminato attese senza averne un ritorno, perché la strada si fa con l’incedere, talvolta lento, e non con gli indugi. Restare ferma non può portare mai altrove, a quello che cerchi, per cui a un certo punto bisogna mollare gli ormeggi e riprendere il mare, tornare a salpare senza meta e zavorre.

Ho atteso in silenzio che il buio spiovesse, ma le ossa s’intridono e ho cominciato a tremare. Lo senti anche tu questo freddo? Mentre non è tempo, non è più stagione. Giugno sta per finire portandosi dietro tante promesse. Restano immagini di cui non sai più che fare, in mezzo a parole, biglietti d’andata e ritorni senza più cuore. Restano pagine che nonostante tutto profumano, perché certi odori non saprai mai svestirli. Restano lividi che vorresti avere ancora, ma che si sono dissolti ed è solo pelle.

Ho bisogno di non gridare oltre allo specchio se quello che mostra di me non mi piace. Ho bisogno di mettere in stiva tutte le scelte, solo le mie, perché è il loro peso che so sostenere. Mentre ho bisogno di lasciare il resto sul molo, ciò che non mi appartiene, perché le scommesse non contano e fanno troppo volume.

Vorrei solo sapessi che non c’è rabbia, non fino in fondo. Vorrei dirti quanto mi spiace, ma non credo che il vento ora possa ascoltare, quindi lo affido ai barlumi celesti sperando siano loro a portarlo. Forse era questa la vera partenza ed era qui che dovevo arrivare. Potevo farlo in maniera diversa, ma non ho più intenzione di chiedermelo. Un semplice prendere atto traslato in là con le dita, lungo rotte fatte di ascisse e convergenze gravitazionali. Vorrei ancora un mare di cose, ma alla fine quello che conta è il bacio con cui mi congedo e che non c’è mai stato. Di cui non è mia la colpa, o forse sì, perché in questo universo di falsi preterintezionali non riesco più a dirlo.

So solo che non c’è più tempo, perché si muore un poco ogni giorno per volta. E sento in fondo alle gambe che ho bisogno di spazio senza voltarmi a guardare. Tutto il resto si volterà ancora, ma la voce proverà a cantare più forte. Sii felice, perché adesso non sai quanto altro mare.

97. Salpare

Ti è mai successo nella vita di stare in qualcosa che poi, tuo sommo malgrado, hai deciso di smettere? Ti è mai capitato di svegliarti un mattino e sentire che ogni parte di te grida che non c’è soluzione e implora veemenza? Esistono cose che non sai mettere via e nemmeno puoi cingere, che ti dividono in due e ti solcheranno negli anni. Almeno finché non saprai raccontarle.

A fregarmi, in questi giorni, è la neutralità dei colori. Voglio dire, il fatto che né il bianco né il nero prevalgano. È tutto semplicemente chiaro, vergognosamente limpido. Di quelle epifanie trasparenti che non fanno nemmeno rumore. E dimmelo un po’ come posso tacere, con un nome che, tra le varie cose, ha a che fare col vero. So che vorrò scoccarlo questo dardo, non c’è niente da fare. Lo sento da dentro, è questione di tempo.

Una cosa che amo di me, una delle poche, è che sono decisa. Impiego lentezza ad arrivare alla scelta, ma quando l’afferro non c’è appiglio che regga. Persino mia madre lo dice, nelle sue sporadiche lodi. Dice che non avrà mai paura per me, perché so quello che voglio. E non ho paura di prendermelo.

Ieri c’è stato un momento in cui il parquet si è mischiato alle travi. Quel tuo istante di luce negli occhi, il tempo sospeso tra un sospiro e il terrore di essere letta attraverso. Ho sperato più forte, ho imprecato altrettanto. La fine e l’inizio in un solo secondo. Dopodiché, ti sei spento.

Mi guardo le dita e non vedo più colpa. Dopotutto la vita è questione di tempo. Quello d’indulgere e precipitare, quello di lavare via la salsedine e quello per salpare. Vedo le pieghe delle mie gonne giocare, cantando in coro di lidi inattesi. Infine, era ora.

Avevo nostalgia di un posto e adesso so qual è.

94. Rinascere a marzo

Certe mattine ti svegli e, senza troppe domande, decidi d’indossarti nella tua interezza. Butti giù i piedi e, più che capire, senti che è il momento di fare sul serio. Svestire la collera, le altrui aspettative, non risparmiarne un’ombra, neanche il minimo velo. Cambiare serrature più volte oleate, riparare gli stipiti consumati dal tempo. Cancellare numeri, ripartire da zero e sorprenderti di come subito sia tutto più semplice.

