98. Universi

Le persone sono mondi e, come tali, si portano dietro sistemi interi di sguardi, sorrisi, squarci d’ombra e cieli in nuce. Hanno in sé racconti di vite passate e sogni presenti, traiettorie, ansimi, istinti. Arrivano a salve, cariche di colori, per innescarsi là dove quelli intersecano i tuoi profumi. E diventano belligeranze.

Quelle da cui più mi guardo sono le parole, perché so che sono loro a fendermi sopra ogni cosa. Posso smarrirmi, in quello che celano, nel modo in cui incidono di sbieco e non lasciano spazio. Rigano pelle, scavano il fondo, smuovono tutto quello che giace sopito e ne fanno man bassa.

Talvolta mi concedo di sbirciarle attraverso, come persiane nei pomeriggi d’estate. Ed è lì che resto ammaliata, nel negarmi il permesso. Di chiedere, presumere, insinuarmi, pretendere. Sono plasmata per restare al mio posto, mentre niente intorno si è mai fatto uno scrupolo. Il problema è l’equivocità delle cose. Quelle che scrivi e ti riescono così confortevoli, forse, così calzanti, che gli altri poi le scelgono e deliberatamente le indossano. Invece io non riesco, non avanzo pretese. Ho aspettative che sedo in punta di piedi, come i dolori. Me l’ha insegnato la danza: magnificare l’austero.

Dunque dimmelo tu, perché io non lo chiedo. Dimmi che sono l’inizio e la fine di quell’universo, la breccia infinitesimale per cui tutto passa attraverso. Osa per me, ti do il mio consenso. Fallo perché sento tu valga un inizio. Poi il resto non lo so, non chiediamocelo, non m’importa. Ma ammazziamolo, il dubbio, e sbricioliamo il timore. Dimmi che sono io ciò che sogni la notte, dipingimi addosso i tuoi desideri, insegnami. Trancia questa distanza, ardi la terra intorno, costruiscimi un ponte, poi abbattilo e salvami.

Non ho promesse, né giuramenti. Solo labbra, fretta e pelle. E so ascoltare, frugare gli occhi. Sarò sincera e non sarò per sempre.

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68. Sospesa

Seduta sui fili d’erba di una collina. Dopo tanto vagare sentivo il bisogno di fermarmi, per ascoltare il rumore del vento e guardarmi da dietro come parte del tutto. E, inevitabile, parte la mente con i suoi bilanci, chiedendo risposta a cose che non so spiegare, con la pretesa di quantificare i passi in granelli di sabbia. Il cuore risponde e subito scalpita: che bisogno c’è di mettersi a contare? Perché bisogna rincorrerli i pensieri e mai lasciarli andare? Io sto nel mezzo e, senza parole, cerco a fatica il giusto accordo. In silenzioso ascolto continuo a curare i germogli nel mio orto, un po’ stanca, un po’ affranta, ma comunque fiduciosa che, come mi disse più volte un angelo, non c’è preghiera che non venga esaudita.

Perciò proseguo in attesa, e nel frattempo mi leggo, correggo e rilancio…

 

Lieve sopravvive la speranza, alimentata dalla convinzione, che prima o poi ogni cosa riprenda una forma, che le abitudini ritrovino un posto.

Vorrei trovare le giuste parole per spiegare, annodarle con un fiocco e fargliene dono. Ma per ora continuerò a perdermi nel mondo. Così tanta bellezza intorno…

Se solo trovassi le risposte, la giusta soluzione ai miei paradossi.

E intanto ho capito che la perfezione non esiste.

Esistono mille abbracci, infiniti incastri e altrettanti racconti.

 

65. Candide, ovvero l’ottimismo.

Sono un po’ stanca, sinceramente. Lo dico in tono tranquillo, ma piuttosto serio.

Di ritrovarmi a fare ogni giorno il settequaranta con la mia coscienza. Di rimbalzare, come un’apolide in gommone, tra le spiagge del mio cuore e le coste dei giudizi altrui. Di dover raccontare le cose a metà, solo perché tanta gioia, se non dovutamente filtrata, procura fastidio.

La mia non vuol essere presunzione, non ho mai detto d’esser convinta del lieto fine in fondo alla mia strada. Ma fa male fermarsi a sognare guardando vestiti per bambini, vedere il proprio sorriso riflesso sulla vetrina, e ricordarsi all’istante che non sarebbe lo stesso sul viso di molte amiche. E’ un po’ uno strazio iniziare ad immaginare l’abito da sposa e non raccontarlo, per non sentirsi dire "ma cosa ti sei messa in testa?!" o vedersi dare la ragione degli scemi.

