57. Wish

E dopo un buongiorno tanto intenso quanto inaspettato, dopo una domenica da favola passata a cavallo del vento, intrecciando gesti con due occhi che, mai l’avrei detto, sanno rapire… Come se tutto questo non bastasse, una vecchia porta che si riapre. La luce fende l’oscurità pian piano, così sottovoce che il cuore riprende a battere senza correre il rischio di scoppiare.

Una voce dissolve l’etere ed il desiderio che flebile si riaccende.

 

"Ti aspetto nel mio regno", le disse il Principe.

 

E fu così che la piccola cenerentola alzò lo sguardo, e scorse di nuovo i suoi sogni nuotare nell’aria.

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44. Wish

Ci sono periodi in cui gli oscuri giochi del destino ti legano ai fili di una vita altrui. Priva di una spiegazione, senza un motivo concreto, ti ritrovi a cavallo tra la tua realtà e quella di qualcun altro senza neanche averlo chiesto. Semplicemente, hai risposto ad un invito ricevuto all’improvviso. Facendoti piccola, sei entrata in punta di piedi attraverso una porta e, dopo un’accoglienza con mille feste, ora ti ritrovi da sola in una grande casa vuota.

 

C’è un particolare momento della giornata in cui, anche involontariamente, il mio pensiero vola altrove e ripete lento i gesti di una quotidianità che non conosce.

 

Le lancette dell’orologio terminano un altro giro e ci si ritaglia uno dei rari momenti di pausa dal lavoro. Le chiavi di casa restano sulla scrivania, tanto dopo si torna indietro. Giusto il telefono, il giubbotto e via, verso mille saluti, altrettante adulazioni ed un mondo fatto in buona parte d’ipocrisia.

 

C’è un luogo chiamato Desiderio dove il bianco candore dei mobili è attutito da luci soffuse. Cuscini morbidi, tovaglie lunghe fino ai piedi e mille voci in sottofondo. 

Lui si farà strada fra innumerevoli sorrisi con lo charme e la sicurezza che solo un principe può avere. Lei lo seguirà quasi stordita da tanto bagliore, si farà piccola, ma sederà nobile.

Si scambieranno così un po’ di vita, tra due coppe di nero d’Avola e del buon cibo portato alle labbra con le dita.

 

Ed il tempo che corre come se tutto non dovesse mai finire, con quegli occhi che, sorridendo, sembrano porgere una limpidità riservata a pochi.

E si sente onorata, lei, piccola cenerentola senza pretese.

 

Arriva poi il momento di tornare indietro.

Escono sotto braccio, portandosi via un po’ di desiderio per mano, per dirigersi in un altro luogo chiamato etere.

Le luci lì sono meno soffuse, l’aria intorno non è più pregna dello stesso candore. Il parquet sotto i piedi crepita ad ogni passo ed ogni cosa è magica.

 

"Benvenuta nel mio regno"

 

E la notte prosegue avvolgendoli nel suo lato più profondo, l‘altro lato, fatto di mani fra i capelli e sguardi attraverso un vetro.

E si sente onorata, lei, piccola principessa della notte. Ma respira a fondo perché sa che non potrà durare.

Così trascorrono le ore, una canzone dietro l’altra, fino a che i piatti non si fermano. I dischi tornano nelle loro copertine, i microfoni si spengono e le lancette segnano l’inizio di un nuovo giorno.

 

"Vieni con me. Ti riporto a casa"

 

Salgono in carrozza e corrono via fra le luci della notte. Respira a fondo la principessa, sa che sta per tornare nella sua bolla di sapone, mentre i cavalli instancabili galoppano fieri nell’oscurità.

Arrivano al portone, la principessa sorride e scende. E, varcata la soglia, torna alla vita di sempre, una semplice cenerentola.

 

C’è un particolare momento che aspetto per tutta la giornata. Al calare delle tenebre mi disconnetto dal mondo e mi preparo a rientrare nell’etere. Accendo l’oscurità con tremule candele, smetto di fare qualsiasi cosa e torno con la mente in quel castello.

Non c’è più il suo padrone, non si fa vedere, ma basta il suono della sua voce ad infondere calore. E tutto torna ad accendersi, il candore bianco dei mobili e le luci soffuse. La magia pervade ogni cosa, lo scintillio negli occhi riprende vita.

 

E verrebbe da cercar risposta a mille domande, ma è meglio restare immobile.

Preferisco tornare, in silenzio, in quel posto chiamato Desiderio.

 

41.

Sono trascorsi giorni, si sono susseguite notti. Sempre in coma vigile o tutt’al più in dormiveglia.

Sono passata di qui diverse volte, a leggere di me e di voi, ma non ho mai avuto la forza e la voglia di scrivere. Chiedo venia per non aver risposto a messaggi e commenti, ma a tratti il dolore è stato troppo forte e sono tuttora concentrata nel tentativo di sopravvivere.