La coerenza talvolta è il miglior contropiede e lo vedi sul volto di chi si ferma e all’improvviso ti chiede: perché? Persone a cui piace giocar di rimbalzo, farsi rincorrere l’ego, e nell’ebbrezza confondono nome e lo chiamano amore. Poi, succede che un giorno chi le insegue perde il passo o finisce il fiato, e all’improvviso queste si girano, sentendo le spalle scoperte, e tornano indietro.

Marzo allo specchio mi ha biasimato sommesso. Porto i solchi di un campo arato dagli anni, il fondo riarso e non ho saputo nasconderlo. Dice che è troppo presto, che dovrei arrendermi al tempo come fossi a maggese. La primavera è ancora di là da venire e dalla fretta, si sa, non nasce mai niente.

Darò ascolto ai suoi buoni consigli, riconoscendo che nella smania di rimuover la tara, spesso dimentico che le vere zavorre si sommano altrove. Torno a riprendermi il tempo e lo spazio, a coltivare il silenzio, per ricordarmi che quando sono in balia non è mai colpa del vento.

90. Scrivere. E poi rileggersi.

La stonatura a volte è una condizione dell’anima e, quando accade, trovo che la cosa migliore sia scrivere. Nei momenti come questo, ad esempio, mentre fuori il vento grida e il cielo ride. Oltre il vetro uno scacciapensieri danza sul solletico dell’aria gagliarda, e il sole illumina di gioia le occasioni mancate e le stagioni a venire.

Non è mai stata una questione di voce, l’orecchio non manca e io so cantare. Sicuramente un po’ timida, in generale, ma i miei amuleti hanno un’altra accezione. Darmi il la interiore, ricordarmi di rimanere al centro anche quando vorrei scappare, ché da lì nasce l’accordo migliore. Chiavi di sol, dunque, di ogni foggia e dimensione. Una volta ne avevo una al polso, che ho regalato a uno dei miei affetti più grandi. La sua gemella, che porto al dito, ride ogni volta al solo pensiero. Rivedo noi due per le strade di Roma, chiacchiere sciolte come se il tempo non fosse. E sorrido a tutte le persone che, come lei, ci sono sempre state. In un boccale di birra, lungo l’argine di una lacrima, nelle risa più sguaiate, sulle panchine di notte a primavera.

Capita, così, che senta delle cose e non sappia descriverle. Oggi ho provato a sedermi sul tempo per dar loro una forma, senza riuscirci. Tra me e me, però, so di aver vinto la sfida, ché non sempre quello che faccio deve avere un senso, arrivare ogni volta fino all’orlo del buio e dello struggimento. Ma imparare a dosarmi, talvolta interrompermi, scrivere giusto per il gusto di leggermi. E, ogni tanto, ridere di me stessa scoprendomi futile.

Pare che per me le stonature siano una costante, l’esperienza lo insegna. Ma se così non fosse, probabilmente resterei fissa sul pentagramma, sempre uguale a me stessa. Invece c’è che ho gambe e fiato da vendere e il sole fuori oggi indugia più a lungo. Vado a rincorrerlo, in barba alle stecche, ché ogni lasciata è persa, ma si è sempre in tempo per tornare e riprendersela.

55. Titolando

[Titolo preso in prestito da NonsenseSpot]

 

Ebbene, ci siamo. Dopo mesi che volessi farlo, trovo il tempo e l’umore per prendere questo blog, ricapitolarlo, mettere un punto e andare a capo.

Come scrivevo nel mio primo post, Tears of my melting wonderland è nato in un momento di alti e bassi, mentre la vita mi stava dando tutto ma in realtà dentro piangevo. Troppe cose fra le mani e troppo poco il tempo per star loro dietro, le ansie inconsce, i piccoli ma ingombranti scheletri nell’armadio, le mie gabbie fatte di briciole e numeri… Ricordo ancora il momento in cui ho acceso il computer e preso a scrivere. Ero a casa al mare dai miei, in lacrime, dopo l’ennesimo episodio della mia cronaca nera. Volevo gridare per chiedere aiuto, ma il fiato mi si spezzava in gola. Troppo dolore, tanta vergogna, e l’idea non proprio certa di voler essere aiutata. 