 

Perché la vita è fatta di cifre. Il numero di esami che ti mancano, il numero di anni che (ancora non) hai, gli zeri nel conto in banca e l’ammontare dello stipendio mensile. L’importante è essere un numero intero, perché se sei un decimale o un frazionario, ci dispiace ma non ti accettiamo. E spesso ho l’impressione che di spazio non ce ne sia nemmeno per me, che sono sempre stata a metà, con tanto di più e meno davanti, virgola in mezzo, e periodico alla fine.

A metà tra un anno accademico e il successivo, perché nata agli ultimi dell’anno e spesso condiderata, quindi, ultima ruota del carro.

Nell’innesto tra una razza e l’altra. Dispregiativamente, prima, e per consuetudine, poi, chiamata negretta o mulatta dagli amici di sempre. Gli stessi che oggi non guardano che nel loro orto, votano Voldemort, plaudono il carroccio e con orgoglio ma poca cognizione, professano il razzismo. Precisando, però: "con te è diverso, perché tu sei una di noi". Quando si dice la coerenza…

 

A cavallo tra tra una vita e l’altra, con la valigia sempre pronta. Avevo 5 anni quando la mia esistenza ha preso a seguire le disposizioni del giudice dei minori, quando ho cominciato a spostarmi quotidianamente da una casa all’altra a seconda dell’ora e del giorno della settimana.

Sarà per questo che ho solo da poco superato il panico da bagaglio.

Alle 9 di sera il destino gridava tana libera tutti ed era la fine dei giochi. Raccoglievo libri e quaderni e si tornava indietro. E Dio solo sa quanto ho pianto di notte nel letto, semplicemente perché avrei voluto giocare ancora, senza dover guardare l’orologio.

Per sopravvivere, nei lunghi anni di belligeranza genitoriale, ho affinato l’arte della diplomazia e della dissimulazione. Sempre composta, ben educata, mai ad alta voce né bruscamente o con presunzione. Appresi anche il dono della trasparenza, per non suscitare gli animi. Perché ai grandi era dato gridare, mentre per me lo sfogo non era contemplato. Non potendo vomitare quel che avevo dentro, imparai, dunque, a soffocare la bile mangiando. Cosa continuata, poi, negli anni della maturità, quando non potendo stare dietro a 3 esistenze contemporaneamente, decisi di far fuori la mia per dedicarmi quasi esclusivamente alle altre 2: i dolori di mia madre e gli egoismi di mio padre. Io, che senza saperlo ero l’ancella dell’accondiscendenza, non immaginavo che avrei impiegato un paio di decenni per tornare a dire al mondo: "no, adesso non mi va".

 

Ed è forse anche grazie a questa vita di clausura (per citare di nuovo gli amici di sempre), che nei doveri sono sempre andata bene e dritta come un fuso… "Ma che brava che sei, e che voti che hai"… Ora che però ho deciso di allentare un attimo e respirare a ritmi più umani, tutti giù a chiedermi "cosa t’è successo? Non è da te. Mi raccomando non perderti". Sia mai che le convenzioni smettano di scandirti la vita! E, di nuovo, quando si dice la coerenza…

 

E non è mai stato da me lamentarmi. Tra le tante cose che mi hanno insegnato, c’è quella di sminuire i dolori e i problemi, ché c’è sempre chi sta peggio. Ma oggi, dopo tanto, avevo voglia di sfogarmi. Perché non c’è cosa peggiore che spendere se stessi laddove, per sventura ma anche un po’ per scelta, si è rinunciato a dispensare sorrisi. Va bene le lacrime, ma almeno piangiamo quando ce n’è motivo. E, invece, tutti dietro allo sport nazionale della lamentela gratuita…

Vorrei gridarlo a questo mondo un sonoro vaffanculo, anche se limitandomi a farlo da qui, quando in realtà dovrei salire sul tetto di casa, nuda e col megafono. Che dei numeri primi io non so che cazzo farmene, così come dei disegni di vita ragionati e ragionevoli, delle giuste regole e dei buoni costumi. Perché fuori l’esistenza sarà pur grama, ma in cuore ho una felicità così sfacciata da far invidia. E’ proprio questo il punto.

