107. Decenni luce

Coraggio, dimmi, quanto tempo è passato? Ricordi dov’eravamo a cena l’ultima volta? So che indossavi una bella camicia ma per favore, aiutami, non riesco più a ricordarla. Era d’inverno, sicuro, forse di venerdì e io non potevo saperlo che poi ci avresti lasciati. Te ne sei andato che tutto poteva ancora accadere, te ne sei andato che il meglio doveva ancora venire. Avessi atteso avrei amato le gite sui Colli, avessi atteso avrei capito meglio il buon vino. Mi avresti vista studiare le cose dei grandi, lo avresti visto mollare ed essere ugualmente felice, l’avresti vista dipingere, l’avresti vista invecchiare, saremmo stati banali e ne saresti stato orgoglioso. Se vuoi vado avanti a raccontarti il futuro, ma il punto è: a te, che sarebbe accaduto? Dici che avresti cambiato il gusto dei sigari, credi che avresti comprato altre migliaia di libri? Ho bisogno di sapere, ora, che dischi vorresti perché Edith Piaf credo si sia ormai stancata. Te ne sei andato che l’amore doveva ancora succedere e avevo i pugni troppo serrati per poterlo sentire. Te ne sei andato che pensavo di te si potesse fare anche a meno, ma non sapevo quanto ti avrei aspettato nei giorni e negli anni. Te ne sei andato che manchi e non avrò modo di dirtelo, ma spero che da qualche parte comunque lo sappia, e continui ad andartene anche stasera che vorrei prendere il telefono e dirti: buon compleanno.

104. A denti stretti

La malinconia quando torna si sente ed è questione di ossa, pelle e occhi stanchi. La riconosci in una nenia che va avanti da sempre e parla di bilico e cime allentate. Come quella domanda che torna, fende l’aria di sbieco e ha a che fare col tempo: cosa fai del tuo tempo. Che sarebbe del mondo, sapessi quanto ne resta, del giorno che passa e ti senti già pronta. Perché spesso ti chiedi come sarebbe morire e il più delle volte saresti felice di quello che è stato, di quello che sei e vorresti solo che il buio ti cogliesse migliore. E pensi alla stima per chi indossa il suo male e ogni giorno ne fa il più bel portamento, guardi le mancate evidenze che non hai mai raccontato e capisci che più spesso dovresti esserne fiera. Senti che è dura e sai d’avere ragione, ma sai anche che vincere è una questione di scelta.

Dunque inganni il tuo mentre e pensi a come sarà, quando si troverà libero e non avrà cura di niente. A quando avrà tempo per leggere e scrivere e potrà scegliere lui quale sarà il compromesso. Quando questa vita romperà la clessidra e si riverserà fuori dal piatto della bilancia. Vorrai un nuovo anello da mettere al dito, un’abito vintage e una borsa di pelle. E la vorrai gialla, sì, la comprerai gialla per ricordarti del sole fuori dall’ospedale. E pensi alla sera in cui tornerai a casa ubriaca e custodirai in tasca un indirizzo preciso, finalmente saprai qual è il tuo altrove nel mondo e non sembrerai più tanto smarrita. E ti sentirai bella, ti sentirai donna, avrai vinto tutto e non lascerai niente. E sarà valsa pensa e varrà tanta gioia e sarai stanca, ma avrà un peso diverso. E ti dico che passa e tu dici che niente, allora dormi ma senza mai arrenderti. Digrigna i denti quel tanto che basta e tieni fuori la notte: l’alba è vicina.

102. Addii

Ho coltivato rabbia, ma dal cielo ho imparato che non serve mai a niente. Ho seminato attese senza averne un ritorno, perché la strada si fa con l’incedere, talvolta lento, e non con gli indugi. Restare ferma non può portare mai altrove, a quello che cerchi, per cui a un certo punto bisogna mollare gli ormeggi e riprendere il mare, tornare a salpare senza meta e zavorre.

Ho atteso in silenzio che il buio spiovesse, ma le ossa s’intridono e ho cominciato a tremare. Lo senti anche tu questo freddo? Mentre non è tempo, non è più stagione. Giugno sta per finire portandosi dietro tante promesse. Restano immagini di cui non sai più che fare, in mezzo a parole, biglietti d’andata e ritorni senza più cuore. Restano pagine che nonostante tutto profumano, perché certi odori non saprai mai svestirli. Restano lividi che vorresti avere ancora, ma che si sono dissolti ed è solo pelle.

