78. Annaspando

Urlano i piccoli silenzi

più del silenzio della montagna,

giungono negli spazi siderali

più potenti di un grido:

i perdoni non concessi

i conforti negati

la scomparsa di un bimbo

i dolori sepolti

i segreti sepolti.

E ruotano intorno alle nostre vite,

neri satelliti che cerchiamo d’ignorare.

 

Anna Maria Angelini Chiarvetto – Piccoli silenzi

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77. Murature d’esistenza

E’ qui che dovremmo vivere

nascosti

tra le gradazioni del verde


qui dove le case cadono

a pezzi, i cani ringhiano

prima dei temporali

e i gatti si gettano dai tetti

con un tonfo che ci sveglia

nel cuore della notte.


Nei fine settimana

cancelliamo i nomi di tutte le vie

per inventarci una vita diversa,

e fingere di incontrarci

per caso ad ogni svolta,

ogni incrocio


come gente appena tornata

da chissà quale paese,

gente che non si vedeva

da anni,


che chiede come stanno

anche i parenti più

lontani

 

Agostino Cornali – Questo spazio può essere nostro

 

Leggevo queste parole poco fa, durante il pranzo, in uno di quei giorni a radio spenta per acquietare l’animo e ritrovare il silenzio. Vagando scalza fra stanze di legno ed ovatta, in questa enorme casa che non è mai abbastanza. Dove le finestre filtrano troppo la luce, le intercapedini non sanno isolare e lo scrosciare dell’acqua nei tubi fischia l’inizio della quotidiana battaglia. E’ in luoghi come questo che ti rendi conto di come le cose restino semplici cose, quando non si prova gratitudine e non se ne sa godere, e realizzi che non te ne fai niente del giardino se non puoi calpestarlo indisturbato, che non c’è divertimento a tuffarsi nell’acqua badando che il cloro non bruci l’erba… Piccoli frangenti di vita comune, in cui ampie metrature si trasformano in murature, e si gioca un po’ al gatto e al topo o guardie e ladri, gli uni intenti a ergere le proprie barriere, gli altri imperterriti nell’oltrepassarle.

Così m’interrogo, mentre mi ascolto: se non è questo che vuoi te ne puoi sempre andare. E pronta rispondo che andarmene non è quello che voglio, io qui sto bene, la casa mi piace. E poi un altro trasloco, con quello che comporta, proprio ora che germoglio radici, potrei non sopportarlo. Le cose van meglio, queste pareti le sento sempre più mie, e quando alla sera Lui torna è tutta un’altra storia. E’ come se all’improvviso arrivasse il weekend e "cancellassimo il nome di tutte le vie per inventarci una vita diversa". Solo che nel mezzo, in quell’eterno e insipido mezzo, cosa faccio? Le mie abitudini le sto ricostruendo pian piano e dopo pochi mesi sono già a buon punto, ma non posso continuare a riempire ogni attimo solo per sfuggire a ciò che poi si rivela inesorabile, non posso passare fuori le mie giornate perché in casa non trovo pace.

Credevo che la mia idea fosse un buon punto di partenza, venirsi incontro con moderata ma sentita condivisione. Solo che forse dall’altra parte non è così che si ragiona: la condivisione resta formale e viene imposta, e l’età e la malattia diventano buoni pretesti per esigere e non ascoltare. Ma io e la formalità non siamo mai andate d’accordo, almeno non tra le mura domestiche, perché per me casa è libertà, quiete, riposo. Poi fuori posso giocare con qualsiasi facciata, montare e smontare le circostanze come fossero prefabbricati, ma dentro casa no, non sarebbe vita.

