82. Abbandoni

Dev’essere stato mentre ero bambina, nei pomeriggi o sul far della sera, quando alle 7 in punto guardavo l’orologio e pensavo con angoscia: "mancano solo due ore". O forse la domenica, giorno della malinconia, in cui abbracciavo papà e lo tenevo stretto, cercando di fare il pieno per la settimana a venire. Tutti i giorni così, li ricordo uno a uno, per un periodo lungo e lento, non so se davvero o nella memoria.

E la mamma, chissà com’era quando mi svegliavo cercandola? Correva subito ad accudirmi o mi lasciava piangere sola nel letto? Il ricordo di lei è spesso duro e implacabile, eppure poi gli anni ci hanno stretto in una fortissima simbiosi.

Dei miei insieme, invece, non ho memoria. La prima immagine che mi viene alla mente è di noi tre nell’ingresso di casa, loro gridavano forte e io non volevo ascoltare. Ci alternavamo in un balletto tra le due porte e in quei pochi fotogrammi vedo me con entrambi nell’atrio, me chiusa nello sgabuzzino, di nuovo me contesa tra le urla nell’atrio, e ancora me con la mamma sul pianerottolo. Ce ne stavamo andando, o meglio, lei se e stava andando, perché la possibilità di scegliere a me non l’ha mai data nessuno.

"E’ tutto normale, non c’è motivo di farne una tragedia": lo si è ripetuto così tante volte, che a un certo punto ho smesso di sapere se fosse una frase mia o sua. Così, sono venuta su credendo fosse naturale avere il timore dei bagagli, delle ore che giungono al termine, delle domeniche, dei risvegli da sola nel letto… Finalmente ho un lungo elenco di cose da chiedere, ma realizzo che ci sono circostanze le cui conseguenze sono quasi irrimediabili. Nel mentre il pomeriggio scorre seduto su questa sedia, come una caravella che naviga sola nell’oceano, non so bene se prima o dopo una tempesta.

Continuo a dirmi che io sono una persona autonoma e indipendente, ricca di sogni e altrettante risorse, e persevero nel tentativo di imparare ogni giorno come bastare a me stessa. Eppure poi torna il momento in cui i miei sforzi assumono una direzione involontaria ed opposta.

"Domani è lunedì, devi proprio andarci a lavoro? Perché non prendi qualche ora di permesso e ce ne stiamo stretti senza far niente? Dura sempre così poco la domenica… Sì, mi rendo conto, perdonami per la domanda sciocca. E’ che sarebbe carino farlo una volta ogni tanto… Si è fatto tardi, io domani rimango un po’ a letto, ma ti prego, non dimenticarti di salutarmi prima di andare."

 

Si annida un po’ lì, la paura dell’abbandono, ben celata nel confine tra ragione ed istinto. Una parte di me mi ripete di star tranquilla, che anche quando sono sola ho comunque me stessa. Ma l’altra risponde che è spiacente, ce l’ha scritto sul fondo, che è il destino di un birillo perdere l’equilibrio almeno una volta ogni due tiri.

 

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80. ZeroottoZerotreVentiundici

Mi piace a volte tornare la sera e sapere di non avere programmi né trovare nessuno. Mi piace sedere le ultime ore alla scrivania, in bilico tra il pensiero di andare a letto presto e quello di uscire e coltivarmi con qualcosa di buono e, soprattutto, mi piace essere libera di scegliere.

Mi piacciono le melanzane alla griglia con omelette alla mediterranea che poi diventano un’insalata al volo perché hai fretta di respirare la sera senza più aspettare; così come mi piace il tepore buio di un film al cinema scelto da sola, perché ogni tanto è bello spegnere il telefono e non esserci per nessuno. Sedere comoda sulla poltrona senza dover stringere una mano e tenere la schiena in tensione, sapendo che in borsa hai i tuoi biscottini che entreranno in scena al secondo tempo. E non ci vedo niente di strano.

Mi piace rientrare fumando per strada e ritrovare col naso all’insù la primavera notturna che aleggia nell’aria. La mia Milano, i miei tetti di ringhiera, che tanto a lungo ho sospirato, per cui ho combattuto una guerra senza pari. Mi piace il senso di libertà, riconoscermi nuovamente nei miei luoghi e nei miei vestiti, forte di una grandezza che prima non sapevo.