Ho bisogno di non gridare oltre allo specchio se quello che mostra di me non mi piace. Ho bisogno di mettere in stiva tutte le scelte, solo le mie, perché è il loro peso che so sostenere. Mentre ho bisogno di lasciare il resto sul molo, ciò che non mi appartiene, perché le scommesse non contano e fanno troppo volume.

Vorrei solo sapessi che non c’è rabbia, non fino in fondo. Vorrei dirti quanto mi spiace, ma non credo che il vento ora possa ascoltare, quindi lo affido ai barlumi celesti sperando siano loro a portarlo. Forse era questa la vera partenza ed era qui che dovevo arrivare. Potevo farlo in maniera diversa, ma non ho più intenzione di chiedermelo. Un semplice prendere atto traslato in là con le dita, lungo rotte fatte di ascisse e convergenze gravitazionali. Vorrei ancora un mare di cose, ma alla fine quello che conta è il bacio con cui mi congedo e che non c’è mai stato. Di cui non è mia la colpa, o forse sì, perché in questo universo di falsi preterintezionali non riesco più a dirlo.

So solo che non c’è più tempo, perché si muore un poco ogni giorno per volta. E sento in fondo alle gambe che ho bisogno di spazio senza voltarmi a guardare. Tutto il resto si volterà ancora, ma la voce proverà a cantare più forte. Sii felice, perché adesso non sai quanto altro mare.

100. Cento

Mi piacciono i treni, quelli veloci, ai cui vetri, fuggevoli, scorrono stralci. Stralci di nuvole, alberi, valli, diroccamenti, papaveri e storie. Mi piace guardarli, scegliere il sottofondo, disegnarne le voci e dare un nome alle cose. Sporgere i palmi per capire il respiro che consistenza ha in quel preciso intervallo, se è leggero abbastanza e ci si può stare.

Ci sono strade che sono nastri nel vento e finché c’è attorno la notte non le puoi vedere. Ma quando il buio si spegne, è lì che realizzi; e non le sai dire, non puoi mitigare. Provi a stringere il ventre, trattenere un po’ il cuore, mentre quello che riesci è premere i denti, per arginare e ripetere agli occhi che, una volta scesi, li renderai liberi.
Mi aggrappo al silenzio e spero tu non capisca ma senta, questa cosa che ho dentro e che ha voglia di piangere. Questa cosa che è vita e assenza di mete, che tutto è possibile ed è divenire. E mi chiedo se nella penombra di quelle serrande riuscissi a vedere le dita, come viaggiavano, per non cedere fiato, costringersi mute, portarsi in un altrove in cui cessar le domande e poterle estromettere. Perché non dico, non do a vedere, ma ho occhi accorti e ho intravisto altre sponde. E mi sono chiesta in quale mare t’infranga per primo, di quante onde è fatto l’oceano, quanto cielo serve perché piova su tutte.

A volte si avverano notti in cui vedi le stelle una per volta. E inciampi con gli occhi in gesti forse invisibili, come una tempia baciata che non hai mai avuto. Mentre nascondi le mani e provi vergogna, e ti vorresti fermare, per un istante o per sempre. Vorresti riempire una stella precisa, che è solo linee in attesa di un nome. Ma dentro sai che non è quello l’arrivo, per cui arretri lenta e ti lasci sorridere.

Sogno un buongiorno che non sia detto per dire, voglio un buongiorno che sia l’appello dei sogni. Voglio giorni che siano meta e partenza, sui piedi che, nudi, ovunque è già casa. E forse Cento non è una cifra fra tante, mero giro di boa, altro inizio di giostra. Forse è lo zero di tutte le somme, la quadratura del cerchio, uno slancio ora ignoto.

Da qui stanotte non si vedono stelle, ma tanto che importa, ormai le ho nella mente. E riesco a staccarle dall’incerto che è il buio, per riempirle di rotte in un soffio di dita. Cosa vuoi per te, dimmelo piano. Poi avvicina l’orecchio: ti racconto un segreto.