Così, per ora proseguo indossando il miglior viso a seconda del gioco, ma in fondo allo stomaco resta sempre una punta d’amaro nel vedere la stima sgretolarsi giorno dopo giorno. E un po’ mi arrabbio per le notti nervose, che passano mulinando gli stessi sogni e gli stessi pensieri, impastati con la sensazione di maledetta incombenza che non mi lascia sola nemmeno a volerlo. Un po’ mi rimbrotto perché sono la solita, che prende la cose troppo a cuore e non riesce mai a scrollarsele dalle spalle, che non sa buttar giù il telefono o chiudere la porta a metà conversazione, anche quando chi è all’altro capo usa l’incuranza come soldo contante. E poi mi sgrido perché infondo so che se recalcitrassi meno e non ponessi questioni, sarei già a metà dell’opera. Ma non ce la faccio e salto su come una iena quando si viene a ficcare il naso nella mia tana, e questo evidentemente per me basta a generare intolleranza. In fin dei conti non ho tutti i torti, di questo sono sicura.

Mi spiace solo che l’oggetto di tanta insofferenza siano delle persone per Lui importanti, i suoi genitori, e spesso sono convinta che l’errore sia stato anche suo, nel non fare sufficientemente da cuscinetto. Voglio dire, anche i miei hanno le loro fisime, ma non mi sognerei mai di lasciare qualcun altro in loro completa balia. E non si sognino di trattarmi come fossi loro figlia, perché non ne hanno il diritto e, sarò pur di docile apparenza, ma i piedi in testa non me li hanno mai messi nemmeno i miei. Che diavolo di genitorialità è parlare in tono coercitivo e verbi all’infinito, nei confronti di un figlio che al contrario indulge e cerca d’essere comprensivo? Forse non posso capire semplicemente perché veniamo da famiglie molto diverse e comunque non ho il diritto di dire quale sia la migliore e quale la peggiore. Sta di fatto che i cordoni mal recisi non mi sono mai piaciuti e sarà per questo che, ogni tanto, provo quasi un po’ di sollievo nell’aprire alcune stanze e vedere alcuni degli scatoloni del trasloco, quei pochi rimasti, che aspettano ancora di essere sistemati.

 

Post scriptum

 

A onor del vero, l’amato vero di cui faccio sempre bandiera (o almeno ci provo), credo sia giusto aggiungere che in questa situazione non è tutto nero, come forse si potrebbe pensare. Ci sono anche il bianco e mille sprazzi di colore, ci sono aspetti positivi, momenti di gioia e slanci di sincero affetto. Affetto forse troppo morboso e invadente per i miei gusti, ma ringraziamo il cielo che ci sia.

E poi, per amor di cronaca, giusto per dare un senso all’incipit poetico, mi pare doveroso completare il dipinto e renderne in toto ciò che avevo in mente. In un momento contro e introverso come questo, le riflessioni postprandiali mi hanno portata a ricoprire di tinte scure anche la sfera di coppia, quella vera, che riguarda me e Lui, genitori esclusi. Eccomi, allora, accusare le quotidiane assenze per impegni, il ritardo da un lavoro fagocitante, la stanchezza serale che non da spazio all’intimità e all’intensità che vorremmo, il tempo che scandisce i nostri giorni senza spesso renderci giustizia… Come non ritrovarmi, dunque, nella sensazione d’evasione che aleggia fra le righe di questa poesia, in qualche modo ritratto della settimana tipo.

Riflettevo appunto su tutto questo, persa nei vorticosi giri del pessimismo cosmico, quando dalla finestra ha irrotto un assordante concerto di clacson fermi al semaforo. Infastidita, mi sono chiesta che diavolo avessero da suonare, in uno stupido giorno infrasettimanale che vede l’Italia ormai lontana dai campi di calcio del Sud Africa… Alla fine, sconfitta la pigrizia che mi teneva incollata alla sedia, è stata una bella sorpresa far capolino dal tetto e vedere in testa alle auto in coda una coppia di sposi a cavalcioni di una vespa. Quasi un segno del cielo, una carezza dell’estate, che dolcemente mi ha riportata al pensiero di noi, al nostro amore, alla felicità, al desiderio di un futuro non troppo lontano.

