86. Scrivimi

Cosa diavolo aspetti, per dio, scrivimi! L’abbiamo fatto rincorrendoci nei giorni e nelle ore più improbabili, e ora che sono a casa da sola con tutta una serata a perdere, no, non puoi non scrivermi.
Ti scriverei io se non l’avessi già fatto, lo farei io se non rischiassi di accendere un incosciente danza di dita sul fuoco…
Sono quasi le nove e non ho niente di pronto. Dove sono la tua buiabes e le antiche tradizioni? Vorrei gustarle adesso, a lume di candela, con un buon bicchier di vino e Joe Barbieri in sottofondo. Possiamo farlo da me, se vuoi, dove il legno e il rosso regalano una splendida atmosfera. Ma preferirei da te, se posso, per assaporare più forte il senso d’evasione e sentire il calore delle luci soffuse nella tua casa.

Pregusto l’inverno chiuso al di là dei vetri e il bianco dei muri oltre quegli spigoli che si vedono, angusti, dall’interno del cortile. Questa sera ho fatto il giro largo posteggiando la bici, e mi sono accorta che hai un lembo di tenda azzurra trasparente che mi ricorda il cielo… Mi piacciono la tua luce e il tuo cielo. Sono salita non perdendoti di vista per un momento e ho continuato col pensiero a ripeterti la stessa cosa: scrivimi…

Fallo tu perché suonerebbe troppo strano che per una volta che sono sola ci ritroviamo io e te insieme. Il dispiegarsi di un sogno perverso e innocente, nato mentre si era di corsa in opposte direzioni tra un piano e quell’altro. Quei ricci ribelli e i tessuti increspati sui muscoli tesi… Era un pomeriggio d’estate e rimasi colpita. Mi hanno detto che una volta avevi i dread e penso a te, qualche mattina fa, in lana e velluto e mi chiedo che ci faccio con accanto una riga di lato, il girocollo teso e il colletto piegato.

Mi piacerebbe vederti, sai, mentre a piedi scalzi intrecci d’istinto armonie di salse e pesce pescato. Immagino delle belle dita, posso vederle? Chiacchiere sparse e leggere come l’aria, sguardi dolci e grandi sorrisi. Ti racconterei dell’orda del bricolage, quel pomeriggio in cui facevi spremute, e dei regali, poi, alla festa del riciclo. Mi racconteresti della musica, dei viaggi e delle tue passioni ed io ti ascolterei, mal celando un rapimento riuscito.

E andremmo avanti così, senza peso e senza tempo, a giocare a nascondino tra un capo e il fondo del corridoio, rideremmo acquattati passando sotto gli spioncini e sospireremmo la sera lambendo con gli occhi le luci accese oltre il cortile…

Ma alla fine niente, niente di tutto questo. Sono nemmeno le dieci e le tue stanze si sono spente.Sarai corso vitale verso un’altra serata tra amici…

Ci saranno altri incroci, altre frasi, nuovi inviti, ma resteranno sospesi nel mancato incontro dei giorni feriali, solennemente legati a una promessa, un atto di fede che ci vuole tranquilli e sconosciuti vicini. A un brizzolato con gli occhi verdi diventati celesti, io, e a una bionda con gli occhi azzurri un poco segnati, tu. O, almeno, è così che così la immagino.

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85. Con le dita sporche di marmellata

 

Tanto per cambiare sono in difficoltà e ho pensato di scrivere per condividerlo con voi, chiedendo espressamente un vostro parere.

L’ho fatto di nuovo, ieri ci sono ricaduta. Ero sola in casa, ho aperto il suo pc per vedere delle nostre foto ed è stato un attimo. Senza nemmeno il tempo di fermarmi a riflettere sono tornata a guardare alcune immagini di lui con la sua ex.