99. È già ieri

Ripenso a quel pomeriggio sulla strada di casa, in un giorno di luglio a finestrini abbassati. Si parlava del più e del meno, con la musica lieve e un sole un po’ spento. “Sto per sposarmi”, e io presi una buca. Un po’ per la gioia, un po’ lo stupore. Forse me l’ero inventata, ma ebbi un sussulto. “Lo abbiamo deciso da poco e, dall’istante in cui l’ho realizzato, mi sento in ritardo.” Sorrisi, pensando fossero gli innamorati più folli e coraggiosi del mondo. Intravedevo crepe in così tanta fretta e pochi mesi di storia, ma della fretta che importa quando hai il cuore che corre. La loro fretta sapeva di sempre, come i sempre stirati nei fotogrammi del cinema, che sanno di caldo, di chiaro, di eterno. E all’improvviso pensai a tutti i miei istanti rimasti in sospeso, ai sì pronunciati e abbandonati nel tempo. Sentì che c’era già tutto e che a bloccarlo erano le paure, era l’afferrarsi alle cause esterne e indecifrabili segni. E mi dissi che volevo farmi coraggio perché è da lì che cresce il futuro. Così, dopo tre tentativi, il quarto fui io a farlo.

Non ebbe niente a che vedere con la magia dei cavalli a dondolo, delle coperte rivolte in un loft newyorkese o dei secoli incisi su un ciondolo, all’ultimo sorso di vino sulle nenie del mare. Assolutamente niente di tutto questo, solo ginocchia e ghiaia bianca, in un parcheggio, a mani tese, con una convinzione così forte da non sentire il male del suolo. Avevo il vento ma c’era calma, avevo tutto ed ero pronta. C’era un presente che oggi non resta.

Ripenso a tutti i discorsi, i silenzi e gli intenti. Li sto cercando ovunque, perché finché ne ho ricordo, mi dico, da qualche parte dovranno pur essere. Eppure non sono. Il mare, sai, cambia umore col vento. E il vento va forte, senza indugi né attese. Ecco perché quando ti appresti a salpare dai uno sguardo alle vele, controlli di averle. Ché non le isserai tutte, forse, ma meglio essere pronti a lascare e andar di bolina. Entrambe le cose. Anche se, poi, è il fortunale il problema.

Oggi è uno di quei giorni prima di un giorno affatto casuale. Che pensi a dov’eri negli anni appena trascorsi e ti stupisci, chiedendoti da dove arrivi tutto quel vuoto. Invochi il miracolo e la catastrofe in uguale misura, perché senti che tanto è lo stesso. E un po’ ti chiedi che cosa succede se Domani lo strappi dai calendari del mondo, se mandi avanti orologi e dirotti a oriente gli aerei. Che magari riesci a farla franca, far finta di niente. Magari ti svegli ed è già il giorno dopo, di quelli normali senza attese e domande. E ti chiedi dove sei andata a finire dopo tutti quei giorni, ma la vita non sente né vuol dare risposte. O forse ne dà, eccome, ma non sono quelle che speri. La sola cosa che sai è che sei stanca di attendere, stare, parlare.

E avresti voglia di piangere, ma non hai spazio per farlo.

98. Universi

Le persone sono mondi e, come tali, si portano dietro sistemi interi di sguardi, sorrisi, squarci d’ombra e cieli in nuce. Hanno in sé racconti di vite passate e sogni presenti, traiettorie, ansimi, istinti. Arrivano a salve, cariche di colori, per innescarsi là dove quelli intersecano i tuoi profumi. E diventano belligeranze.

Quelle da cui più mi guardo sono le parole, perché so che sono loro a fendermi sopra ogni cosa. Posso smarrirmi, in quello che celano, nel modo in cui incidono di sbieco e non lasciano spazio. Rigano pelle, scavano il fondo, smuovono tutto quello che giace sopito e ne fanno man bassa.

Talvolta mi concedo di sbirciarle attraverso, come persiane nei pomeriggi d’estate. Ed è lì che resto ammaliata, nel negarmi il permesso. Di chiedere, presumere, insinuarmi, pretendere. Sono plasmata per restare al mio posto, mentre niente intorno si è mai fatto uno scrupolo. Il problema è l’equivocità delle cose. Quelle che scrivi e ti riescono così confortevoli, forse, così calzanti, che gli altri poi le scelgono e deliberatamente le indossano. Invece io non riesco, non avanzo pretese. Ho aspettative che sedo in punta di piedi, come i dolori. Me l’ha insegnato la danza: magnificare l’austero.