Depongo così l’ascia di guerra e la lascio sul tetto, almeno per oggi. Guastarsi l’umore decisamente non vale. Finché si è in due ci si sceglie ogni giorno e non solo nei weekend, farei bene a ricordarlo più spesso. Per cui oggi e giovedì e ho tutte la ragioni per mettermela via, corrergli incontro e tornare a sorridere.

65. Candide, ovvero l’ottimismo.

Sono un po’ stanca, sinceramente. Lo dico in tono tranquillo, ma piuttosto serio.

Di ritrovarmi a fare ogni giorno il settequaranta con la mia coscienza. Di rimbalzare, come un’apolide in gommone, tra le spiagge del mio cuore e le coste dei giudizi altrui. Di dover raccontare le cose a metà, solo perché tanta gioia, se non dovutamente filtrata, procura fastidio.

La mia non vuol essere presunzione, non ho mai detto d’esser convinta del lieto fine in fondo alla mia strada. Ma fa male fermarsi a sognare guardando vestiti per bambini, vedere il proprio sorriso riflesso sulla vetrina, e ricordarsi all’istante che non sarebbe lo stesso sul viso di molte amiche. E’ un po’ uno strazio iniziare ad immaginare l’abito da sposa e non raccontarlo, per non sentirsi dire "ma cosa ti sei messa in testa?!" o vedersi dare la ragione degli scemi.

 

Perché la vita è fatta di cifre. Il numero di esami che ti mancano, il numero di anni che (ancora non) hai, gli zeri nel conto in banca e l’ammontare dello stipendio mensile. L’importante è essere un numero intero, perché se sei un decimale o un frazionario, ci dispiace ma non ti accettiamo. E spesso ho l’impressione che di spazio non ce ne sia nemmeno per me, che sono sempre stata a metà, con tanto di più e meno davanti, virgola in mezzo, e periodico alla fine.

A metà tra un anno accademico e il successivo, perché nata agli ultimi dell’anno e spesso condiderata, quindi, ultima ruota del carro.

Nell’innesto tra una razza e l’altra. Dispregiativamente, prima, e per consuetudine, poi, chiamata negretta o mulatta dagli amici di sempre. Gli stessi che oggi non guardano che nel loro orto, votano Voldemort, plaudono il carroccio e con orgoglio ma poca cognizione, professano il razzismo. Precisando, però: "con te è diverso, perché tu sei una di noi". Quando si dice la coerenza…

 

A cavallo tra tra una vita e l’altra, con la valigia sempre pronta. Avevo 5 anni quando la mia esistenza ha preso a seguire le disposizioni del giudice dei minori, quando ho cominciato a spostarmi quotidianamente da una casa all’altra a seconda dell’ora e del giorno della settimana.

Sarà per questo che ho solo da poco superato il panico da bagaglio.

Alle 9 di sera il destino gridava tana libera tutti ed era la fine dei giochi. Raccoglievo libri e quaderni e si tornava indietro. E Dio solo sa quanto ho pianto di notte nel letto, semplicemente perché avrei voluto giocare ancora, senza dover guardare l’orologio.

Per sopravvivere, nei lunghi anni di belligeranza genitoriale, ho affinato l’arte della diplomazia e della dissimulazione. Sempre composta, ben educata, mai ad alta voce né bruscamente o con presunzione. Appresi anche il dono della trasparenza, per non suscitare gli animi. Perché ai grandi era dato gridare, mentre per me lo sfogo non era contemplato. Non potendo vomitare quel che avevo dentro, imparai, dunque, a soffocare la bile mangiando. Cosa continuata, poi, negli anni della maturità, quando non potendo stare dietro a 3 esistenze contemporaneamente, decisi di far fuori la mia per dedicarmi quasi esclusivamente alle altre 2: i dolori di mia madre e gli egoismi di mio padre. Io, che senza saperlo ero l’ancella dell’accondiscendenza, non immaginavo che avrei impiegato un paio di decenni per tornare a dire al mondo: "no, adesso non mi va".

