87. Gettare la spugna

Ci sono giorni in cui sento di voler mollare e ogni fibra, ogni atomo, ogni angolo di me urla che è troppo stanco, troppo pesante per continuare. Ci sono istanti in cui la bilancia dei pro e dei contro smette di funzionare, continuo a togliere e rimettere i pesi, ma uno dei due piatti resta attaccato a terra. Ed è sempre lo stesso.

Giorni in cui fatico persino a trovare le parole e metterle in fila. Tutto quello che vorrei è liquefarmi sul divano, accartocciarmi sul pavimento, per scoprire che di lacrime in serbo ne ho veramente tante e chi è seduto davanti a me può asciugarle, ma non ne sente il sapore.

Non ho più niente in tasca, né minuti sul quadrante, e allo scadere di tutto mi chiedo che senso abbia continuare a tenere la presa. Vorrei fare milioni di cose, leggere e scrivere migliaia di pagine, ma mi ritrovo in un sistema che parla in codice binario e non so come forzarlo.

Da un lato il lavoro – pressante, distraente, e fine-settimanale, anche.  Dall’altro la terapia – tanta, costosa, faticosa – per cui passo i giorni a rincorrere treni, rifare i conti, tener traccia di ogni morso che faccio e a che pensiero lo allego. Stringo i denti e rimando le voglie, respirando in quattro quarti, visualizzando luoghi sicuri e fandonie del genere. Fandonie in cui in tutti gli altri giorni credo ciecamente, ma oggi mi sembrano puttanate di un’inutilità mortale. Mi faccio di Emdr, ma inizio a stimare chi sceglie l’Mdma, che tanto il contraccolpo è più o meno lo stesso. Passo davanti alle vetrine cercando di non guardare, perché i soldi che entrano passano automaticamente nelle mani di chi mi segue, ma oggi baratterei delle scarpe col tacco con tutta la terapia del mondo. E nel tempo che avanza mi metterei lo smalto, mi passerei la crema, e poi la leccherei fino a dar fondo al barattolo, come quando stavo male, ma era tutto più semplice. Ero beata e ignorante, chi me l’ha fatto fare?

A volte ha ragione mia madre che dice che perdo tempo a farmi seghe mentali, per giunta a pagamento, e questa è una di quelle. Oggi ho deciso che getto la spugna, almeno scrivendolo, piangendo e mangiando. Domani poi, chissà, sicuramente ripartirò, ma almeno per oggi ho voglia di dirmelo che, vaffanculo, mi sento triste e tanto stanca.

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81. Navigando a vista

Ci sono mattine in cui mi sveglio e, come una bambina, ho paura del mondo. Le ore cominciano a scorrere tra mille pensieri e poche azioni per metterli in fila, la sensazione forte di non sapere da dove iniziare e una domanda ricorrente: "dove sto andando?" La verità è che spesso quando mi fermo sono perduta. Bel paradosso per me che sono tutt’altro che ipercinetica! Mi piace dormire, pensare e coltivare i gesti a ritmi lenti, sono un piccolo orso da meditazione, ma in questo momento tutto mi fa capire che fermarmi a riflette è peggio.

C’ho messo un anno abbondante, forse due, a realizzare che alla fin della fiera il mio più grande problema e non sapermi ascoltare. So parlare da sola, trarre conclusioni… Una maga del ragionamento, ma il corpo dov’è? La pancia, la mia odiata e tenera pancia, sono anni che la soffoco sotto un cuscino e mi chiedo chissà come e per quale motivo. Cos’ha fatto di male o da cos’è che volevo proteggerla? Spesso me lo chiedo ma non sono ancora arrivata a un dunque.

Inizio a credere che la separazione dei genitori durante l’infanzia, per quanto vissuta al meglio, non sia mai una cosa semplice. Ho passato gli ultimi vent’anni a far quadrare i conti, i primi cinque piangendo, i successivi quindici caricandomi di ogni peso, e ora che mi ritrovo a fare la somma dei giorni, mi accorgo che la mia parte bambina è rimasta incredibilmente indietro. Adesso piange con singhiozzi forti e grossi lacrimoni, e meno male che ha iniziato a farlo, perché da troppo tempo se ne stava zitta a fare la brava.

Finalmente mi appaiono nitidi tutti i momenti passati a riempirmi di cibo nascosta dal mondo. Non era gola, non era scarsa volontà, era un infliggermi punizioni e cercare consolazione, e così è tuttora. "Houston, finalmente ci siamo arrivati: abbiamo un problema". Un problema grande, che più che risolto va curato.

