88.

Un uovo gigantesco, ecco che forma ha la mortificazione, mentre apro la porta e mi piomba all’improvviso sulle spalle. Pesa come calce e solidifica in fretta insieme alle tue parole: “avresti potuto avvisarmi”. Uno stupido ritardo, una questione da niente. Cose che capitano a tutti e se provassi a mettere in fila le volte che sei caduto in fallo anche tu ne verrei fuori in credito, sicuramente.

Eppure, questa sera la mortificazione pesa come un’armatura. Sarà che sono stanca e ho i nervi a fior di pelle, sarà che da ieri mi sento gelosa e insicura. Disfo e brigo tutto da sola, lo so, ma questa sera non ho voglia di parlare, sento di non potercela fare. Filerò dritta in doccia e mi concederò di piangere, ecco cosa, che ogni tanto poterlo fare mi sembra un privilegio. E poi spegnerò gli occhi e tu mi chiederai ancora, ed io ti risponderò che niente e mi augurerò domani il sole.

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85. Con le dita sporche di marmellata

 

Tanto per cambiare sono in difficoltà e ho pensato di scrivere per condividerlo con voi, chiedendo espressamente un vostro parere.

L’ho fatto di nuovo, ieri ci sono ricaduta. Ero sola in casa, ho aperto il suo pc per vedere delle nostre foto ed è stato un attimo. Senza nemmeno il tempo di fermarmi a riflettere sono tornata a guardare alcune immagini di lui con la sua ex.

Tempo fa, dopo l’ennesima incursione fra le sue cose, mi ero ripromessa di non farlo più, perché trovo sia tremendamente scorretto nei suoi confronti e terribilmente insostenibile nei miei. Quando guardo quelle foto inizio a sudare freddo, mi tremano le mani, a volte anche le gambe, e sento un pugno stringere forte allo stomaco. "E allora perché lo fai?", mi chiederete voi, e avreste ragione. Lo faccio perché a portarmici è la parte più inconscia e irrazionale di me, che ripete ad occhi chiusi gli stessi passi che percorse la prima volta per caso quasi 2 anni fa. 

Eravamo all’inizio, vivevamo i primi mesi della nostra relazione e, come tutti gli innamorati agli esordi, eravamo totalmente persi l’uno nell’altra e allo stesso tempo molto insicuri, o almeno così mi sentivo io. Ero tutta protesa nel tentativo di offrire il lato migliore di me, di stupirlo, in qualche modo legarlo, in uno sforzo che, carica delle paure e delle insicurezze che sapete, andava forse oltre rispetto a quelli di una donna "normale" (che poi la normalità mi chiedo ancora cos’è), senza problemi profondi legati al cibo e al corpo. Ebbene, nel bel mezzo di questo mio, comunque, sincero tentativo, eccolo lì con i suoi primi scivoloni… 

Un pomeriggio, mentre ci preparavamo per un bagno in piscina, lo vidi fare capolino con un costume appeso all’indice e dirmi: "Era della mia ex, l’avevo comprato per lei. E’ rimasto qui e se vuoi usarlo è quasi nuovo". Ricordo che quella proposta mi piovve addosso come una doccia fredda, mi guardai intorno e di colpo vidi, come illuminate da un faro, le creme nei cassetti, i profumi da donna e i pettini tutt’intorno. Cosa ci facevano ancora in giro? All’improvviso più che mai, iniziai a vedere quella casa e, più in generale, tutta la sua vita, come un vecchio e grosso cassetto a più strati e presi a chiedermi che posto avessi io in tutto questo. Poi me lo ricordo ancora, qualche giorno dopo, fermarsi nel corridoio e aprire una scatola per mostrarmi rasoi, assorbenti, macchina per la ceretta e quant’altro. Se volevo, se potevano essermi utili, erano miei ed ero libera di usarli. 