Tempo fa, dopo l’ennesima incursione fra le sue cose, mi ero ripromessa di non farlo più, perché trovo sia tremendamente scorretto nei suoi confronti e terribilmente insostenibile nei miei. Quando guardo quelle foto inizio a sudare freddo, mi tremano le mani, a volte anche le gambe, e sento un pugno stringere forte allo stomaco. "E allora perché lo fai?", mi chiederete voi, e avreste ragione. Lo faccio perché a portarmici è la parte più inconscia e irrazionale di me, che ripete ad occhi chiusi gli stessi passi che percorse la prima volta per caso quasi 2 anni fa. 

Eravamo all’inizio, vivevamo i primi mesi della nostra relazione e, come tutti gli innamorati agli esordi, eravamo totalmente persi l’uno nell’altra e allo stesso tempo molto insicuri, o almeno così mi sentivo io. Ero tutta protesa nel tentativo di offrire il lato migliore di me, di stupirlo, in qualche modo legarlo, in uno sforzo che, carica delle paure e delle insicurezze che sapete, andava forse oltre rispetto a quelli di una donna "normale" (che poi la normalità mi chiedo ancora cos’è), senza problemi profondi legati al cibo e al corpo. Ebbene, nel bel mezzo di questo mio, comunque, sincero tentativo, eccolo lì con i suoi primi scivoloni… 

Un pomeriggio, mentre ci preparavamo per un bagno in piscina, lo vidi fare capolino con un costume appeso all’indice e dirmi: "Era della mia ex, l’avevo comprato per lei. E’ rimasto qui e se vuoi usarlo è quasi nuovo". Ricordo che quella proposta mi piovve addosso come una doccia fredda, mi guardai intorno e di colpo vidi, come illuminate da un faro, le creme nei cassetti, i profumi da donna e i pettini tutt’intorno. Cosa ci facevano ancora in giro? All’improvviso più che mai, iniziai a vedere quella casa e, più in generale, tutta la sua vita, come un vecchio e grosso cassetto a più strati e presi a chiedermi che posto avessi io in tutto questo. Poi me lo ricordo ancora, qualche giorno dopo, fermarsi nel corridoio e aprire una scatola per mostrarmi rasoi, assorbenti, macchina per la ceretta e quant’altro. Se volevo, se potevano essermi utili, erano miei ed ero libera di usarli. 

Mi sentii umiliata e anche un poco ferita, non capivo il perché di simili offerte, era la prima volta che mi capitasse di sentirne, così come era la prima volta che stessi con una persona di 18 anni più grande che, di conseguenza, aveva un passato piuttosto importante alle spalle. Era così che funzionava? Succedeva che l’ultima arrivata vinceva gli avanzi di quelle che se ne erano andate? Ricordo che prima di allora alla parola "gelosia" per me facesse seguito "questa sconosciuta", dunque cos’era quell’inquietudine che mi franava nella pancia, quella stizza repressa per cui l’avrei preso letteralmente a testate? La voglia di non darlo a vedere e il timore di sembrare una bambinetta erano però più grandi e per qualche settimana andai avanti a tacere. Anziché parlarne iniziai a sfogarlo a modo mio, quel tremolio dell’anima, portandolo in giro per tutta la casa. Cercavo di tenerlo al guinzaglio, ma ogni tanto tirava così forte che non riuscivo a reggerlo e lo lasciavo libero di annusare a briglia sciolta. Iniziai a guardare tra i libri e chiedermi il perché di alcune dediche, cominciai ad aprire i cassetti per sezionarli e poi ricomporli con fare chirurgico perché lui non se ne accorgesse. Trovai slip di pizzo nero frammisti alle sue mutande, delle manette di pelo rosso, lettere, foto, biglietti, braccialetti, orecchini, oggettini… Una parte di me non ci vedeva niente di strano, poiché io stessa conservo in una scatola diversi ricordi e lo faccio con affetto anche se concretamente non vogliono dire più niente. Ma forse c’è di diverso che io non mi sognerei di mostrarli o offrirli in giro, per rispetto del loro vecchio proprietario e anche del possibile acquirente. In più mi rendevo conto che in confronto alla mia, le sue scatole erano più d’una e più grandi, e per me, pur non riguardandomi, questa era una scoperta molto pesante.