Ne abbiamo fatte di ogni in queste settimane, io, la mente, il cuore e la pancia. E come in tutte le decisioni prese a più mani, spesso le discussioni sono state accese e prolungate, ma alla fine le abbiamo usate di comune accordo, stringendo forte il telefono e trovando il coraggio di parlare e non piangere.

"Ciao, mi chiamo Lorenza e sono una mangiatrice compulsiva"… Però poi sì che ho pianto, in silenzio e per circa un quarto d’ora, ma ormai era fatta, ero seduta a quel tavolo. E pian piano, guardandomi intorno, ho realizzato che sono tante le persone che schiacciano la vita sotto un cuscino, e le più disparate. Alcune in sovrappeso, altre insospettabilmente magre, che sanno bene cosa vuol dire avere l’anima che sgretola dentro senza prove concrete da mostrare all’esterno. Conoscerle mi è servito a capire che devo smetterla di attribuirmi la colpa di non so bene cosa, ma soprattutto ho sentito per la prima vera volta di non essere sola e che c’è qualcuno che condivide i miei stessi problemi.

Ho constatato che il counseling è fondamentale, ma è giunto il momento di passare allo step successivo. Psicoterapia, chi l’avrebbe mai detto? Quanti mesi ci vogliono, finiremo tra anni? L’idea mi spaventa, ma è ora di combatterla una volta per tutte. Riuscirò a venirne a capo? Vedrò mai anch’io, guardandomi allo specchio, la meraviglia che tutti dicono? Me lo auguro davvero con tutto il cuore, perché sono stanca di vivermi a metà e fare l’equilibrista tra un eccesso e l’altro. Sogno ad occhi aperti il giorno in cui saprò mangiare perché mi va, senza rimorsi e sensi di colpa. Agogno dal profondo del cuore il momento in cui mi sentirò disinvolta nell’indossare un abito leggero e nel camminare sui tacchi alti, senza sentire l’inadeguatezza di una bambina in un corpo da adulta. Ho voglia di sentirmi femminile e seducente con tutte le imperfezioni che mi contraddistinguono e che tanto mi affascinano in ogni donna che incontro per strada, qualunque corpo essa abbia.

Ci sono sere in cui questi desideri mi appaiono lontani all’orizzonte e il mio lato meschino mi porta a piangere, ripetendomi che non li raggiungerò mai e mi sentirò inadeguata per tutta la vita. Ma c’è di buono che ora so di avere più di una spalla su cui piangere.

E poi tornano mattine in cui mi sveglio e la solita domanda si trasforma in un’affermazione: "certo che di strada ne ho fatta!" E penso di nuovo che valga la pena non mollare e che arriverà il giorno in cui questi tortuosi andirivieni mi avranno resa un’esperta navigatrice.

 

Passavo di qui per segnare la mappa dopo quest’ultimo lungo viaggio. E’ sempre bello tornare a guardarla e vedere, tratto per tratto, la rotta percorsa. Dovrei venirci più spesso, come negli anni in cui questo luogo era la mia casa e non uno scalo. In ogni caso è sempre bello ritrovare le vostre barchette colorate, un po’ cambiate, più navigate, ma comunque ancora ormeggiate in questo porto, dove la brezza infonde serenità anche quando il cielo è plumbeo e le tempeste infuriano.

 

55. Titolando

[Titolo preso in prestito da NonsenseSpot]

 

Ebbene, ci siamo. Dopo mesi che volessi farlo, trovo il tempo e l’umore per prendere questo blog, ricapitolarlo, mettere un punto e andare a capo.

Come scrivevo nel mio primo post, Tears of my melting wonderland è nato in un momento di alti e bassi, mentre la vita mi stava dando tutto ma in realtà dentro piangevo. Troppe cose fra le mani e troppo poco il tempo per star loro dietro, le ansie inconsce, i piccoli ma ingombranti scheletri nell’armadio, le mie gabbie fatte di briciole e numeri… Ricordo ancora il momento in cui ho acceso il computer e preso a scrivere. Ero a casa al mare dai miei, in lacrime, dopo l’ennesimo episodio della mia cronaca nera. Volevo gridare per chiedere aiuto, ma il fiato mi si spezzava in gola. Troppo dolore, tanta vergogna, e l’idea non proprio certa di voler essere aiutata. 