Mi sentii umiliata e anche un poco ferita, non capivo il perché di simili offerte, era la prima volta che mi capitasse di sentirne, così come era la prima volta che stessi con una persona di 18 anni più grande che, di conseguenza, aveva un passato piuttosto importante alle spalle. Era così che funzionava? Succedeva che l’ultima arrivata vinceva gli avanzi di quelle che se ne erano andate? Ricordo che prima di allora alla parola "gelosia" per me facesse seguito "questa sconosciuta", dunque cos’era quell’inquietudine che mi franava nella pancia, quella stizza repressa per cui l’avrei preso letteralmente a testate? La voglia di non darlo a vedere e il timore di sembrare una bambinetta erano però più grandi e per qualche settimana andai avanti a tacere. Anziché parlarne iniziai a sfogarlo a modo mio, quel tremolio dell’anima, portandolo in giro per tutta la casa. Cercavo di tenerlo al guinzaglio, ma ogni tanto tirava così forte che non riuscivo a reggerlo e lo lasciavo libero di annusare a briglia sciolta. Iniziai a guardare tra i libri e chiedermi il perché di alcune dediche, cominciai ad aprire i cassetti per sezionarli e poi ricomporli con fare chirurgico perché lui non se ne accorgesse. Trovai slip di pizzo nero frammisti alle sue mutande, delle manette di pelo rosso, lettere, foto, biglietti, braccialetti, orecchini, oggettini… Una parte di me non ci vedeva niente di strano, poiché io stessa conservo in una scatola diversi ricordi e lo faccio con affetto anche se concretamente non vogliono dire più niente. Ma forse c’è di diverso che io non mi sognerei di mostrarli o offrirli in giro, per rispetto del loro vecchio proprietario e anche del possibile acquirente. In più mi rendevo conto che in confronto alla mia, le sue scatole erano più d’una e più grandi, e per me, pur non riguardandomi, questa era una scoperta molto pesante.

"Hai presente la parete in camera, quella dalla parte in cui dormi? Lì prima c’era un ritratto di lei fatto da una sua amica. A te darebbe fastidio vederlo lì appeso?". Ma che scherzo è, che domande sono? E’ un modo per testare la mia soglia di tolleranza o per capire che visione abbia delle ex e della vita in generale? Le sue uscite mi davano un fastidio tale che a volte mi tenevano sveglia di notte, ma non avevo ancora capito che potevo parlargliene o gridarglielo in faccia, se volevo, perché ne avevo tutto il diritto. Continuavo a pensare di essere io quella sbagliata, di non essere abbastanza donna da saper affrontare il suo passato. 

Così, un bel giorno mi chiesi che faccia e che corpo avesse la lei nel ritratto, e nei giorni in cui, senza il mio portatile, usavo il suo per lavorare da casa, fu facile avventurarmi in cerca di risposte. All’improvviso mi si aprì davanti un’altra voragine fatta di scatti in vacanza, di nudi e filmati anche porno. Eccole lì, le reginette del passato, sorridenti, sicure e ammiccanti. Si mostravano in diverse mise, come in una sfilata, alcune si presentavano anche senza veli, ma comunque ognuna salvata e conservata ordinatamente nella propria cartella. E poi ecco anche me, in una bella raccolta con su scritto "Lorenza"… Quante foto c’erano? Erano di più o di meno di quelle di B, di R, di L, di P o di P? Mi sembrava un album di figurine… l’avevano già inventato quelle delle letterine? Ma anche fosse, io lì cosa ci facevo? Non avevo mai fatto alcun provino, o almeno non ero consenziente. Che poi anche avessi avuto lo schizzo, più che letterina mi sarei proposta come letteronza.

Iniziai così a ricostruire il suo albero "uxorologico" e tremavo, piccina piccina, vedendo che davanti a me si ergeva pian piano una quercia o forse un baobab, ai cui rami erano appese moltissime lettere e altrettante parole, così tante che a volte mi sembrava di sentirmi sciorinare delle belle o brutte copie ormai imparate a memoria. Alla sua all’ombra si erano consumate grandi passioni, emozionanti avventure, scene di sesso sfrenato, e giaceva anche il ricordo di un bambino mai nato. Era un albero dai rami un po’ strani, vorrei vedere voi a ricomporre pezzo per pezzo un baobab intero! Mi mancava la guida di qualcuno che mi spiegasse che magari avevo frainteso e che la parte di fusto che avevo in mano andava sul tronco e non altrove, ma mi mancava il coraggio o il savoir faire per dirgli con nonchalance: "Ehi tu, mi dai una mano?".