Per carità, la scelta è stata mia ed è giusto che ne assuma la responsabilità. Ma ora più che mai, mi rendo conto di cosa significhi affrontare il peso delle proprie azioni e cercare di cambiare in meglio, rimanendo tutta d’un pezzo. Evidentemente questo è quel che vuol dire crescere e so che sarà ancora lunga e soprattutto dura, ma se servirà a trovare me stessa e i miei equilibri, allora ben venga.

Per ora la sola certezza è quella di aver imboccato la giusta direzione e non voler tornare indietro, ma momenti e stati d’animo si alternano come fossi su un’altalena, e mai come in questo istante vorrei semplicemente poter rallentare e scendere. Non faccio che oscillare tra attimi di felicità estrema ed altri di totale tristezza. Nel mezzo, unica ed incolmabile, la sensazione di ritrovarmi senza appigli in terra di nessuno. 

Spesso penso a come sarà il futuro, a quale sarà la mia strada e spero con tutta me stessa che la libertà sia diversa… Di serata in serata, una carrozza dopo l’altra, come una piccola cenerentola, non faccio che lasciare le mie scarpette ovunque. Ma cosa resta di tante notti fiabesche e follie da capogiro? Gli avanzi di una cena, lenzuola disfatte, treni che partono e vuoti silenzi.

L’intensità dell’istante svanisce lasciando fra le mani poco più che ricordi sbiaditi. Il sipario scende, gli applausi s’interrompono e sul pavimento dell’anima zucche in frantumi, come unico resto di tanti fasti e del trucco di scena.

Le luci si spengono, la giostra si ferma. Ed io che, un tiro di vuoto dietro l’altro, resto, incolmabile, in attesa del prossimo giro.

 

 

10 gennaio 2009

Un altro giorno in terra di nessuno, seduta in una sala d’attesa nel non luogo per eccellenza. Sospesa in transito tra un mondo e mille altri, dissolta nell’istante immobile che separa l’atterraggio da un nuovo decollo. Passaporto pronto per le infinite mete del divenire, ma ancora troppo disorientata nel profondo, apolide nel corpo e nello spirito.

Preferirei quasi rimandare, rimanere ancora in volo. Vorrei continuare a star via, uno scalo dietro l’altro, osservare curiosa di che colore siano le strade del mondo e rifugiarmi nei racconti degli altri viandanti. Ma non è chiedendo asilo nelle vite altrui, che troverò il sentiero che porta a casa. Qualcuno m’insegna che il vero viaggio è avere anche un luogo in cui tornare, ed è giunto per me il momento di ricostruirne uno da zero.

Nelle scorse settimane il malessere era diventato tale, che sono fuggita dall’altra parte del mondo per non lasciarmi sopraffare dal delirio. Nel mio amato Oriente ho ritrovato dopo tanto la pace. Appena scesa dall’aereo ho smesso di pensare e ho ripreso a respirare, battere, vivere. I giorni sono passati così lenti e densi, che mi sembra d’esser stata via una vita. Lontana dalle solite frenesie, dai conti alla rovescia verso fugaci mete sterili. Sola con me stessa, in completa e dolce balia del mondo.

Ed ora che sono sul volo di ritorno, mi ritrovo quasi in preda al panico. I pensieri riprendono a girare in circolo, il respiro si fa pesante e il sonno torna a mancare. Ho paura di tornare ad essere vittima della solita follia, belva isterica fra le sbarre del nervosismo quotidiano.

Davanti agli occhi mi si prospetta un intero anno da affrontare e ho già provato sulla pelle quanto ciò sarà difficile. Al solo pensiero mi vien male. La mia non vita, l’assenza di quotidianità e di aria di casa, mi fan paura, ma lo devo fare. Troppi pensieri nella testa, ma nel cuore vuoto e niente. Devo trovare il coraggio di afferrarmi con due mani, di scuotermi e ripartire. Il terrore mi congela, ma lo devo affrontare.

Respiro a fondo con fatica e mi ripeto, poco convinta, che andrà tutto bene. Che è solo questione di tempo, che devo perdonarmi e riprendere ad amare me stessa e il mondo. Che prima o poi mi sveglierò dal torpore, che dopo il buio arriva sempre la luce. Respiro e penso che infondo tutto questo dolore sia anche normale. Respiro e ho paura, ma cerco di non tremare.

Così, oggi torno indietro. Più per costrizione, lo ammetto. Prenderò in mano secchio e cazzuola e comincerò dalle fondamenta. Un mattone dopo l’altro, mi sporcherò la pelle di fango, ma impasterò insieme gli odori ed i sapori d’Oriente e ne farò cemento. Ci metterò tutta la calma del mondo, sarà un lavoro lento, ma lo farò con amore e cura estremi. E colorerò poi le pareti d’arcobaleno, toglierò dagli angoli la polvere e spalancherò ogni finestra, perché entrino sempre aria a luce.