Mi piacciono, così, le sere cucite e ricamate per caso, in cui non hai voglia di pensare più a niente e per qualche istante smetti di porti domande. E pensi a chi ultimamente ti ha chiesto perché sono mesi che non scrivi, sapendo che il motivo sta nel non trovare parole abbastanza lievi da non appesantire il male e geometrie tanto armoniose da non lasciar intravedere i dirupi.

La prendi così, un po’ come viene, con la stessa alternanza di chi sceglie una vita in bilico tra sè stessa e la leggerezza dei suoi anni e la gravità di chi è più avanti e ha i suoi mille impegni.

Mi piace fare un po’ dentro e fuori, raminga nell’anima ma presente col cuore, curando paziente il bruciore delle ferite che rimarginano, piantando i semi di un inverno che prima o poi diventerà primavera.

 

79. Lentamente

 

Dopo un po’ comprenderai la sottile differenza fra stringere una mano e incatenare un’anima, e comprenderai che amore non significa dipendenza e che compagnia non significa sicurezza. Incomincerai a comprendere che i baci non sono contratti e i doni non sono promesse, e incomincerai ad accettare le sconfitte a testa alta e con gli occhi bene aperti, con la compostezza di un adulto e non con il dolore di un bimbo, e imparerai a tracciare la strada sull’oggi, perché il terreno del domani è troppo incerto per essere pianificato. Dopo un po’ comprenderai che perfino il sole può bruciare se ne prendi troppo. 

Allora cura il tuo giardino e abbellisci la tua anima senza aspettare che qualcuno ti regali dei fiori. 

E imparerai che puoi veramente farcela… Che sei veramente forte, e che tu vali veramente molto.

 

V.A. Shoffstall  

68. Sospesa

Seduta sui fili d’erba di una collina. Dopo tanto vagare sentivo il bisogno di fermarmi, per ascoltare il rumore del vento e guardarmi da dietro come parte del tutto. E, inevitabile, parte la mente con i suoi bilanci, chiedendo risposta a cose che non so spiegare, con la pretesa di quantificare i passi in granelli di sabbia. Il cuore risponde e subito scalpita: che bisogno c’è di mettersi a contare? Perché bisogna rincorrerli i pensieri e mai lasciarli andare? Io sto nel mezzo e, senza parole, cerco a fatica il giusto accordo. In silenzioso ascolto continuo a curare i germogli nel mio orto, un po’ stanca, un po’ affranta, ma comunque fiduciosa che, come mi disse più volte un angelo, non c’è preghiera che non venga esaudita.

Perciò proseguo in attesa, e nel frattempo mi leggo, correggo e rilancio…

 

Lieve sopravvive la speranza, alimentata dalla convinzione, che prima o poi ogni cosa riprenda una forma, che le abitudini ritrovino un posto.

Vorrei trovare le giuste parole per spiegare, annodarle con un fiocco e fargliene dono. Ma per ora continuerò a perdermi nel mondo. Così tanta bellezza intorno…

Se solo trovassi le risposte, la giusta soluzione ai miei paradossi.

E intanto ho capito che la perfezione non esiste.

Esistono mille abbracci, infiniti incastri e altrettanti racconti.

 

55. Titolando

[Titolo preso in prestito da NonsenseSpot]

 

Ebbene, ci siamo. Dopo mesi che volessi farlo, trovo il tempo e l’umore per prendere questo blog, ricapitolarlo, mettere un punto e andare a capo.

Come scrivevo nel mio primo post, Tears of my melting wonderland è nato in un momento di alti e bassi, mentre la vita mi stava dando tutto ma in realtà dentro piangevo. Troppe cose fra le mani e troppo poco il tempo per star loro dietro, le ansie inconsce, i piccoli ma ingombranti scheletri nell’armadio, le mie gabbie fatte di briciole e numeri… Ricordo ancora il momento in cui ho acceso il computer e preso a scrivere. Ero a casa al mare dai miei, in lacrime, dopo l’ennesimo episodio della mia cronaca nera. Volevo gridare per chiedere aiuto, ma il fiato mi si spezzava in gola. Troppo dolore, tanta vergogna, e l’idea non proprio certa di voler essere aiutata. 

Così, ho iniziato a scrivere qui, per non impazzire, per trovare il giusto sfogo e cercare appoggio e confronto con qualcuno che non mi conoscesse: voi. Da subito avete preso ad ascoltarmi, parlarmi, starmi accanto. Ed io, una lacrima d’arcobaleno dopo l’altra, ho iniziato ad aprirmi, a fidarmi ed affidarmi, fino a chiamare questo posto con il nome "casa".