Poi, dopo ancora qualche giorno che sentivo ripetermi la storia del costume come fosse un disco rotto, mi sorprese venendo a portarmelo direttamente in bagno e dicendo: "Dai, perché non lo provi?". Avrei voluto morire, o forse avrei voluto ucciderlo, ma piuttosto che dirglielo ho scelto di piegarmi umiliata, per poi dovergli anche dire educatamente: "Purtroppo non va", che nella mia mente suonava in simultanea come: "Quella troia della tua ex aveva il culo più piccolo e le tette più grandi".

Aveva fatto centro e a sua parziale discolpa non poteva saperlo, non immaginava che violenza potesse essere per una che da anni già faticava a guardarsi serenamente allo specchio.

E poi fu il turno delle vacanze e delle gite fuori porta… "Quella volta venimmo qui, sedemmo lì, mangiammo così…" Ed io mi chiedevo se fosse un pluralia maiestatis. Parlava alla "me, myself and I" o da bel maschione si riferiva al suo doppio ego (la sua testa e il suo pene)? Ahimé, più semplicemente, si riferiva alla sua ex. P? L’altra P? R? …Ullalla ùllala ullallallà! Forza, cantiamolo insieme, che se siamo brave viene anche a condurre Gerry Scotti!

Avevo smesso di chiedermelo a quale delle sue ex si riferisse. O peggio ancora, me le vedevo scorrere tutte davanti contemporaneamente, in un giro nauseabondo di colori, risate, ansimi e umori corporei.

Poi, come non bastasse, alle iniziali si aggiunsero cifre e parole. Ad esempio, lui diceva "2001" ed io subito ad arrampicarmi tra i rami del baobab, chiedendomi: "Quell’anno con chi era?". Oppure: "Thailandia" – "Ce l’ho, lo so, eri con P, la seconda delle 2! E le scattasti anche una foto nuda sul letto di fianco a un libro!… Che cosa ho vinto? Che assegno c’è in premio?"

Non ricevetti nessun assegno, la risposta giusta forse era Zanzibar, ma iniziavo a fare confusione avendo davanti un planisfero disseminato di bandierine con le iniziali e un calendario tempestato di letterine colorate. Non capisco. Che anno è? In che continente siamo?

Come premio di consolazione ebbi l’amarezza, durata piuttosto a lungo, di non sentirmi rispettata e il disagio di non riuscire a trovare il mio posto nella sua casa e fra le sue cose. Alla fine la fiera, o meglio, il quiz, sarà durato qualche settimana, forse un paio di mesi. C’è voluta una birra con un’amica: io gonfia come una pentola a pressione, che timidamente le confidavo le mie gelosie, e lei che mi consolava e mi scuoteva dicendomi: "Cosa aspetti a gridarglielo in faccia, che in questo senso si comporta da vero cretino?".

Così, un pomeriggio presi il coraggio con entrambe le mani, mi arrampicai sul pianale della cucina e gliele raccontai una a una, piagnucolando proprio come la bambinetta che non volevo apparire. Aver ragione sì, ma il diritto d’incavolarmi e fare la voce grossa ancora non l’avevo fatto mio.

Da quel momento in poi un po’ di cose, lentamente, sono cambiate. Certo, dal mio punto di vista ci sarebbero volute delle scuse plateali che di fatto non sono arrivate, almeno non così come le immaginavo, ma pian piano ha imparato ha parlare al singolare, a contare fino a 10 prima di propormi oggetti altrui, e all’improvviso slip di pizzo, manette, lamette e assorbenti sono spariti nel nulla. Serviva che glielo dicessi io? Me lo chiesi all’epoca e un po’ me lo chiedo tuttora, e per quanto in questi 2 anni di passi insieme se ne siano fatti a centinaia, se sono ancora qui a scriverlo, evidentemente si tratta di uno schiaffo che sulla mia pelle brucia ancora.