Così, ho iniziato a scrivere qui, per non impazzire, per trovare il giusto sfogo e cercare appoggio e confronto con qualcuno che non mi conoscesse: voi. Da subito avete preso ad ascoltarmi, parlarmi, starmi accanto. Ed io, una lacrima d’arcobaleno dopo l’altra, ho iniziato ad aprirmi, a fidarmi ed affidarmi, fino a chiamare questo posto con il nome "casa".

 

Giovedì 20 marzo 2008, circa un anno e due mesi fa.

Quante cose sono cambiate. E’ successo tutto e il contrario di tutto, si sono avverate le più incredibili profezie, mentre alcune delle certezze più salde sono crollate come castelli di sabbia battuti dal vento. Io sono sempre la stessa, ma totalmente diversa. Un po’ cresciuta, volutamente rallentata, più disillusa forse, ma comunque con mille sogni nel cassetto e la voglia di volare altrove e perdermi ovunque.

Non credo più alla storia del rimandare a domani, non m’illudo più che si possa cambiare tutto in un colpo. La vita è adesso, in questo istante, ed io non posso che viverla al meglio subito, o almeno provarci. Fedele a me stessa: mente, cuore e pancia (perché un’altra cosa che ho scoperto ultimamente è che esista anche quest’ultima). Le cose non durano per sempre, l’eternità non esiste (almeno non per noi), ed io non posso aspettare che sorga di nuovo il sole. Ho bisogno di brillare adesso, che sia notte, alba o tramonto.

 

Perciò oggi ricapitolo.

Visto quel che ho appena detto, più che un punto metterei un punto e virgola. Poi andrei a capo, magari con qualche punto di sospensione nel mezzo. Non ho mai creduto alle recisioni nette, ai compartimenti stagni.

Cambio l’immagine, perché oggi non sento più il bisogno di raccontarmi a volto coperto, e poi via col titolo nuovo… Ed ecco a voi "In parole e polvere".

Vi chiederete perché, scommetto. Beh, perché questi sono i miei due più grandi amori.

Le parole, centro gravitazionale del mio universo, rotta e compagne di infiniti viaggi. Sono nata stropicciandole e cresciuta amandole, riverendole, giocandoci e perdendomici.

La polvere, invece, è emblematica del momento. Rispecchia il mio camminare ovunque a piedi nudi, il rotolarmi su un prato verde, il sedermi sul pavimento anziché sulla sedia, giocare in una pozzanghera di fango. La voglia di sporcarmi, finalmente. Come da bambina, senza pensare ai vestiti, né ai rimbrotti della mamma. L’amore per la vita, insomma, perché come dice Stefano Benni,

 

"dentro un raggio di sole che entra dalla finestra,

talvolta vediamo la vita nell’aria,

e la chiamiamo polvere."

 

Un ben ritrovato a tutti, dunque. Benvenuto a chi entra per la prima volta, e bentornati quelli che sanno già che le chiavi sono sempre sotto lo zerbino. Potete andare e venire tutte le volte che volete, a me fa solo piacere. Se non mi trovate dentro, provate a guardare sul balcone o in giardino. Non mi vedeste nemmeno lì, sarò fuori a passeggiare, godendomi il sole. Ma potete star tranquilli, perché prima o poi torno sempre.

Finalmente primavera, finalmente a casa.

41.

Sono trascorsi giorni, si sono susseguite notti. Sempre in coma vigile o tutt’al più in dormiveglia.

Sono passata di qui diverse volte, a leggere di me e di voi, ma non ho mai avuto la forza e la voglia di scrivere. Chiedo venia per non aver risposto a messaggi e commenti, ma a tratti il dolore è stato troppo forte e sono tuttora concentrata nel tentativo di sopravvivere.

Per carità, la scelta è stata mia ed è giusto che ne assuma la responsabilità. Ma ora più che mai, mi rendo conto di cosa significhi affrontare il peso delle proprie azioni e cercare di cambiare in meglio, rimanendo tutta d’un pezzo. Evidentemente questo è quel che vuol dire crescere e so che sarà ancora lunga e soprattutto dura, ma se servirà a trovare me stessa e i miei equilibri, allora ben venga.

Per ora la sola certezza è quella di aver imboccato la giusta direzione e non voler tornare indietro, ma momenti e stati d’animo si alternano come fossi su un’altalena, e mai come in questo istante vorrei semplicemente poter rallentare e scendere. Non faccio che oscillare tra attimi di felicità estrema ed altri di totale tristezza. Nel mezzo, unica ed incolmabile, la sensazione di ritrovarmi senza appigli in terra di nessuno. 

