107. Decenni luce

Coraggio, dimmi, quanto tempo è passato? Ricordi dov’eravamo a cena l’ultima volta? So che indossavi una bella camicia ma per favore, aiutami, non riesco più a ricordarla. Era d’inverno, sicuro, forse di venerdì e io non potevo saperlo che poi ci avresti lasciati. Te ne sei andato che tutto poteva ancora accadere, te ne sei andato che il meglio doveva ancora venire. Avessi atteso avrei amato le gite sui Colli, avessi atteso avrei capito meglio il buon vino. Mi avresti vista studiare le cose dei grandi, lo avresti visto mollare ed essere ugualmente felice, l’avresti vista dipingere, l’avresti vista invecchiare, saremmo stati banali e ne saresti stato orgoglioso. Se vuoi vado avanti a raccontarti il futuro, ma il punto è: a te, che sarebbe accaduto? Dici che avresti cambiato il gusto dei sigari, credi che avresti comprato altre migliaia di libri? Ho bisogno di sapere, ora, che dischi vorresti perché Edith Piaf credo si sia ormai stancata. Te ne sei andato che l’amore doveva ancora succedere e avevo i pugni troppo serrati per poterlo sentire. Te ne sei andato che pensavo di te si potesse fare anche a meno, ma non sapevo quanto ti avrei aspettato nei giorni e negli anni. Te ne sei andato che manchi e non avrò modo di dirtelo, ma spero che da qualche parte comunque lo sappia, e continui ad andartene anche stasera che vorrei prendere il telefono e dirti: buon compleanno.

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91. Memy che punta i piedi

Tre anni o poco più, e la sicurezza di chi gira per il mondo tenendoselo stretto tra le dita. Le manine sempre in tasca, a fregarne e ripassarne i profili, per esser certa che tutto quello che sa e conosce non le sfugga dalla salopette inavvertitamente. E’ bassa più o meno così, ma i ricci convinti la elevano a una statura ostinata e importante e, laddove non arriva con gli occhi, si erge incurante in punta di piedi. A volte persiste a lungo quanto lo è il corridoio, tutto il tempo, andata e ritorno. Sua madre ride e la riporta giù con un palmo di mano: “Dove vuoi andare? Questa mania ti porterà i crampi!”. Eppure lei non demorde, dell’irriducibilità fa già il suo mestiere, e continua ad aggirarsi un po’ goffa là dove gli universi noti si mescolano a quelli sconosciuti. Con un piede per sponda, ovviamente.

Passa i pomeriggi in conversazioni e disegni, circondata da pupazzi e svariati soggetti non ben identificati. Ha un cane di pezza e un amico invisibile di nome Marco. Le manca un fratello, ma pare che i suoi aspettino i saldi alla Standa, per cui si tranquillizza e inganna l’attesa cantando al microfono. Prosegue così, un giorno via l’altro, e mi pare di sentirla parlottare, occupare lo spazio, anche se quello che resta è una foto sbiadita, ché se mi concentro il ricordo poi sfuma.

Sono passati gli anni e lei è lì che sorride e non sa quella che poi sarebbe stata la vita. Vorrei dirle che dopotutto la troverà bella, che i suoi non volevano e il resto non conta. Ma non mi è ancora riuscito di abbracciarla veramente, continuo a parlarle ma la voce impotente resta al di qua della pellicola. Così a volte la vedo infervorarsi, perdere la pazienza. Balbetta che la mamma non sente, perché in fondo è lei il centro del suo universo, e troppo spesso si dimentica di dirle che fa niente, che va bene lo stesso. Altre volte, invece, esplode di risa ed è lì che da il meglio a chi la circonda.

Diverte e commuove la piccola Memy, la sua supponenza, quell’aria di sfida. Tutto quello che sa è che punterà i piedi e io le auguro che sia come crede: in punta di piedi farà la sua strada.

Memy

82. Abbandoni

Dev’essere stato mentre ero bambina, nei pomeriggi o sul far della sera, quando alle 7 in punto guardavo l’orologio e pensavo con angoscia: "mancano solo due ore". O forse la domenica, giorno della malinconia, in cui abbracciavo papà e lo tenevo stretto, cercando di fare il pieno per la settimana a venire. Tutti i giorni così, li ricordo uno a uno, per un periodo lungo e lento, non so se davvero o nella memoria.

E la mamma, chissà com’era quando mi svegliavo cercandola? Correva subito ad accudirmi o mi lasciava piangere sola nel letto? Il ricordo di lei è spesso duro e implacabile, eppure poi gli anni ci hanno stretto in una fortissima simbiosi.

Dei miei insieme, invece, non ho memoria. La prima immagine che mi viene alla mente è di noi tre nell’ingresso di casa, loro gridavano forte e io non volevo ascoltare. Ci alternavamo in un balletto tra le due porte e in quei pochi fotogrammi vedo me con entrambi nell’atrio, me chiusa nello sgabuzzino, di nuovo me contesa tra le urla nell’atrio, e ancora me con la mamma sul pianerottolo. Ce ne stavamo andando, o meglio, lei se e stava andando, perché la possibilità di scegliere a me non l’ha mai data nessuno.

"E’ tutto normale, non c’è motivo di farne una tragedia": lo si è ripetuto così tante volte, che a un certo punto ho smesso di sapere se fosse una frase mia o sua. Così, sono venuta su credendo fosse naturale avere il timore dei bagagli, delle ore che giungono al termine, delle domeniche, dei risvegli da sola nel letto… Finalmente ho un lungo elenco di cose da chiedere, ma realizzo che ci sono circostanze le cui conseguenze sono quasi irrimediabili. Nel mentre il pomeriggio scorre seduto su questa sedia, come una caravella che naviga sola nell’oceano, non so bene se prima o dopo una tempesta.

Continuo a dirmi che io sono una persona autonoma e indipendente, ricca di sogni e altrettante risorse, e persevero nel tentativo di imparare ogni giorno come bastare a me stessa. Eppure poi torna il momento in cui i miei sforzi assumono una direzione involontaria ed opposta.

"Domani è lunedì, devi proprio andarci a lavoro? Perché non prendi qualche ora di permesso e ce ne stiamo stretti senza far niente? Dura sempre così poco la domenica… Sì, mi rendo conto, perdonami per la domanda sciocca. E’ che sarebbe carino farlo una volta ogni tanto… Si è fatto tardi, io domani rimango un po’ a letto, ma ti prego, non dimenticarti di salutarmi prima di andare."

 

Si annida un po’ lì, la paura dell’abbandono, ben celata nel confine tra ragione ed istinto. Una parte di me mi ripete di star tranquilla, che anche quando sono sola ho comunque me stessa. Ma l’altra risponde che è spiacente, ce l’ha scritto sul fondo, che è il destino di un birillo perdere l’equilibrio almeno una volta ogni due tiri.