51. Insubordinazione ormonale

Se la notte prima di dormire mi rigiro sospirando fra le lenzuola, ci sarà un perché. Se ultimamente il mio ventre pulsa ed il mio "basso" radar è acceso, ci sarà una spiegazione. Se in giro, più che camminare, sfarfallo; se io (che di solito tiro dritto in occhiali da sole) per strada pianto radiograficamente gli occhi in quelli dei passanti di sesso maschile, ci sarà una ragione. Se in pausa caffè sono più prodiga di sorrisi e meglio disposta a due chiacchiere ulteriori, se passeggiando con le amiche rido più sguaiata di una tredicenne, se…

Se oggi in conferenza, anziché seguire l’interessante discorso del relatore, ero persa nei miei cazzi (e che cazzi!), ci sarà uno stracazzo di motivo (perdonatemi la ridondanza).

Eppure, pare che se non esponga un cartello, le persone intorno non capiscano. O meglio, tutte meno che i possibili interessati.

Cosa succede? Succede che vengo fuori da anni di austerity, di performance nel letto di basso profilo. Succede che prima dovevo esser fedele ed ora sono pericolosamente ed euforicamente sfidanzata.

Succede che il solo bello (im)possibile trovato per strada negli ultimi mesi, mi abbia piacevolmente sollazzata in una camera d’albergo e poi lasciata a metà. O quasi.

Succede che è troppo che non batto e il chiodo sta diventando fisso.

Mai come in questo momento vorrei gettarmi nel letto del primo uomo aitante incontrato per strada. E invece…

Invece, c’è quello che si perde troppo nelle moine, l’altro che potrebbe andare, mai poi si rivela peggio di un adolescente imbranato. Per non parlare di quello che si perde e basta.

Cosa devo fare, scrivermelo a caratteri cubitali in fronte o sulle tette che madre natura non mi ha donato? Vo-glio-sco-pa-re ! ! !

Non chiedo molto. Basta rientrare nei miei gusti, neanche troppo difficili (in questo momento poi meno del solito, visto lo stato di necessità). Nessun impegno, pochi preamboli (ma i preliminari, quelli sì). Toglietevi dalla testa anelli di fidanzamento (ne ho avuti un paio e ora non so più che farmene), tira e molla, vacanze coi vostri nella casa al mare (a meno che non siano per fornicare tutto il tempo nella stanza accanto). E, soprattutto, zero domande. Mi avete scocciato con le richieste di permesso: agite e basta!

Sono qui, non vedete? Voglio semplicemente essere ribaltata come un calzino. Avete il mio beneplacito per far di me ciò che volete. Il permesso per sedurmi e poi abbandonarmi il giorno dopo sotto le lenzuola. Non pretendo neanche la colazione a letto, quella me la godo di più da sola.

Dove sono finiti gli uomini, quelli veri? E’ giunta l’ora di tirar fuori le palle, miei cari. E non solo in senso lato.

 

Perdonatemi termini e toni, ma diversamente non renderebbero e l’ormone insubordinato in questo momento non perdona.

[E fu così che anche la Lolla decise di censurare il suo blog, causa contenuti palesemente espliciti.]

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37. Awake

Oddio, cosa mi hai fatto? Tre ore che giro nel letto e mi sembra d’impazzire. Non riesco a dormire, non riesco a sognare. Non faccio che pensarti ed ho quasi dolore per le farfalle allo stomaco.

Sono lì che mi rigiro, sbuffo, sospiro… Accendo il cellulare nella vana speranza che tu m’abbia scritto ancora. E vorrei farlo io, vorrei dirti che mi hai stregata, presa, ossessa. So che poi forse crollerei in pace, ma mi trattengo dal farlo perché sarebbe un errore. L’occasione di dar seguito a qualcosa che non doveva neanche iniziare.

Dunque, nel bel mezzo della notte, vengo a scriverle qui le cose che ti vorrei dire. Le carezze che ti vorrei fare, i baci che ti vorrei dare… Sarà stata una cosa da niente, un capriccio, un abbaglio. Ma è già la terza notte che, per quegli occhi, quelle labbra e quella tua pelle, il sonno mi abbandona, mi mordo le mani e non trovo pace.