Lentamente ho imparato a parlare, ho capito come si fa a piantare paletti, ho provato anche l’ebbrezza d’incazzarmi come una iena e gridarlo guardandolo dritto negli occhi. Ho imparato ad assumermi le mie responsabilità, o quanto meno provarci, e a difendermi da me prima di pretendere che siano gli altri a farlo al mio posto. 

Lui, dal canto suo, ha imparato e sta imparando molte cose e, a dispetto del tono stizzito con cui vi racconto questi episodi, gli riconosco di essere davvero, tutto sommato, un buon e leale compagno di viaggio.

E’ solo che, tornando alla difficoltà di cui sopra, ogni tanto mi sento risucchiare dal buco nero dei numeri e delle letterine e non faccio che pensare, magari facendo l’amore, "com’era farlo con P, che era così disinibita? e con l’altra P, che aveva le tette grandi? in confronto a lei, vedermi da sopra è una magra consolazione?". Domande così, che non portano a niente, che nascono semplicemente perché, maledetta me, ho visto troppo. A volte mi colgono nel bel mezzo di una cena fra amici e mi rapiscono, perché magari qualcuno fa riferimento a quel weekend a 4 in un fantastico campo avventura. E io vorrei stoppare tutto, alzarmi in piedi e chieder loro, uno a uno, "com’erano P e R insieme? erano carini, vi piacevano? più o meno di noi adesso?". E il problema è che io la vorrei davvero una risposta, vorrei sentirmi dire di star tranquilla, che davvero, come dice lui, come me nessuna mai. Ma ahimè lo so bene che è tutto frutto delle mie insicurezze e delle mie paure e che, finché non le risolverò, R stesso potrà gridarmi infinite volte che il suo fantomatico baobab è crollato perché era pieno di tarme dalle foglie fino alle radici, e io non riuscirò a convincermene.

Ci lavorerò, prometto che lo farò, da settembre inizierò a farmi strizzare cervello e portafogli e nella centrifuga, già che ci sono, ho intenzione d’infilarci anche questo. Nel frattempo, però, ed è qui che vi voglio, come la mettereste voi con il senso di colpa per aver violato i suoi spazi ed essermi fatta gli affari suoi? Premesso che ho seriamente intenzione di non ripeterlo più, come la mettereste con le domande improprie in sospeso, e tutte quelle immagini che mi frullano illegittimamente nella testa? A volte penso che sarebbe più semplice per me, nonché liberatorio, provare a dirgli sinceramente che parlare di quella cosa mi fa male, perché so che l’ha fatta con lei, in quel modo lì e dicendole quelle parole, e che io non voglio essere l’ennesima copia delle emozioni passate. Ok, chiaro, non scenderei così nel dettaglio, ma forse perderei qualche decina di chili se potessi prendere un giorno e dirgli: "Senti, volevo dirti che mi spiace".

Però poi ho paura della sua reazione, che possa prendersela a morte avendone anche ragione. Il punto però è che non sono brava a fare la furba e ho scoperto, a mie care spese, che a giocare sporco mi faccio male da sola.

Per favore, ditemi la vostra, perché a tenere i segreti non sono molto brava e ora mi ritrovo confusa e intimorita come una bambina con le dita e il muso sporchi di marmellata, che sente l’auto dei genitori parcheggiare nel cortile e, in preda al panico non sa che fare.

77. Murature d’esistenza

E’ qui che dovremmo vivere

nascosti

tra le gradazioni del verde


qui dove le case cadono

a pezzi, i cani ringhiano

prima dei temporali

e i gatti si gettano dai tetti

con un tonfo che ci sveglia

nel cuore della notte.


Nei fine settimana

cancelliamo i nomi di tutte le vie

per inventarci una vita diversa,

e fingere di incontrarci

per caso ad ogni svolta,

ogni incrocio


come gente appena tornata

da chissà quale paese,

gente che non si vedeva

da anni,


che chiede come stanno

anche i parenti più

lontani

 

Agostino Cornali – Questo spazio può essere nostro

 