Dunque dimmelo tu, perché io non lo chiedo. Dimmi che sono l’inizio e la fine di quell’universo, la breccia infinitesimale per cui tutto passa attraverso. Osa per me, ti do il mio consenso. Fallo perché sento tu valga un inizio. Poi il resto non lo so, non chiediamocelo, non m’importa. Ma ammazziamolo, il dubbio, e sbricioliamo il timore. Dimmi che sono io ciò che sogni la notte, dipingimi addosso i tuoi desideri, insegnami. Trancia questa distanza, ardi la terra intorno, costruiscimi un ponte, poi abbattilo e salvami.

Non ho promesse, né giuramenti. Solo labbra, fretta e pelle. E so ascoltare, frugare gli occhi. Sarò sincera e non sarò per sempre.

97. Salpare

Ti è mai successo nella vita di stare in qualcosa che poi, tuo sommo malgrado, hai deciso di smettere? Ti è mai capitato di svegliarti un mattino e sentire che ogni parte di te grida che non c’è soluzione e implora veemenza? Esistono cose che non sai mettere via e nemmeno puoi cingere, che ti dividono in due e ti solcheranno negli anni. Almeno finché non saprai raccontarle.

A fregarmi, in questi giorni, è la neutralità dei colori. Voglio dire, il fatto che né il bianco né il nero prevalgano. È tutto semplicemente chiaro, vergognosamente limpido. Di quelle epifanie trasparenti che non fanno nemmeno rumore. E dimmelo un po’ come posso tacere, con un nome che, tra le varie cose, ha a che fare col vero. So che vorrò scoccarlo questo dardo, non c’è niente da fare. Lo sento da dentro, è questione di tempo.

Una cosa che amo di me, una delle poche, è che sono decisa. Impiego lentezza ad arrivare alla scelta, ma quando l’afferro non c’è appiglio che regga. Persino mia madre lo dice, nelle sue sporadiche lodi. Dice che non avrà mai paura per me, perché so quello che voglio. E non ho paura di prendermelo.

Ieri c’è stato un momento in cui il parquet si è mischiato alle travi. Quel tuo istante di luce negli occhi, il tempo sospeso tra un sospiro e il terrore di essere letta attraverso. Ho sperato più forte, ho imprecato altrettanto. La fine e l’inizio in un solo secondo. Dopodiché, ti sei spento.

Mi guardo le dita e non vedo più colpa. Dopotutto la vita è questione di tempo. Quello d’indulgere e precipitare, quello di lavare via la salsedine e quello per salpare. Vedo le pieghe delle mie gonne giocare, cantando in coro di lidi inattesi. Infine, era ora.

Avevo nostalgia di un posto e adesso so qual è.

95.

Oggi alla pioggia avevo bisogno di dire la stanchezza che fa sentirsi scollati. Aggrapparsi al silenzio, contrastare lo spazio, le cicatrici che tirano sul tempo già spento. Come sto, mi chiedono: sempre lo stesso. Un po’ come correre raccogliendo i brandelli. Di dita che amavo e sapevan frugarmi, di occhi in cui c’era tutto il bello sul fondo.

Mi scorro in rassegna con morbosa perizia, non tralascio più niente, neppure un segmento. Ogni giorno che passa ci credo un po’ meno e questo silenzio non può certo smentirlo. S’insinuano i dubbi che traccian la strada di un orribile abbaglio, una perfetta scenata. E in questo delirio smarrisco parole, ma ho la pelle cosciente e digrignata di stenti.

Potessi toccarla la rabbia che sento.

94. Rinascere a marzo

Certe mattine ti svegli e, senza troppe domande, decidi d’indossarti nella tua interezza. Butti giù i piedi e, più che capire, senti che è il momento di fare sul serio. Svestire la collera, le altrui aspettative, non risparmiarne un’ombra, neanche il minimo velo. Cambiare serrature più volte oleate, riparare gli stipiti consumati dal tempo. Cancellare numeri, ripartire da zero e sorprenderti di come subito sia tutto più semplice.