 

Ed è forse anche grazie a questa vita di clausura (per citare di nuovo gli amici di sempre), che nei doveri sono sempre andata bene e dritta come un fuso… "Ma che brava che sei, e che voti che hai"… Ora che però ho deciso di allentare un attimo e respirare a ritmi più umani, tutti giù a chiedermi "cosa t’è successo? Non è da te. Mi raccomando non perderti". Sia mai che le convenzioni smettano di scandirti la vita! E, di nuovo, quando si dice la coerenza…

 

E non è mai stato da me lamentarmi. Tra le tante cose che mi hanno insegnato, c’è quella di sminuire i dolori e i problemi, ché c’è sempre chi sta peggio. Ma oggi, dopo tanto, avevo voglia di sfogarmi. Perché non c’è cosa peggiore che spendere se stessi laddove, per sventura ma anche un po’ per scelta, si è rinunciato a dispensare sorrisi. Va bene le lacrime, ma almeno piangiamo quando ce n’è motivo. E, invece, tutti dietro allo sport nazionale della lamentela gratuita…

Vorrei gridarlo a questo mondo un sonoro vaffanculo, anche se limitandomi a farlo da qui, quando in realtà dovrei salire sul tetto di casa, nuda e col megafono. Che dei numeri primi io non so che cazzo farmene, così come dei disegni di vita ragionati e ragionevoli, delle giuste regole e dei buoni costumi. Perché fuori l’esistenza sarà pur grama, ma in cuore ho una felicità così sfacciata da far invidia. E’ proprio questo il punto.

E se ogni volta che mi si rivolge parola sorrido, non è perché vada tutto bene. Non va mai tutto bene. Vivo contro tempo, perché mi sono sempre sentita in ritardo, ed ora si aggiungono sogni per i quali l’opinione comune mi stima addirittura in anticipo. Mi guardo allo specchio e 2 volte su 3 mi faccio schifo. Non ho nessuna certezza di quel che farò domani e di come ci arriverò. Eppure non mi compiango nè mi presento col grugno. Perché se c’è una cosa che la maggior parte della gente non ha ancora capito, è che il sorriso è l’unica chiave, il solo investimento, ed unico dono. E senza alcun costo. Ma come dicevamo prima, si sa, se non sei quantificabile in numeri, cifre e tanti zeri, inutile perder tempo. Si volta pagina e avanti il prossimo.

Dunque, voltate pure la mia di pagina. Basta leggere la mia storia, se di così poco conto. Che io intanto son convinta che tra un sogno infranto ed una speranza rinata, in un modo o nell’altro lo troverò il mio posto nel mondo. Lacrima dopo lacrima, sorriso dopo sorriso.

17. A volte ritornano

Ed eccoci qui, non è passata neanche una settimana che ci risiamo. Questo posto comincia di nuovo a starmi stretto.
Indubbiamente sarà anche la pressione degli impegni, comunque tutto quello che so è che mi aggiro per queste quattro mura con un umore peggiore di quello di una belva in gabbia. Stanca di vedere il tuo volto e le sue ridicole espressioni. Stufa di sentirmi interrotta continuamente dalla tue idiozie, di sentire il suono della tua voce ed i continui fracassi domestici di goffo elefante in un negozio di cristalli. Insofferente al tuo modo di vivere, irritata dalla tua tardività nel capire le cose. So solo che in questi giorni sono così stanca da non riuscire a prendermi cura di me; figuriamoci se posso starti dietro in mille opere di beneficienza. Fottiti! Sei l’unica persona sulla faccia della terra che m’ispira una violenza e un’indolenza al limite del criminale. Come vorrei che tu sparissi inghiottita dal nulla!