36. Imprevisti di viaggio

Ci sono cose che capitano quando meno te le aspetti. Ci sono situazioni che ti travolgono quando meno lo vorresti. Persone che incrociano il tuo cammino nel momento meno opportuno. Alle volte la cosa può irritare; altre, invece, può rivelarsi inaspettatamente piacevole. E in casi come questo, la cosa di cui più mi rammarico, è l’emergere del mio lato oscuro. Di quella parte di me che può restarsene assopita per eternità intere, ma che poi, riaffiorando, sa mostrarsi diabolica, corrotta e senza ritegno.

Forse però definirla così non è del tutto preciso, dipende dai punti di vista. E dal mio in realtà la cosa non fa poi molte pieghe: non a caso il mio motto è "sii sempre fedele a te stessa". Cioè a me stessa, e nessun altro.

 

Come scrivevo nella sinfonia del giorno, oggi sono partita per dirigermi a sud ovest. Luci e bagliori sembravano infrangere il cielo in quella direzione, ed io ho preso un treno al volo per cercare di trovare la via d’uscita all’ennesimo periodo buio.

Gli scompartimenti si riempiono fin dalla partenza, l’odore forte e fastidioso è il solito e nel corridoio c’è un cane che non la smette di guaire. Io però mi sento ben disposta e ho voglia di non curarmene: so che questo viaggio mi farà bene e l’arrivo è quello che conta.

Tempo una fermata e già annunciano il ritardo. Le ferrovie non si smentiscono mai, ma oggi non me ne curo.

La tipa davanti m’impedisce di allungare le gambe e continua a fissarmi con fare ebete, ma oggi, dai, non me ne curo.

Il via vai nel corridoio è intenso, la gente, non si sa perché, al telefono grida, non c’è molta pace, ma io metto su i Radiohead e non me ne curo.

Ad un certo punto degli schiamazzi alquanto fastidiosi iniziano a sopraffare persino la musica. Ragazzi dall’accento partenopeo mantengono alta la reputazione animosa del popolo campano, ed io all’improvviso realizzo d’essere sull’altro versante, di star viaggiando sulla costa opposta alla solita, e la cosa mi fa strano. In ogni caso, non sono mai stata un’amante dei dialoghi ad un livello acustico medio sopra il normale, ma comunque ho deciso che oggi non mi lascerò infastidire e non me ne curo.

E intanto il treno va. Passeggeri salgono, passeggeri scendono. Ho un po’ freddo, la tipa davanti mi ha provocato mal di schiena e mi duole anche un po’ la testa. Ma va bene, non me ne curo.

Il ritardo cresce sempre di più e perdo la cognizione del tempo. Ad un certo punto le voci partenopee si avvicinano e mi chiedono se sia libero. Io annuisco e mi chiedo perché i loro posti precedenti non andassero più bene. Il loro atteggiamento sornione mi insospettisce… Possibile che una con un vestitino attillato ed un paio di stivali non possa affacciarsi sul corridoio, che gli sfacciati di turno debbano subito appropinquarsi? Ma non fa niente, che apprezzino pure, in questo momento non me ne curo.

Poi fra loro noto un ragazzo in particolare. Molto alto, fisico statuario, viso e capelli splendidi. Ma non me ne curo.

Quel giubbottino di pelle però è carino! Fa molto biker ed io impazzisco per le moto. Ma va bè, dai, non me ne curo.

Certo che però, trovarne uno così figo che non cada nel fighetto non è semplice. Quella magliettina, quei pantaloni, le scarpe, gli occhiali da sole… Quella è classe! …"Ma tu Lo’ hai detto che non te ne curi, no?!" …Ancor più che Lui è lì che fa gli affari suoi… Come sempre, i provoloni sono quelli che non guarderesti nemmeno.