La coerenza talvolta è il miglior contropiede e lo vedi sul volto di chi si ferma e all’improvviso ti chiede: perché? Persone a cui piace giocar di rimbalzo, farsi rincorrere l’ego, e nell’ebbrezza confondono nome e lo chiamano amore. Poi, succede che un giorno chi le insegue perde il passo o finisce il fiato, e all’improvviso queste si girano, sentendo le spalle scoperte, e tornano indietro.

Marzo allo specchio mi ha biasimato sommesso. Porto i solchi di un campo arato dagli anni, il fondo riarso e non ho saputo nasconderlo. Dice che è troppo presto, che dovrei arrendermi al tempo come fossi a maggese. La primavera è ancora di là da venire e dalla fretta, si sa, non nasce mai niente.

Darò ascolto ai suoi buoni consigli, riconoscendo che nella smania di rimuover la tara, spesso dimentico che le vere zavorre si sommano altrove. Torno a riprendermi il tempo e lo spazio, a coltivare il silenzio, per ricordarmi che quando sono in balia non è mai colpa del vento.

93. Febbraio contro

Febbraio è il mese delle assenze, delle stelle che si spengono e tu che fai finta di niente, mentre il calendario è lì a ricordarti quanti sono gli anni di buio. È l’insieme dei giorni e degli abbracci mai tornati, dei sorrisi mutati in un ghigno, del cielo che tocchi con un dito e poi riversi nel pianto. E al mattino cominci a raccontare di nuovo una storia, ogni volta diversa, ma la verità è che non hai più parole perché non si misura l’assenza di luce.

Febbraio scorre nelle gambe irrequiete, mentre siedi e ripensi a quello che hai visto e non vorresti sapere. Come una voce inaspettatamente bambina, che in preda all’emozione si scusa e non sa bene che dire. Come quelle labbra che, una volta baciate, t’inseguono ovunque e non sai più in che modo nasconderle. Una somma di zeri e solitudini prime, di amori fugaci e interruttori veloci, di scie inesorabili che dicono di spegnere. Per lasciare spazio a cronologie sommesse intrise di niente.

Sono i giorni in cui tra le mani riprendo uno zaino, lo stesso che nove anni fa misi via con rabbia, e mi fermo a guardarlo vuoto e pieno di polvere, per ricordarne le cerniere mai chiuse, i sigari, i libri e l’universo dentro. Il suo sorriso quando mi dicevo satolla, i piedi piatti e il passo ondeggiante, i fotogrammi di certe espressioni e un letto ormai grande per un corpo solo ed esile.

Credo saresti fiero di noi, di come abbiamo saputo tenerci vicini. Penso che spesso mi avresti difeso. A volte dipingo l’immagine di te, solo dall’altra parte del mondo. Provo a sentire gli odori e i colori che ti hanno incontrato lungo la strada. Intuisco un pensiero fisso e costante verso qualcuno a te lontano e mi chiedo in quale preciso momento abbia deciso di romperlo, dove abbia trovato la forza e la disperazione per farlo. Immagino lo spavento e la frenesia ultimi e mi chiedo cosa abbia provato saltando nel vuoto. Penso a cosa sia stato di tutto l’amore, perché non sia bastato a sorreggerti in volo.

Almeno in parte il tempo dimentica e sento che non c’è odio adesso, non più, ma solo affetto e nostalgia inconsolabili. L’unica cosa per cui forse non potrò mai perdonarti è la prima volta in cui l’ho vista piangere, china ad abbracciare il legno e quello che restava di te nel tuo giaciglio. Le rughe che non aveva mai avuto prima, le notti insonni, gli incubi e tutto ciò che ha trangugiato per cacciarli.

Passano gli anni e parte di me non si è ancora data per vinta. A volte per strada ho sperato, confondendoti nelle sagome altrui. Puntualmente l’illusione s’infrange, ma ogni tanto mi piace pensare che tu l’abbia fatta in barba a tutti e ora te ne stia sdraiato in riva al tuo angolo di paradiso. Il sigaro acceso, i ray-ban a specchio e un libro aperto fra le mani.

Marzo è alle porte e senza te dà il via a un nuovo giro di giostra. Ti auguro il sole, il vento nei capelli, il profumo del sale e tutta la pace.