"Hai presente la parete in camera, quella dalla parte in cui dormi? Lì prima c’era un ritratto di lei fatto da una sua amica. A te darebbe fastidio vederlo lì appeso?". Ma che scherzo è, che domande sono? E’ un modo per testare la mia soglia di tolleranza o per capire che visione abbia delle ex e della vita in generale? Le sue uscite mi davano un fastidio tale che a volte mi tenevano sveglia di notte, ma non avevo ancora capito che potevo parlargliene o gridarglielo in faccia, se volevo, perché ne avevo tutto il diritto. Continuavo a pensare di essere io quella sbagliata, di non essere abbastanza donna da saper affrontare il suo passato. 

Così, un bel giorno mi chiesi che faccia e che corpo avesse la lei nel ritratto, e nei giorni in cui, senza il mio portatile, usavo il suo per lavorare da casa, fu facile avventurarmi in cerca di risposte. All’improvviso mi si aprì davanti un’altra voragine fatta di scatti in vacanza, di nudi e filmati anche porno. Eccole lì, le reginette del passato, sorridenti, sicure e ammiccanti. Si mostravano in diverse mise, come in una sfilata, alcune si presentavano anche senza veli, ma comunque ognuna salvata e conservata ordinatamente nella propria cartella. E poi ecco anche me, in una bella raccolta con su scritto "Lorenza"… Quante foto c’erano? Erano di più o di meno di quelle di B, di R, di L, di P o di P? Mi sembrava un album di figurine… l’avevano già inventato quelle delle letterine? Ma anche fosse, io lì cosa ci facevo? Non avevo mai fatto alcun provino, o almeno non ero consenziente. Che poi anche avessi avuto lo schizzo, più che letterina mi sarei proposta come letteronza.

Iniziai così a ricostruire il suo albero "uxorologico" e tremavo, piccina piccina, vedendo che davanti a me si ergeva pian piano una quercia o forse un baobab, ai cui rami erano appese moltissime lettere e altrettante parole, così tante che a volte mi sembrava di sentirmi sciorinare delle belle o brutte copie ormai imparate a memoria. Alla sua all’ombra si erano consumate grandi passioni, emozionanti avventure, scene di sesso sfrenato, e giaceva anche il ricordo di un bambino mai nato. Era un albero dai rami un po’ strani, vorrei vedere voi a ricomporre pezzo per pezzo un baobab intero! Mi mancava la guida di qualcuno che mi spiegasse che magari avevo frainteso e che la parte di fusto che avevo in mano andava sul tronco e non altrove, ma mi mancava il coraggio o il savoir faire per dirgli con nonchalance: "Ehi tu, mi dai una mano?".

Poi, dopo ancora qualche giorno che sentivo ripetermi la storia del costume come fosse un disco rotto, mi sorprese venendo a portarmelo direttamente in bagno e dicendo: "Dai, perché non lo provi?". Avrei voluto morire, o forse avrei voluto ucciderlo, ma piuttosto che dirglielo ho scelto di piegarmi umiliata, per poi dovergli anche dire educatamente: "Purtroppo non va", che nella mia mente suonava in simultanea come: "Quella troia della tua ex aveva il culo più piccolo e le tette più grandi".

Aveva fatto centro e a sua parziale discolpa non poteva saperlo, non immaginava che violenza potesse essere per una che da anni già faticava a guardarsi serenamente allo specchio.

E poi fu il turno delle vacanze e delle gite fuori porta… "Quella volta venimmo qui, sedemmo lì, mangiammo così…" Ed io mi chiedevo se fosse un pluralia maiestatis. Parlava alla "me, myself and I" o da bel maschione si riferiva al suo doppio ego (la sua testa e il suo pene)? Ahimé, più semplicemente, si riferiva alla sua ex. P? L’altra P? R? …Ullalla ùllala ullallallà! Forza, cantiamolo insieme, che se siamo brave viene anche a condurre Gerry Scotti!