 

Giovedì 20 marzo 2008, circa un anno e due mesi fa.

Quante cose sono cambiate. E’ successo tutto e il contrario di tutto, si sono avverate le più incredibili profezie, mentre alcune delle certezze più salde sono crollate come castelli di sabbia battuti dal vento. Io sono sempre la stessa, ma totalmente diversa. Un po’ cresciuta, volutamente rallentata, più disillusa forse, ma comunque con mille sogni nel cassetto e la voglia di volare altrove e perdermi ovunque.

Non credo più alla storia del rimandare a domani, non m’illudo più che si possa cambiare tutto in un colpo. La vita è adesso, in questo istante, ed io non posso che viverla al meglio subito, o almeno provarci. Fedele a me stessa: mente, cuore e pancia (perché un’altra cosa che ho scoperto ultimamente è che esista anche quest’ultima). Le cose non durano per sempre, l’eternità non esiste (almeno non per noi), ed io non posso aspettare che sorga di nuovo il sole. Ho bisogno di brillare adesso, che sia notte, alba o tramonto.

 

Perciò oggi ricapitolo.

Visto quel che ho appena detto, più che un punto metterei un punto e virgola. Poi andrei a capo, magari con qualche punto di sospensione nel mezzo. Non ho mai creduto alle recisioni nette, ai compartimenti stagni.

Cambio l’immagine, perché oggi non sento più il bisogno di raccontarmi a volto coperto, e poi via col titolo nuovo… Ed ecco a voi "In parole e polvere".

Vi chiederete perché, scommetto. Beh, perché questi sono i miei due più grandi amori.

Le parole, centro gravitazionale del mio universo, rotta e compagne di infiniti viaggi. Sono nata stropicciandole e cresciuta amandole, riverendole, giocandoci e perdendomici.

La polvere, invece, è emblematica del momento. Rispecchia il mio camminare ovunque a piedi nudi, il rotolarmi su un prato verde, il sedermi sul pavimento anziché sulla sedia, giocare in una pozzanghera di fango. La voglia di sporcarmi, finalmente. Come da bambina, senza pensare ai vestiti, né ai rimbrotti della mamma. L’amore per la vita, insomma, perché come dice Stefano Benni,

 

"dentro un raggio di sole che entra dalla finestra,

talvolta vediamo la vita nell’aria,

e la chiamiamo polvere."

 

Un ben ritrovato a tutti, dunque. Benvenuto a chi entra per la prima volta, e bentornati quelli che sanno già che le chiavi sono sempre sotto lo zerbino. Potete andare e venire tutte le volte che volete, a me fa solo piacere. Se non mi trovate dentro, provate a guardare sul balcone o in giardino. Non mi vedeste nemmeno lì, sarò fuori a passeggiare, godendomi il sole. Ma potete star tranquilli, perché prima o poi torno sempre.

Finalmente primavera, finalmente a casa.

54. Persa nel mondo

Mi guardo intorno per strada, muovendomi tra gli sguardi. Cammino su scie di vita, ne annuso gli odori, le catturo in immagini e tesso favole in cui annaspare.

Eppure, prima o poi, torno a pensare che il vero abbraccio sia uno solo.

Mi perdo per le vie, girovago senza meta. Assaporo il viaggio. Fuori da ogni logica, lontana da qualsiasi geometria.

Ma una vocina insinua che sia quello l’incastro perfetto.

E lieve sopravvive la speranza, alimentata dalla convinzione. Che prima o poi ogni cosa riprenda una forma, che le abitudini ritrovino un posto.

L’amore sa esser vincolo. Anche una volta sciolto l’ultimo legame.

E vorrei trovare le giuste parole per spiegare. Annodarle con un fiocco e fartene dono. Ma non si possono promettere regali che forse non si sarà mai in grado di dare.

Per ora continuerò a perdermi nel mondo. Così tanta bellezza intorno, fin troppa vita dentro, che a volte la sola reazione possibile è il pianto. Di gioia, commozione, gratitudine.

Vorrei solo trovar le risposte, la giusta soluzione ai miei paradossi.

Forse la perfezione non esiste.

Esistono mille abbracci, infiniti incastri e altrettanti racconti.