Dunque s’inizia con le chiacchiere di circostanza. Chiacchiere sfacciate, del tipo: "ma che ti frega dove scendo io! I fatti tuoi, no?!". Io però non me ne curo. E neanche Lui più di tanto.

Ad un certo punto tossisce e chiede all’amico di chiudere la porta. Io continuo a curarmi il minimo indispensabile delle futilità degli altri due e rispondo a meno domande possibili, lasciando l’onere agli altri passeggieri. Poi pian piano prende parte alla conversazione anche Lui. Io resto sempre schiva, ma non posso far a meno di buttargli gli occhi addosso di tanto in tanto.

Guarda te che tipo! Un incrocio tra Hugh Jackman e Chris O’Donnell… Notevole, davvero notevole.

Rivolge anche a me qualche domanda, ma rimaniamo sempre in atteggiamento di noncuranza.

Gli guardo le mani. Grandi. Le immagino sul mio viso e penso a come lo coprirebbero tutto.

Poi gli giro intorno con lo sguardo, continuo a non curarmene, ma Dio se è bello! Il corpo massiccio, esattamente come piace a me. Massiccio nell’ossatura, senza essere grasso né eccessivamente muscoloso. Semplicemente tanto, divinamente ingombrante, ma fatto splendidamente. Uno spettacolo.

L’incuranza inizia a farsi pura apparenza. Lui mi parla, mi guarda, ed è gentile. Imponente, ingombrante, ma magnificamente lieve e gentile. Io gli rispondo, bilancio la mimica, controllo lo slancio, ma la noncuranza si scioglie pian piano. E con la mia la sua.

Cos’è, è la porta chiusa che ha reso l’aria più calda? O sono gli ormoni che volano in circolo e hanno saturato l’ambiente?

Si fa più vicino, ma sarebbe meglio evitasse. Io lo ascolto, gli parlo, ma in realtà non posso staccargli gli occhi di dosso. Il pensiero corre veloce, senza freni e vergogna. Come fai a non pensare a quel che coprono i vestiti difronte ad un corpo così?

La noncuranza nel frattempo è andata a farsi fottere. Volano battute fra i tre e all’improvviso capisco che i due erano l’esca, io il pesce, Lui il pescatore. Come mi piacerebbe abboccare all’amo! Priva di ogni cura, penso a come sia dimenarsi su un corpo del genere… Dio, per favore, aprite quella porta e fate entrare aria sana!

Passiamo le ore che restano a raccontarci un po’ delle nostre vite. In modo semplice e superficiale. La realtà è che la sua presenza mi ha fatto perdere la ragione. La realtà è che sono bellissima, dice lui. Ma sempre con tutta la gentilezza e tenerezza del mondo.

Ad un certo punto mi chiede perché ho scelto di vivere dove vivo. Io biascico, ci giro intorno… "Lo studio, il lavoro"… E solo per ultimo, quasi contro voglia, tiro fuori V, il vero motivo.

A questo punto scatta l’allarme. Mi rendo conto che la sua presenza mi abbia presa in modo tale, che se mi facesse un cenno in direzione del bagno, questioni igieniche a parte, lo seguirei.

E cosa vogliamo dire di quella labbra? Se ci salutassimo con un bacio?

In tutto questo continuo a ripetermi che le occasioni, l’importante e non lasciarle creare… Che sono innamorata, fidanzata. Che sono cresciuta e sono una donna per bene.

Ma l’incuranza è ufficialmente deceduta e sopraggiunge trionfante il delirio. Maledetti ormoni!

La stazione d’arrivo si avvicina. Coincidenza scendiamo entrambi. Lui si offre per un passaggio… Mai come oggi ho detestato chi è venuto a prendermi!

Alla fine si congeda con gentilezza… "Dio mio, se sei bello!", penso io.

"Riparti anche tu domenica? Magari ci si rincontra… Ora scappo, bellissima, è stato un piacere!"

E mi lascia lì, con la valigia, un fischio assordante nelle orecchie, ed un orario. Maledetto!

E ora che faccio? Domenica prendo anch’io il treno delle 16:55?