Avevo smesso di chiedermelo a quale delle sue ex si riferisse. O peggio ancora, me le vedevo scorrere tutte davanti contemporaneamente, in un giro nauseabondo di colori, risate, ansimi e umori corporei.

Poi, come non bastasse, alle iniziali si aggiunsero cifre e parole. Ad esempio, lui diceva "2001" ed io subito ad arrampicarmi tra i rami del baobab, chiedendomi: "Quell’anno con chi era?". Oppure: "Thailandia" – "Ce l’ho, lo so, eri con P, la seconda delle 2! E le scattasti anche una foto nuda sul letto di fianco a un libro!… Che cosa ho vinto? Che assegno c’è in premio?"

Non ricevetti nessun assegno, la risposta giusta forse era Zanzibar, ma iniziavo a fare confusione avendo davanti un planisfero disseminato di bandierine con le iniziali e un calendario tempestato di letterine colorate. Non capisco. Che anno è? In che continente siamo?

Come premio di consolazione ebbi l’amarezza, durata piuttosto a lungo, di non sentirmi rispettata e il disagio di non riuscire a trovare il mio posto nella sua casa e fra le sue cose. Alla fine la fiera, o meglio, il quiz, sarà durato qualche settimana, forse un paio di mesi. C’è voluta una birra con un’amica: io gonfia come una pentola a pressione, che timidamente le confidavo le mie gelosie, e lei che mi consolava e mi scuoteva dicendomi: "Cosa aspetti a gridarglielo in faccia, che in questo senso si comporta da vero cretino?".

Così, un pomeriggio presi il coraggio con entrambe le mani, mi arrampicai sul pianale della cucina e gliele raccontai una a una, piagnucolando proprio come la bambinetta che non volevo apparire. Aver ragione sì, ma il diritto d’incavolarmi e fare la voce grossa ancora non l’avevo fatto mio.

Da quel momento in poi un po’ di cose, lentamente, sono cambiate. Certo, dal mio punto di vista ci sarebbero volute delle scuse plateali che di fatto non sono arrivate, almeno non così come le immaginavo, ma pian piano ha imparato ha parlare al singolare, a contare fino a 10 prima di propormi oggetti altrui, e all’improvviso slip di pizzo, manette, lamette e assorbenti sono spariti nel nulla. Serviva che glielo dicessi io? Me lo chiesi all’epoca e un po’ me lo chiedo tuttora, e per quanto in questi 2 anni di passi insieme se ne siano fatti a centinaia, se sono ancora qui a scriverlo, evidentemente si tratta di uno schiaffo che sulla mia pelle brucia ancora.

Lentamente ho imparato a parlare, ho capito come si fa a piantare paletti, ho provato anche l’ebbrezza d’incazzarmi come una iena e gridarlo guardandolo dritto negli occhi. Ho imparato ad assumermi le mie responsabilità, o quanto meno provarci, e a difendermi da me prima di pretendere che siano gli altri a farlo al mio posto. 

Lui, dal canto suo, ha imparato e sta imparando molte cose e, a dispetto del tono stizzito con cui vi racconto questi episodi, gli riconosco di essere davvero, tutto sommato, un buon e leale compagno di viaggio.

E’ solo che, tornando alla difficoltà di cui sopra, ogni tanto mi sento risucchiare dal buco nero dei numeri e delle letterine e non faccio che pensare, magari facendo l’amore, "com’era farlo con P, che era così disinibita? e con l’altra P, che aveva le tette grandi? in confronto a lei, vedermi da sopra è una magra consolazione?". Domande così, che non portano a niente, che nascono semplicemente perché, maledetta me, ho visto troppo. A volte mi colgono nel bel mezzo di una cena fra amici e mi rapiscono, perché magari qualcuno fa riferimento a quel weekend a 4 in un fantastico campo avventura. E io vorrei stoppare tutto, alzarmi in piedi e chieder loro, uno a uno, "com’erano P e R insieme? erano carini, vi piacevano? più o meno di noi adesso?". E il problema è che io la vorrei davvero una risposta, vorrei sentirmi dire di star tranquilla, che davvero, come dice lui, come me nessuna mai. Ma ahimè lo so bene che è tutto frutto delle mie insicurezze e delle mie paure e che, finché non le risolverò, R stesso potrà gridarmi infinite volte che il suo fantomatico baobab è crollato perché era pieno di tarme dalle foglie fino alle radici, e io non riuscirò a convincermene.