Oggi è per me un nuovo giorno, la prima pagina di un grande capitolo, e la sola cosa che so fare è balbettare confusa con orrore. Che il sorriso delle persone care mi dia la forza e mi guidi per mano verso un nuovo splendore. Che presto ogni cosa torni ad essere illuminata e che il mio atavico amore per la vita riprenda a girare caldo in circolo.

10 gennaio 2009, giorno zero. Auguro di cuore un buon anno a tutti.

15. La principessa del cantiere

Iniziamo bene! Alle 8 meno qualche minuto, mentre ero ancora in piena tazza di caffè e alla seconda fetta di pane e marmellata (il che vuol dire a metà esatta della mia colazione, ergo, ancora mezza addormentata, il che a sua volta si traduce in "guai a voi se m’interrompete proprio ora perché potrei scatenare l’inferno!"), irrompono i muratori sul pianerottolo. Immediato parte un moto di sclero ("Perché c***o mai devono rifarle ste persiane?! Non sono mica così rovinate! Giusto per rompere le balle con i soliti rumori molesti e chili di polvere e sporcizia varia"), ma cerco subito di riprendermi: "Respira Lò, respira che non è niente. Ancora mezza tazza, un fetta, uno yogurt ed hai finito! Poi con molta calma, continuando a tener a bada la respirazione, molli tutto in cucina (se proprio non li sopporti sti muratori – che poverini dovranno lavorare anche loro – oggi ti concedo anche di non lavare la tazza dai!) e te ne vai dritta in bagno. Finisci di lavarti e truccarti, poi via e non ci pensi più. Niente rumori molesti, niente polvere… Vedrai che questa sera al ritorno avranno pensato a tutto le signore delle pulizie (poverine!), e se ti va bene, magari capita l’occasione di mangiare un piatto di spaghetti al pomodoro e basilico o di sorseggiare un caffè in compagnia (ammesso che il tuo cavolo di grillo sparlante ti permetta di accettare l’eventuale invito…" Insomma, sulla scia di questi sproloqui (Dio, ma sono messa così male?!) riesco a mantenere le briglie della mia situazione mentale ed emotiva (delicatissima al mattino) e continuo a fare le mie cose in maniera normale. In circa 20 minuti sono pronta per uscire, apro la porta e metto piede… Su un mucchio di polvere e sporcizia. I pantaloni del tailleur, i miei preferiti (quelli che mi stanno da Dio, che mi fanno un bel sedere e soprattutto – aspetto di massimo rilievo in questo momento – toccano terra), si sporcano all’istante. "Ma porca miseria, proprio qui dovevate accumularle le vostre schifezze?! Esattamente davanti alla mia porta?! Secondo me neanche l’uomo di Neanderthal disperdeva i suoi rifiuti a meno di 2 metri di distanza dall’ingresso della sua caverna. Siete proprio intelligenti!" Respiro ancora, tento di darmi una spolverata con le mani (troppo tardi per cambiarmi) e saluto con fare stizzito gli ominidi davanti all’ingresso. Subito questi mi danno il buongiorno in una lingua con una cadenza e un accento indecifrabili. Uno di loro, presumibilmente il capo tribù, prende a spiegarmi cosa, come e in quanto debbano farlo, mentre gli altri emettono suoni incomprensibili che paiono avere per oggetto il mio aspetto fisico. Cerco d’ignorare la cosa, tanto più che il mio vero problema è come arrivare alle scale intonsa, o meglio senza macchia, e sudare il meno possibile, quando vedo la piantina (la MIA AMATA piantina) piegata sotto il peso del cavo di uno dei loro strumenti. "Oddio mi sento male!" …Il capo tribù che continua a parlare a raffica in sotto fondo, gli altri 2 trogloditi che schiamazzano, la vista che si annebbia per la rabbia… In tutto questo colgo una sola frase il cui significato tradotto il linguaggio compiuto era: "E certo che ti sporchi! Se vuoi girare come un principessa in un cantiere!". Al che… Boh, al che non ricordo più nulla… Credo di aver gridato insulti a destra e manca per 4 minuti ininterrotti. Tutto quello che ricordo è di aver concluso con "Perché siete degli incompetenti ed ora che arrivo in ufficio chiamo l’amministratore e gli faccio un culo tanto!", e dopodichè le loro faccie attonite.
Per carità, io avevo ragione, ma per ridurli così mi sa che sono proprio partita un po’ per la tangente e temo di aver gridato le peggio cose. Purtroppo però le condizioni sono quelle. Primo, non rompermi durante la colazione. Secondo, se rovini i miei vestiti giuro che ti uccido. Terzo, fai del male alla MIA piantina e sei morto uguale. Spero solo al mio ritorno di trovare al suo posto il vaso di basilico (quello non è mio ma ci sono affezionata lo stesso), altrimenti vado a cercarli ovunque essi siano e gli faccio vedere che cosa ti combina una vera principessa nel cantiere.