E se ogni volta che mi si rivolge parola sorrido, non è perché vada tutto bene. Non va mai tutto bene. Vivo contro tempo, perché mi sono sempre sentita in ritardo, ed ora si aggiungono sogni per i quali l’opinione comune mi stima addirittura in anticipo. Mi guardo allo specchio e 2 volte su 3 mi faccio schifo. Non ho nessuna certezza di quel che farò domani e di come ci arriverò. Eppure non mi compiango nè mi presento col grugno. Perché se c’è una cosa che la maggior parte della gente non ha ancora capito, è che il sorriso è l’unica chiave, il solo investimento, ed unico dono. E senza alcun costo. Ma come dicevamo prima, si sa, se non sei quantificabile in numeri, cifre e tanti zeri, inutile perder tempo. Si volta pagina e avanti il prossimo.

Dunque, voltate pure la mia di pagina. Basta leggere la mia storia, se di così poco conto. Che io intanto son convinta che tra un sogno infranto ed una speranza rinata, in un modo o nell’altro lo troverò il mio posto nel mondo. Lacrima dopo lacrima, sorriso dopo sorriso.

53. Night lying Sun

Sono rimasta fuori per un po’, ancora una volta. Guardando i giorni passare, una sigaretta dietro l’altra, un umore dopo l’altro.

Ho cercato, forse invano, di curarmi. Le persone passano, le situazioni scemano, ma i pensieri e le emozioni non si spengono. Ogni volta ne nascono di nuovi, piacevoli o angosciosi. Senza una regola, senza poterne cogliere la cadenza.

Tutto quello che so è che faccio mezzo passo in avanti ogni giorno, ma la strada verso l’equilibrio sarà ancora lunga. Vorrei solo poter scendere da questa altalena, mettere i piedi sulla terra ferma e non sentir più nausea.

Sono rimasta ad ascoltarmi, ma alle volte il rumore era tanto forte, che l’unico modo è stato gridargli sopra. Devo ancora trovarlo il mio silenzio.

Non mi sono posta regole, nei limiti del possibile ho cercato addirittura di coccolarmi. Ma adesso basta, ho bisogno di dimostrare d’essere io la più forte. Agli altri e a me stessa.

Le persone vanno e vengono, dicevo. Qualcuno degno di nota, qualcun altro addirittura indegno d’essersi presentato. E poi, all’improvviso, Lui. Un raggio di sole. Si è insinuato lentamente fra le fessure delle persiane, è venuto a rischiarare d’alba i miei giorni bui. Mi ha insegnato cosa sia la calma, mi ha riportato dolcemente a respirare. Giorno dopo giorno, senza dire mai niente di troppo, mi ha pervasa di vita e buon umore. Una ventata d’aria fresca, un sole limpido di primavera. Mi è stato accanto pur non facendosi vedere, si è raccontato con poche parole, quasi senza lasciarsi sentire. Benefattore anonimo, protagonista dietro le quinte.

Io, che volevo tutto meno che un legame, ho preso ad aspettarlo pian piano, a sperarlo. In un certo senso, ad amarlo.

E non dice mai quello che non vorrebbe dire, non cade mai in fallo. Come il migliore degli equilibristi non si sbilancia. L’unica volta in cui ha perso il baricentro, mi ha donato tutto e subito. Con il più improvviso degli slanci abbiamo quasi fatto l’amore, ed io nel panico mi ripetevo fosse l’ultima cosa che volessi. Non era quello, non era sesso. Non solo. Io volevo semplicemente passare i giorni a venire al suo fianco. Tutto il resto sarebbe stato un dettaglio.

Poi il risveglio, dopo giorni ne vuole parlare, perché è l’essere più limpido del mondo, Lui. La sua onestà gli impedisce le vie di mezzo. "Non mi son sentito preso", dice. Meglio lasciar stare, meglio se quel che è successo resta un ricordo. Non vorrebbe che tutto andasse in fumo per uno slancio mal calibrato.

Perché è tutto meno che uno stronzo, Lui, è una persona così bella da farmi rabbia.

La sua mano amica rimane tesa, ma ora non basta perché me ne faccia una ragione. Ancora troppo forte l’odore della sua pelle, il calore delle sue mani ovunque. I suoi ricci fra le mie dita, gli occhi dritti dentro i miei e quel fare inaspettato e disarmante. Le remore che nel mentre non riuscivo a soffocare, e la dolcezza e la naturalezza con cui mi sono fatta dono.