Ci lavorerò, prometto che lo farò, da settembre inizierò a farmi strizzare cervello e portafogli e nella centrifuga, già che ci sono, ho intenzione d’infilarci anche questo. Nel frattempo, però, ed è qui che vi voglio, come la mettereste voi con il senso di colpa per aver violato i suoi spazi ed essermi fatta gli affari suoi? Premesso che ho seriamente intenzione di non ripeterlo più, come la mettereste con le domande improprie in sospeso, e tutte quelle immagini che mi frullano illegittimamente nella testa? A volte penso che sarebbe più semplice per me, nonché liberatorio, provare a dirgli sinceramente che parlare di quella cosa mi fa male, perché so che l’ha fatta con lei, in quel modo lì e dicendole quelle parole, e che io non voglio essere l’ennesima copia delle emozioni passate. Ok, chiaro, non scenderei così nel dettaglio, ma forse perderei qualche decina di chili se potessi prendere un giorno e dirgli: "Senti, volevo dirti che mi spiace".

Però poi ho paura della sua reazione, che possa prendersela a morte avendone anche ragione. Il punto però è che non sono brava a fare la furba e ho scoperto, a mie care spese, che a giocare sporco mi faccio male da sola.

Per favore, ditemi la vostra, perché a tenere i segreti non sono molto brava e ora mi ritrovo confusa e intimorita come una bambina con le dita e il muso sporchi di marmellata, che sente l’auto dei genitori parcheggiare nel cortile e, in preda al panico non sa che fare.

84. Solitudini

"Io le voglio bene, non la venderei nemmeno per un milione.

Guardi com’è bella, sapesse com’è cresciuta!" 

 

Suona più o meno così la voce della solitudine, o meglio, la voce di una solitudine fra tante. Riecheggia un po’ cieca in pochi metri e nulla più, chiusa nell’odore stantio di urina e cucina. Ogni tanto assume anche una tinta di vino, o di grappa, chi lo sa. Dall’alto della mia finestra non posso sentirla, ma mi basta seguire il suo andirivieni biascicante di pensieri per immaginare che, ancora una volta, i pochi soldi racimolati siano finiti al posto di una mediocre bottiglia.

Passa i suoi giorni al terzo piano, la solitudine, e ogni tanto si sofferma senza pensieri a fissare il cortile, tenendosi in piedi contro la ringhiera o incurvata mollemente su una sedia di legno. Alcuni giorni si veste di atmosfere grigio marroni e a farle una foto verrebbe un bel quadretto in seppia con le bretelle. Altri giorni, resta dello stesso bianco e azzurro che indossa nel letto, e che a poco servono per nascondere i cedimenti del tempo.

Ricordo quella notte in cui rientravamo a casa allegri, salivamo le scale con un po’ di fatica, ottenebrati dalle ingordigie della cena. Le tempie stantuffavano veloci quanto i respiri e tra il secondo e il terzo piano ci si chiedeva: "sarà un gatto?" Di colpo lo vidi correre e, troppo lenta per capire, lo seguì con gli occhi stretti nel buio; quando lo scorsi steso a terra mi venne un colpo: sarà morto? Avrà picchiato la testa?

Erano più o meno le due e tre quarti di un inverno troppo freddo per guardare le stelle in maglietta e calzoncini. "Sono caduto e non riuscivo ad alzarmi."

Santo dio, quante ore è che è lì?

"Chiamate un’ambulanza, voglio andare in ospedale", ma nessuno mai alzò il telefono, gli rimboccammo le coperte e gli raccomandammo di dormire. Funziona così quando capiscono che sei uno che grida al lupo dopo averci brindato, scatta l’imperativo di non avvisare nessuno, "perché più volte sono usciti a vuoto e ci hanno fatto pagare l’intervento. E a noi poi chi ci paga?"