Leggevo queste parole poco fa, durante il pranzo, in uno di quei giorni a radio spenta per acquietare l’animo e ritrovare il silenzio. Vagando scalza fra stanze di legno ed ovatta, in questa enorme casa che non è mai abbastanza. Dove le finestre filtrano troppo la luce, le intercapedini non sanno isolare e lo scrosciare dell’acqua nei tubi fischia l’inizio della quotidiana battaglia. E’ in luoghi come questo che ti rendi conto di come le cose restino semplici cose, quando non si prova gratitudine e non se ne sa godere, e realizzi che non te ne fai niente del giardino se non puoi calpestarlo indisturbato, che non c’è divertimento a tuffarsi nell’acqua badando che il cloro non bruci l’erba… Piccoli frangenti di vita comune, in cui ampie metrature si trasformano in murature, e si gioca un po’ al gatto e al topo o guardie e ladri, gli uni intenti a ergere le proprie barriere, gli altri imperterriti nell’oltrepassarle.

Così m’interrogo, mentre mi ascolto: se non è questo che vuoi te ne puoi sempre andare. E pronta rispondo che andarmene non è quello che voglio, io qui sto bene, la casa mi piace. E poi un altro trasloco, con quello che comporta, proprio ora che germoglio radici, potrei non sopportarlo. Le cose van meglio, queste pareti le sento sempre più mie, e quando alla sera Lui torna è tutta un’altra storia. E’ come se all’improvviso arrivasse il weekend e "cancellassimo il nome di tutte le vie per inventarci una vita diversa". Solo che nel mezzo, in quell’eterno e insipido mezzo, cosa faccio? Le mie abitudini le sto ricostruendo pian piano e dopo pochi mesi sono già a buon punto, ma non posso continuare a riempire ogni attimo solo per sfuggire a ciò che poi si rivela inesorabile, non posso passare fuori le mie giornate perché in casa non trovo pace.

Credevo che la mia idea fosse un buon punto di partenza, venirsi incontro con moderata ma sentita condivisione. Solo che forse dall’altra parte non è così che si ragiona: la condivisione resta formale e viene imposta, e l’età e la malattia diventano buoni pretesti per esigere e non ascoltare. Ma io e la formalità non siamo mai andate d’accordo, almeno non tra le mura domestiche, perché per me casa è libertà, quiete, riposo. Poi fuori posso giocare con qualsiasi facciata, montare e smontare le circostanze come fossero prefabbricati, ma dentro casa no, non sarebbe vita.

Così, per ora proseguo indossando il miglior viso a seconda del gioco, ma in fondo allo stomaco resta sempre una punta d’amaro nel vedere la stima sgretolarsi giorno dopo giorno. E un po’ mi arrabbio per le notti nervose, che passano mulinando gli stessi sogni e gli stessi pensieri, impastati con la sensazione di maledetta incombenza che non mi lascia sola nemmeno a volerlo. Un po’ mi rimbrotto perché sono la solita, che prende la cose troppo a cuore e non riesce mai a scrollarsele dalle spalle, che non sa buttar giù il telefono o chiudere la porta a metà conversazione, anche quando chi è all’altro capo usa l’incuranza come soldo contante. E poi mi sgrido perché infondo so che se recalcitrassi meno e non ponessi questioni, sarei già a metà dell’opera. Ma non ce la faccio e salto su come una iena quando si viene a ficcare il naso nella mia tana, e questo evidentemente per me basta a generare intolleranza. In fin dei conti non ho tutti i torti, di questo sono sicura.

Mi spiace solo che l’oggetto di tanta insofferenza siano delle persone per Lui importanti, i suoi genitori, e spesso sono convinta che l’errore sia stato anche suo, nel non fare sufficientemente da cuscinetto. Voglio dire, anche i miei hanno le loro fisime, ma non mi sognerei mai di lasciare qualcun altro in loro completa balia. E non si sognino di trattarmi come fossi loro figlia, perché non ne hanno il diritto e, sarò pur di docile apparenza, ma i piedi in testa non me li hanno mai messi nemmeno i miei. Che diavolo di genitorialità è parlare in tono coercitivo e verbi all’infinito, nei confronti di un figlio che al contrario indulge e cerca d’essere comprensivo? Forse non posso capire semplicemente perché veniamo da famiglie molto diverse e comunque non ho il diritto di dire quale sia la migliore e quale la peggiore. Sta di fatto che i cordoni mal recisi non mi sono mai piaciuti e sarà per questo che, ogni tanto, provo quasi un po’ di sollievo nell’aprire alcune stanze e vedere alcuni degli scatoloni del trasloco, quei pochi rimasti, che aspettano ancora di essere sistemati.