Così, ho iniziato a scrivere qui, per non impazzire, per trovare il giusto sfogo e cercare appoggio e confronto con qualcuno che non mi conoscesse: voi. Da subito avete preso ad ascoltarmi, parlarmi, starmi accanto. Ed io, una lacrima d’arcobaleno dopo l’altra, ho iniziato ad aprirmi, a fidarmi ed affidarmi, fino a chiamare questo posto con il nome "casa".

 

Giovedì 20 marzo 2008, circa un anno e due mesi fa.

Quante cose sono cambiate. E’ successo tutto e il contrario di tutto, si sono avverate le più incredibili profezie, mentre alcune delle certezze più salde sono crollate come castelli di sabbia battuti dal vento. Io sono sempre la stessa, ma totalmente diversa. Un po’ cresciuta, volutamente rallentata, più disillusa forse, ma comunque con mille sogni nel cassetto e la voglia di volare altrove e perdermi ovunque.

Non credo più alla storia del rimandare a domani, non m’illudo più che si possa cambiare tutto in un colpo. La vita è adesso, in questo istante, ed io non posso che viverla al meglio subito, o almeno provarci. Fedele a me stessa: mente, cuore e pancia (perché un’altra cosa che ho scoperto ultimamente è che esista anche quest’ultima). Le cose non durano per sempre, l’eternità non esiste (almeno non per noi), ed io non posso aspettare che sorga di nuovo il sole. Ho bisogno di brillare adesso, che sia notte, alba o tramonto.

 

Perciò oggi ricapitolo.

Visto quel che ho appena detto, più che un punto metterei un punto e virgola. Poi andrei a capo, magari con qualche punto di sospensione nel mezzo. Non ho mai creduto alle recisioni nette, ai compartimenti stagni.

Cambio l’immagine, perché oggi non sento più il bisogno di raccontarmi a volto coperto, e poi via col titolo nuovo… Ed ecco a voi "In parole e polvere".

Vi chiederete perché, scommetto. Beh, perché questi sono i miei due più grandi amori.

Le parole, centro gravitazionale del mio universo, rotta e compagne di infiniti viaggi. Sono nata stropicciandole e cresciuta amandole, riverendole, giocandoci e perdendomici.

La polvere, invece, è emblematica del momento. Rispecchia il mio camminare ovunque a piedi nudi, il rotolarmi su un prato verde, il sedermi sul pavimento anziché sulla sedia, giocare in una pozzanghera di fango. La voglia di sporcarmi, finalmente. Come da bambina, senza pensare ai vestiti, né ai rimbrotti della mamma. L’amore per la vita, insomma, perché come dice Stefano Benni,

 

"dentro un raggio di sole che entra dalla finestra,

talvolta vediamo la vita nell’aria,

e la chiamiamo polvere."

 

Un ben ritrovato a tutti, dunque. Benvenuto a chi entra per la prima volta, e bentornati quelli che sanno già che le chiavi sono sempre sotto lo zerbino. Potete andare e venire tutte le volte che volete, a me fa solo piacere. Se non mi trovate dentro, provate a guardare sul balcone o in giardino. Non mi vedeste nemmeno lì, sarò fuori a passeggiare, godendomi il sole. Ma potete star tranquilli, perché prima o poi torno sempre.

Finalmente primavera, finalmente a casa.

35. Ashamed

Che soddisfazione c’è nel dover toccare sempre il fondo? Dimmi, che gusto hai nel grattarne ripetutamente i solchi? Perché devi ridurre sempre tutto in frantumi per poi far fuori anche l’ultima briciola?

 

Te lo chiedo ora che hai ancora il disgusto dipinto su quel baffo di latte. E torna a chiedertelo tu domani, quando forse sarai rinsavita. Quando di questa frenesia non resterà che l’alone di caffè dove prima c’era il bicchiere. Croste secche, contorni vuoti, sapori sbiaditi e tristezza tutt’intorno.

 

Destati dal tuo sogno principessa! Perché non verrà mai nessun principe a baciarti. Destati finché dura il giorno. Perché la vita è di chi l’afferra e non è mai stato utile a nessuno rimanere con gli occhi chiusi e piangersi addosso.

31. Questa mattina

non avrei proprio voluto scendere dal letto. Per un istante avrei preferito dare forfait al mondo, girarmi dall’altro lato e buonanotte a tutti…

Così come ho fatto ieri sera. Avevo in programma d’andare al cinema con le amiche, ma ero così a terra che alla fine le ho paccate, inventandomi di star poco bene (e si tenga conto del fatto che io odio mentire e paccare!).