Già, chi lo paga il prezzo di una famiglia lontana, che un bel giorno, per non so quale motivo, ha deciso di segare un ramo genealogico e farne ricordi da ardere? Chi lo aiuta a ragionare quando, all’ennesimo operatore, da in escandescenza e grida che in casa sua non vuole più nessuno?

Un po’ di oblio, nemmeno d’annata, qualche sorso, che magari sapesse di sughero! Ma ormai anche i tappi fanno in plastica…

E via, immortalato così, dal greco anche lui del terzo piano, che passava di lì e si è sentito biascicare: "Ha una macchinetta? Me la farebbe una foto?"

Un clic e passarono alla storia, una storia di postumi senza posteri: lui, una sedia e la sua pianta a fiori gialli.

 

"Sabato al mercato le compro un vaso nuovo e della terra, perché le voglio troppo bene. Così tanto che non la venderei neanche se mi offrissero un milione."

"La vuole in bianco e nero o a colori?"

"Faccia a colori, poi gliela pago."

"Mannò, si figuri. Domani la stampo e poi gliela porto."

"Grazie mille, mi sento felice!"

 

Suona più o meno così la voce della solitudine, con una cadenza triste e un sorriso senza denti, sospeso nel tempo. E se penso che questa è solo una solitudine fra tante, mi chiedo quanti sorsi, quanti morsi e quante lacrime d’oblio in giro per il mondo versate su ricordi, che pur dimenticati, restano stesi sui fili ad asciugare.

 

82. Abbandoni

Dev’essere stato mentre ero bambina, nei pomeriggi o sul far della sera, quando alle 7 in punto guardavo l’orologio e pensavo con angoscia: "mancano solo due ore". O forse la domenica, giorno della malinconia, in cui abbracciavo papà e lo tenevo stretto, cercando di fare il pieno per la settimana a venire. Tutti i giorni così, li ricordo uno a uno, per un periodo lungo e lento, non so se davvero o nella memoria.

E la mamma, chissà com’era quando mi svegliavo cercandola? Correva subito ad accudirmi o mi lasciava piangere sola nel letto? Il ricordo di lei è spesso duro e implacabile, eppure poi gli anni ci hanno stretto in una fortissima simbiosi.

Dei miei insieme, invece, non ho memoria. La prima immagine che mi viene alla mente è di noi tre nell’ingresso di casa, loro gridavano forte e io non volevo ascoltare. Ci alternavamo in un balletto tra le due porte e in quei pochi fotogrammi vedo me con entrambi nell’atrio, me chiusa nello sgabuzzino, di nuovo me contesa tra le urla nell’atrio, e ancora me con la mamma sul pianerottolo. Ce ne stavamo andando, o meglio, lei se e stava andando, perché la possibilità di scegliere a me non l’ha mai data nessuno.

"E’ tutto normale, non c’è motivo di farne una tragedia": lo si è ripetuto così tante volte, che a un certo punto ho smesso di sapere se fosse una frase mia o sua. Così, sono venuta su credendo fosse naturale avere il timore dei bagagli, delle ore che giungono al termine, delle domeniche, dei risvegli da sola nel letto… Finalmente ho un lungo elenco di cose da chiedere, ma realizzo che ci sono circostanze le cui conseguenze sono quasi irrimediabili. Nel mentre il pomeriggio scorre seduto su questa sedia, come una caravella che naviga sola nell’oceano, non so bene se prima o dopo una tempesta.

Continuo a dirmi che io sono una persona autonoma e indipendente, ricca di sogni e altrettante risorse, e persevero nel tentativo di imparare ogni giorno come bastare a me stessa. Eppure poi torna il momento in cui i miei sforzi assumono una direzione involontaria ed opposta.