 

Post scriptum

 

A onor del vero, l’amato vero di cui faccio sempre bandiera (o almeno ci provo), credo sia giusto aggiungere che in questa situazione non è tutto nero, come forse si potrebbe pensare. Ci sono anche il bianco e mille sprazzi di colore, ci sono aspetti positivi, momenti di gioia e slanci di sincero affetto. Affetto forse troppo morboso e invadente per i miei gusti, ma ringraziamo il cielo che ci sia.

E poi, per amor di cronaca, giusto per dare un senso all’incipit poetico, mi pare doveroso completare il dipinto e renderne in toto ciò che avevo in mente. In un momento contro e introverso come questo, le riflessioni postprandiali mi hanno portata a ricoprire di tinte scure anche la sfera di coppia, quella vera, che riguarda me e Lui, genitori esclusi. Eccomi, allora, accusare le quotidiane assenze per impegni, il ritardo da un lavoro fagocitante, la stanchezza serale che non da spazio all’intimità e all’intensità che vorremmo, il tempo che scandisce i nostri giorni senza spesso renderci giustizia… Come non ritrovarmi, dunque, nella sensazione d’evasione che aleggia fra le righe di questa poesia, in qualche modo ritratto della settimana tipo.

Riflettevo appunto su tutto questo, persa nei vorticosi giri del pessimismo cosmico, quando dalla finestra ha irrotto un assordante concerto di clacson fermi al semaforo. Infastidita, mi sono chiesta che diavolo avessero da suonare, in uno stupido giorno infrasettimanale che vede l’Italia ormai lontana dai campi di calcio del Sud Africa… Alla fine, sconfitta la pigrizia che mi teneva incollata alla sedia, è stata una bella sorpresa far capolino dal tetto e vedere in testa alle auto in coda una coppia di sposi a cavalcioni di una vespa. Quasi un segno del cielo, una carezza dell’estate, che dolcemente mi ha riportata al pensiero di noi, al nostro amore, alla felicità, al desiderio di un futuro non troppo lontano.

Depongo così l’ascia di guerra e la lascio sul tetto, almeno per oggi. Guastarsi l’umore decisamente non vale. Finché si è in due ci si sceglie ogni giorno e non solo nei weekend, farei bene a ricordarlo più spesso. Per cui oggi e giovedì e ho tutte la ragioni per mettermela via, corrergli incontro e tornare a sorridere.

76. Quotidiane attese

Il tuo bacio il lunedì mattina 

è una bolla di sapone, 

mi sfiora lieve le labbra 

e in un attimo fugge via. 

Tutto ciò che ne rimane 

è la sensazione di sogno infranto, 

di occasione mancata.

Il lunedì mattina il tuo bacio

è l’euforia di colori sulle ali di una farfalla.

E’ la discesa dopo la gioia estrema, 

la giostra che si ferma, 

il ritorno da una vacanza. 

E’ la sabbia che l’onda non riesce a lambire, 

l’arrivederci grave un po’ come un addio, 

la malinconia più bella, 

la ragione della mia follia e della mia speranza.

Il nostro bacio il lunedì mattina è una promessa: 

tornerò da te, aking mahal.

75. Terzo giorno dell’anno

Ti scrivo da qui, mio grandissimo bene, mentre ceno affacciata sul far della sera. In un posto dove le onde non danno mai tregua e per trovare silenzio a volte chiudo il mare fuori dalla finestra. Ti scrivo perché sto nuotando in un sogno e vorrei che un giorno lo rivivessi anche tu, leggendo queste righe.

Ti racconto, così,  di questo luogo incantato dove in primavera volano tortore e gabbiani e l’estate profuma di sale e gelsomino. Le distanze si dipanano brevi sotto l’incedere di piccoli passi, tracciando ogni giorno, leggera, la strada che va da casa al villaggio dei pescatori. Lì il tempo sembra essersi fermato e le piccole case, rosicchiate dagli anni e dal mare, si abbracciano vivaci su una piazza di sabbia, dove i bambini giocano sicuri e corrono felici salutando il tramonto.