Non ci riesco, mi spiace, non con Lui. E’ ben più che una notte e via, è ben oltre una semplice cotta. Il mio malessere ne è la dimostrazione più pura, questo vagare senza pace, il cuore che batte fino a scoppiare, il ventre che si contorce disciogliendosi in acido.

Mancano ancora dei giorni a quando potrò vederlo di nuovo, e nel frattempo ho l’impressione di non poter sopravvivere. Colmo il vuoto nelle maniere più insane, minando così ulteriormente sicurezza e serenità.

Ho bisogno che sia lunedì, ho bisogno di tornare in ufficio, immergermi nella mia frenesia quotidiana. Ma non posso aspettare che finiscano le feste, non posso attendere ancora una settimana. Lunedì è già domani, e non m’importa si sia ancora a casa. Ho bisogno di crederci, di impormi, dopo tanto, su me stessa.

Basta rimandi e progetti mancati. Basta illusioni ed insani sogni ad occhi aperti. Ho bisogno di riprendere la mia vita per mano. Afferrarla, scuoterla e ricordarle che non può dipendere da nessun altro, se non me stessa. Lasciare che le storie si scrivano da sole, e nel frattempo respirare a pieni polmoni.

Domani sarà l’inizio di una nuova settimana ed io ho tanta voglia di ricominciare. Non sarà la prima, né l’ultima volta, ma sarà comunque un passo avanti.

Respiro lento, piedi diretti verso la meta, ma tutto il resto teso a cogliere il momento, fedele a se stesso, perso nel viaggio.

Buon lunedì a tutti.

52. Spiegamelo tu cos’è

Felicità raggiunta, si cammina

per te sul fil di lama.

Agli occhi sei barlume che vacilla

al piede, teso ghiaccio che s’incrina;

e dunque non ti tocchi chi più t’ama.

Se giungi sulle anime invase

di tristezza e le schiari, il tuo mattino

è dolce e turbatore come i nidi delle cimase.

Ma nulla paga il pianto di un bambino

a cui fugge il pallone tra le case.

Eugenio Montale

 

Dopo mille istanti e altrettanti sospiri, vengo a chiederlo a te. Spiegamelo tu cos’è questo nodo che più stringe ad ogni respiro, questo peso che il sole non scioglie.

Chi sei tu? Cosa vuoi? Perché?

O forse dovrei rivolgerle a me queste domande. Ai pensieri che non si lasciano imbrigliare, al cuore che si ostina a trovar ragione in gesti fuori da ogni logica.

Chi sei tu, per avermi strappato il fiato? Potresti almeno tornare a restituirmelo?

Non sono il tipo di persona che butta via foto e chiude le porte, ma con te è tutto diverso. Tu sei diverso. E maledico il giorno in cui ti ho incontrato.

Sei quello sguardo letale e tutti i battiti che non riuscirò mai a contare,

sei il primo pensiero inconscio, l’ultimo, e tutto quello che sta nel mezzo.

Sei ogni sigaretta spenta e poi riaccesa.

Sei questa irrequietudine nello stomaco che non ho modo di placare.

Sei quel che non ha motivo, ciò a cui non ho diritto. E allora perché?

Perché ti vorrei così tanto? Perché ti cerco e non mi do pace?

Te lo chiedo in ginocchio, ti prego, datti un nome.

Perché etere è solo nido e nascondiglio. Desiderio è ricordo nitido e tormento.

E il nome che pronunciano in tanti non lo voglio.

Felicità raggiunta, è così che ti chiami? No, di certo questa non è felicità. E poi può dirsi raggiunto ciò che sfiori solo in punta di dita?

O forse sì. Perché dopo aver toccato la felicità estrema, sopraggiungono assenza, vuoto e attesa.

 

Oggi, per l’ennesima volta, senza neanche tenere in mano i fili, fai di me il tuo burattino. Il mio bello e cattivo tempo.

Esaudirò di nuovo il destino, aspetterò che passi.

Ma ora prendo e vado fuori. Niente lacrime. Non oggi.

 

Guarda questo cielo scuro

mentre attraversi strade senza case,

strade senza le persone: è la tempesta

che si avvicina e toglie le radici

dalla terra, che si abbatte, che ti annienta.


Dimmi che mi ami, che senza me

sei niente, che questo fianco si restringe

senza il mio corpo affianco. Dimmi

che non c’è tregua, che non c’è

una soluzione, come non si può

fermare il mare che contro al molo

s’apre e porta con sé tutto quello

che era stato: terra dalla terra

carne dalla carne ad attraccare.

Matteo Fantuzzi