"Domani è lunedì, devi proprio andarci a lavoro? Perché non prendi qualche ora di permesso e ce ne stiamo stretti senza far niente? Dura sempre così poco la domenica… Sì, mi rendo conto, perdonami per la domanda sciocca. E’ che sarebbe carino farlo una volta ogni tanto… Si è fatto tardi, io domani rimango un po’ a letto, ma ti prego, non dimenticarti di salutarmi prima di andare."

 

Si annida un po’ lì, la paura dell’abbandono, ben celata nel confine tra ragione ed istinto. Una parte di me mi ripete di star tranquilla, che anche quando sono sola ho comunque me stessa. Ma l’altra risponde che è spiacente, ce l’ha scritto sul fondo, che è il destino di un birillo perdere l’equilibrio almeno una volta ogni due tiri.

 

81. Navigando a vista

Ci sono mattine in cui mi sveglio e, come una bambina, ho paura del mondo. Le ore cominciano a scorrere tra mille pensieri e poche azioni per metterli in fila, la sensazione forte di non sapere da dove iniziare e una domanda ricorrente: "dove sto andando?" La verità è che spesso quando mi fermo sono perduta. Bel paradosso per me che sono tutt’altro che ipercinetica! Mi piace dormire, pensare e coltivare i gesti a ritmi lenti, sono un piccolo orso da meditazione, ma in questo momento tutto mi fa capire che fermarmi a riflette è peggio.

C’ho messo un anno abbondante, forse due, a realizzare che alla fin della fiera il mio più grande problema e non sapermi ascoltare. So parlare da sola, trarre conclusioni… Una maga del ragionamento, ma il corpo dov’è? La pancia, la mia odiata e tenera pancia, sono anni che la soffoco sotto un cuscino e mi chiedo chissà come e per quale motivo. Cos’ha fatto di male o da cos’è che volevo proteggerla? Spesso me lo chiedo ma non sono ancora arrivata a un dunque.

Inizio a credere che la separazione dei genitori durante l’infanzia, per quanto vissuta al meglio, non sia mai una cosa semplice. Ho passato gli ultimi vent’anni a far quadrare i conti, i primi cinque piangendo, i successivi quindici caricandomi di ogni peso, e ora che mi ritrovo a fare la somma dei giorni, mi accorgo che la mia parte bambina è rimasta incredibilmente indietro. Adesso piange con singhiozzi forti e grossi lacrimoni, e meno male che ha iniziato a farlo, perché da troppo tempo se ne stava zitta a fare la brava.

Finalmente mi appaiono nitidi tutti i momenti passati a riempirmi di cibo nascosta dal mondo. Non era gola, non era scarsa volontà, era un infliggermi punizioni e cercare consolazione, e così è tuttora. "Houston, finalmente ci siamo arrivati: abbiamo un problema". Un problema grande, che più che risolto va curato.

Ne abbiamo fatte di ogni in queste settimane, io, la mente, il cuore e la pancia. E come in tutte le decisioni prese a più mani, spesso le discussioni sono state accese e prolungate, ma alla fine le abbiamo usate di comune accordo, stringendo forte il telefono e trovando il coraggio di parlare e non piangere.

"Ciao, mi chiamo Lorenza e sono una mangiatrice compulsiva"… Però poi sì che ho pianto, in silenzio e per circa un quarto d’ora, ma ormai era fatta, ero seduta a quel tavolo. E pian piano, guardandomi intorno, ho realizzato che sono tante le persone che schiacciano la vita sotto un cuscino, e le più disparate. Alcune in sovrappeso, altre insospettabilmente magre, che sanno bene cosa vuol dire avere l’anima che sgretola dentro senza prove concrete da mostrare all’esterno. Conoscerle mi è servito a capire che devo smetterla di attribuirmi la colpa di non so bene cosa, ma soprattutto ho sentito per la prima vera volta di non essere sola e che c’è qualcuno che condivide i miei stessi problemi.