E’ proprio lì che questo sogno prende forma, una delle tante, in un abito bianco di stoffa leggera, con i piedi nudi e fiori tra i capelli…

Poco più in là, oltre i muri di roccia, la scogliera custodisce gelosa una piccola insenatura, dove il paradiso assume tutte le tinte del blu nel mescolarsi schiumoso del cielo e del mare. Lì gli angeli arrivano dall’alto aggrappandosi ad una corda, sorridenti e un poco timidi si donano in danze d’innocenza selvaggia e suggellano, inconsapevoli, l’epifania di un’onda sulla battigia.

Sto vivendo una favola, mio dolcissimo amore, così vera e presente che nemmeno nei libri ne troverai di uguali. In questa fiaba vive un principe in grado di sellare il vento e costruire emozioni: le plasma piano con parole e occhi amorevoli, per poi offrirtele colorate sul palmo di una mano. E così ha fatto qualche sera fa, chiedendomi di diventare la sua principessa, e stenterei ancora a crederci se non avessi tra le dita il luminoso pegno del suo amore.

Ora capisci, mia intima gioia, quanto è sublime questa poesia? Ci si innamora in groppa a un cavallo a dondolo e guardandosi negli occhi ci si scambia promesse. E’ un non-luogo che sa di eterno, eppure ha il rumore del tempo che passa, un acquerello di tinte leggere, che delineano disegni dai contorni chiari e precisi. Le giornate si succedono consapevoli e senza fretta, perché non vi è un tiro di vento che non valga la pena di assaporare.

Sono sicura che ti piacerà questo posto fatato, dove l’acqua s’increspa limpida e per entrarvi dovrai imparare a nuotare. La sabbia si sparge in grani forse un po’ grandi per fare castelli, ma per questo non temere, avrai un padre che ha sempre cento, mille idee. Vi guarderò commossa, sull’orlo del pianto, suggerire la strada ognuno alla propria biglia, e poi gustare una morbida focaccia, accovacciati stretti sotto un nastro d’ombra.

Così, eccole qui, mio tenero cucciolo figlio del sole, le emozioni di questi giorni di luna e di miele, prima che inesorabilmente sbiadiscano e se ne aggiungano altre. Perché tu sappia che nascerai da un amore così grande e profondo, che non so se sarò in grado di raccontartelo con le giuste parole, e perché tu legga di quanto intensamente e fin da subito fosse presente in noi il tuo desiderio.

Non ho idea di quando leggerai queste righe né di che colore saranno i tuoi occhi, ma so per certo che sarai bellissimo. Avrai il sorriso color del tramonto e capelli sinuosi come onde del mare, correrai anche tu a cavallo del vento e ti piacerà scappar via selvaggio, fare il tuo giro e tornare indietro tenero e docile. E poi altre sfumature che posso solo immaginare…

Già un po’ ti pregusto, ma con la dovuta calma: che il tempo decida da sé quando farci il tuo dono.

Nel frattempo assaporo la vita, fatta di risvegli e taciti sguardi. Un mazzo di fiori raccolti tinge di profumo questi dolci pensieri e veste di bianco, indaco e rosa, l’attesa del mio amore di ritorno da casa. In lontananza brillano le luci di ponente e in sottofondo le onde che, come sai, magicamente non danno mai tregua…

 

Da una spiaggia d’incanto in un giorno d’eterno,

con paziente affetto,

la tua mamma

74. Primo giugno

Cavalcherò il vento

le burrasche e i marosi,

sarò il tuo ponte per l’eternità.


Da dentro e fuori non avrò segreti

se non per stuzzicare la tua vanità.


Sarò il futuro dei tuoi sogni,

la vita tua che continuerà,

nella mia carne metterai radici:


saranno la nostra immortalità

e tra centanni gli occhi tuoi felici

rideranno ancora nel viso di bambini

coi miei capelli e la mia mutabilità.

 

Anna Maria Angelini Chiarvetto – Mi vuoi?