Spesso penso a come sarà il futuro, a quale sarà la mia strada e spero con tutta me stessa che la libertà sia diversa… Di serata in serata, una carrozza dopo l’altra, come una piccola cenerentola, non faccio che lasciare le mie scarpette ovunque. Ma cosa resta di tante notti fiabesche e follie da capogiro? Gli avanzi di una cena, lenzuola disfatte, treni che partono e vuoti silenzi.

L’intensità dell’istante svanisce lasciando fra le mani poco più che ricordi sbiaditi. Il sipario scende, gli applausi s’interrompono e sul pavimento dell’anima zucche in frantumi, come unico resto di tanti fasti e del trucco di scena.

Le luci si spengono, la giostra si ferma. Ed io che, un tiro di vuoto dietro l’altro, resto, incolmabile, in attesa del prossimo giro.

 

 

10 gennaio 2009

Un altro giorno in terra di nessuno, seduta in una sala d’attesa nel non luogo per eccellenza. Sospesa in transito tra un mondo e mille altri, dissolta nell’istante immobile che separa l’atterraggio da un nuovo decollo. Passaporto pronto per le infinite mete del divenire, ma ancora troppo disorientata nel profondo, apolide nel corpo e nello spirito.

Preferirei quasi rimandare, rimanere ancora in volo. Vorrei continuare a star via, uno scalo dietro l’altro, osservare curiosa di che colore siano le strade del mondo e rifugiarmi nei racconti degli altri viandanti. Ma non è chiedendo asilo nelle vite altrui, che troverò il sentiero che porta a casa. Qualcuno m’insegna che il vero viaggio è avere anche un luogo in cui tornare, ed è giunto per me il momento di ricostruirne uno da zero.

Nelle scorse settimane il malessere era diventato tale, che sono fuggita dall’altra parte del mondo per non lasciarmi sopraffare dal delirio. Nel mio amato Oriente ho ritrovato dopo tanto la pace. Appena scesa dall’aereo ho smesso di pensare e ho ripreso a respirare, battere, vivere. I giorni sono passati così lenti e densi, che mi sembra d’esser stata via una vita. Lontana dalle solite frenesie, dai conti alla rovescia verso fugaci mete sterili. Sola con me stessa, in completa e dolce balia del mondo.

Ed ora che sono sul volo di ritorno, mi ritrovo quasi in preda al panico. I pensieri riprendono a girare in circolo, il respiro si fa pesante e il sonno torna a mancare. Ho paura di tornare ad essere vittima della solita follia, belva isterica fra le sbarre del nervosismo quotidiano.

Davanti agli occhi mi si prospetta un intero anno da affrontare e ho già provato sulla pelle quanto ciò sarà difficile. Al solo pensiero mi vien male. La mia non vita, l’assenza di quotidianità e di aria di casa, mi fan paura, ma lo devo fare. Troppi pensieri nella testa, ma nel cuore vuoto e niente. Devo trovare il coraggio di afferrarmi con due mani, di scuotermi e ripartire. Il terrore mi congela, ma lo devo affrontare.

Respiro a fondo con fatica e mi ripeto, poco convinta, che andrà tutto bene. Che è solo questione di tempo, che devo perdonarmi e riprendere ad amare me stessa e il mondo. Che prima o poi mi sveglierò dal torpore, che dopo il buio arriva sempre la luce. Respiro e penso che infondo tutto questo dolore sia anche normale. Respiro e ho paura, ma cerco di non tremare.

Così, oggi torno indietro. Più per costrizione, lo ammetto. Prenderò in mano secchio e cazzuola e comincerò dalle fondamenta. Un mattone dopo l’altro, mi sporcherò la pelle di fango, ma impasterò insieme gli odori ed i sapori d’Oriente e ne farò cemento. Ci metterò tutta la calma del mondo, sarà un lavoro lento, ma lo farò con amore e cura estremi. E colorerò poi le pareti d’arcobaleno, toglierò dagli angoli la polvere e spalancherò ogni finestra, perché entrino sempre aria a luce.

Oggi è per me un nuovo giorno, la prima pagina di un grande capitolo, e la sola cosa che so fare è balbettare confusa con orrore. Che il sorriso delle persone care mi dia la forza e mi guidi per mano verso un nuovo splendore. Che presto ogni cosa torni ad essere illuminata e che il mio atavico amore per la vita riprenda a girare caldo in circolo.

10 gennaio 2009, giorno zero. Auguro di cuore un buon anno a tutti.