Ho constatato che il counseling è fondamentale, ma è giunto il momento di passare allo step successivo. Psicoterapia, chi l’avrebbe mai detto? Quanti mesi ci vogliono, finiremo tra anni? L’idea mi spaventa, ma è ora di combatterla una volta per tutte. Riuscirò a venirne a capo? Vedrò mai anch’io, guardandomi allo specchio, la meraviglia che tutti dicono? Me lo auguro davvero con tutto il cuore, perché sono stanca di vivermi a metà e fare l’equilibrista tra un eccesso e l’altro. Sogno ad occhi aperti il giorno in cui saprò mangiare perché mi va, senza rimorsi e sensi di colpa. Agogno dal profondo del cuore il momento in cui mi sentirò disinvolta nell’indossare un abito leggero e nel camminare sui tacchi alti, senza sentire l’inadeguatezza di una bambina in un corpo da adulta. Ho voglia di sentirmi femminile e seducente con tutte le imperfezioni che mi contraddistinguono e che tanto mi affascinano in ogni donna che incontro per strada, qualunque corpo essa abbia.

Ci sono sere in cui questi desideri mi appaiono lontani all’orizzonte e il mio lato meschino mi porta a piangere, ripetendomi che non li raggiungerò mai e mi sentirò inadeguata per tutta la vita. Ma c’è di buono che ora so di avere più di una spalla su cui piangere.

E poi tornano mattine in cui mi sveglio e la solita domanda si trasforma in un’affermazione: "certo che di strada ne ho fatta!" E penso di nuovo che valga la pena non mollare e che arriverà il giorno in cui questi tortuosi andirivieni mi avranno resa un’esperta navigatrice.

 

Passavo di qui per segnare la mappa dopo quest’ultimo lungo viaggio. E’ sempre bello tornare a guardarla e vedere, tratto per tratto, la rotta percorsa. Dovrei venirci più spesso, come negli anni in cui questo luogo era la mia casa e non uno scalo. In ogni caso è sempre bello ritrovare le vostre barchette colorate, un po’ cambiate, più navigate, ma comunque ancora ormeggiate in questo porto, dove la brezza infonde serenità anche quando il cielo è plumbeo e le tempeste infuriano.

 

80. ZeroottoZerotreVentiundici

Mi piace a volte tornare la sera e sapere di non avere programmi né trovare nessuno. Mi piace sedere le ultime ore alla scrivania, in bilico tra il pensiero di andare a letto presto e quello di uscire e coltivarmi con qualcosa di buono e, soprattutto, mi piace essere libera di scegliere.

Mi piacciono le melanzane alla griglia con omelette alla mediterranea che poi diventano un’insalata al volo perché hai fretta di respirare la sera senza più aspettare; così come mi piace il tepore buio di un film al cinema scelto da sola, perché ogni tanto è bello spegnere il telefono e non esserci per nessuno. Sedere comoda sulla poltrona senza dover stringere una mano e tenere la schiena in tensione, sapendo che in borsa hai i tuoi biscottini che entreranno in scena al secondo tempo. E non ci vedo niente di strano.

Mi piace rientrare fumando per strada e ritrovare col naso all’insù la primavera notturna che aleggia nell’aria. La mia Milano, i miei tetti di ringhiera, che tanto a lungo ho sospirato, per cui ho combattuto una guerra senza pari. Mi piace il senso di libertà, riconoscermi nuovamente nei miei luoghi e nei miei vestiti, forte di una grandezza che prima non sapevo.

Mi piacciono, così, le sere cucite e ricamate per caso, in cui non hai voglia di pensare più a niente e per qualche istante smetti di porti domande. E pensi a chi ultimamente ti ha chiesto perché sono mesi che non scrivi, sapendo che il motivo sta nel non trovare parole abbastanza lievi da non appesantire il male e geometrie tanto armoniose da non lasciar intravedere i dirupi.

La prendi così, un po’ come viene, con la stessa alternanza di chi sceglie una vita in bilico tra sè stessa e la leggerezza dei suoi anni e la gravità di chi è più avanti e ha i suoi mille impegni.

Mi piace fare un po’ dentro e fuori, raminga nell’anima ma presente col cuore, curando paziente il bruciore delle ferite che rimarginano, piantando i semi di un inverno che prima o poi diventerà primavera.