E’ che da qualche giorno mi sento così triste… Inutile, incolore, immobile. E in realtà non ne ho motivo. La sola cosa che mi atterrisce realmente è l’incrociarsi di questo momento un po’ sottotono, con l’ombra dei miei demoni all’orizzonte.
In ogni caso continuo a ripetermi che è solo una fissa lusinghiera, un’inutile menzogna. Quella che decide della mia vita sono io, non loro. Posso star bene se lo voglio, questo l’abbiam visto tutti. Per cui l’unica cosa è continuare a sforzarmi ed impegnarmi per andare avanti così e non cedere.

 

Dunque, per la cronaca, oggi sono nella lista delle persone più tristi del mondo e non avrei voluto scendere dal letto, ma nonostante questo, ho spento la sveglia, mi sono preparata e sono uscita fuori per ricominciare una nuova giornata. Perché che si ferma è perduto, o meglio, mi conosco e so che se mi fermo son perduta.

In più ho la fortuna di avere delle amiche così carine, che hanno rinunciato ad andare al cinema ieri per aspettare che stessi meglio oggi. Cosa dovrei volere di più dalla vita?

 

Buona giornata a tutti, miei cari stylers!
 

30.

Cosa succede se ad un tratto il corpo comincia a farsi sentire con delle nuove richieste? Come si fa se, dopo settimane che fila tutto liscio quasi senza il minimo sforzo, si percepiscono delle alterazioni? E, soprattutto, come la mettiamo se l’istinto bolla per partito preso queste alterazioni come sbagliate?

E’ qualche giorno che ho più fame del solito e, visto l’approssimarsi del ciclo, ciò può essere più che normale. Continuo a ripetermi di assecondare me stessa, di agire di pancia. Cerco di ricordarmi che il corpo non è un automa e come tutti ha anche lui esigenze diverse a seconda dei momenti.

Ma cosa devo fare quando, dopo più di un mese di assoluta serenità fisica e mentale, mi ritrovo ad aver timore? Timore degli eccessi, di quello che ho sempre chiamato il mio demone, paura di non saper rispondere in maniera equilibrata ad una legittima domanda corporea.

Il mio fisico chiede ed io rimango pietrificata dal terrore. Dei sensi di colpa, del vuoto assoluto, della compulsività nauseabonda, delle logiche distruttive e dei calcoli sterili, che, anche se da lontano, in questo momento fanno capolino all’orizzonte.

Non capisco ancora se sia una reazione spontanea ad un ricordo troppo traumatico e doloroso o un segno latente della mia vulnerabilità ancora ben viva e presente.

23. A IOME MEIO, Kylie, Lovehater e NonsenseSpot

…perché quando la semplice risposta ad un commento appare un gesto di gratitudine troppo misero, scrivere un intero post è il minimo che si può fare. Perciò questo è per voi ragazzi!
Per quanto strano e inaspettato, ancora una volta mi ritrovo ad uscire di qui con un umore completamente diverso da quello con cui sono entrata. Il calore del vostro abbraccio mi commuove e mi fa sorridere. E non avete idea di quanto ne avessi bisogno!
Ieri notte è stata una vera violenza venire qui a scrivere certe cose, cose che non ho il coraggio di raccontare mai a nessuno. In teoria questo blog era nato per lasciarmi andare giù in caduta libera, ma in breve ho realizzato come questo mi costi fatica. Quando si creano dei rapporti, anche se in germe, quando nascono delle aspettative e ci si affeziona, diventa dura mostrare i propri lati oscuri, la parte peggiore. Così ieri mi sono accorta di provare vergogna persino davanti a una folla di (adorati) sconosciuti, ma comunque ho sentito il bisogno di andare oltre e tendere la mano al costo di farmi violenza.
Vi ringrazio, quindi, per averla afferrata e per averlo fatto senza giudicare nè farmi sentire giudicata e, soprattutto, grazie per avermi ricordato che "tutte noi vorremmo concederci di più questi mezzitoni, e invece sempre più spesso siamo costrette ad apparire spumeggianti da parossismo"... Alle volte io per prima dimentico il mio motto, quello d’essere sempre fedele a me stessa!

Per la cronaca, prima di leggere i vostri commenti ero in procinto di darmi all’ennesimo eccesso. Poi ho trovato voi e sono corsa a lavarmi i denti (un toccasana contro i "pruriti palatali"). Grazie anche per questo!
Nei prossimi giorni temo di riuscire a connettermi molto poco, ma porterò con me il calore delle vostre parole, cercando di non dimenticare "che almeno, per ora, non piove"
Vi abbraccio!