106. All’insù

Porta d’ingresso, perfettamente in orario: pareti rosse, poi blu e poi gialle. Fruscìo di camici, occhi in attesa, finalmente il tuo turno come sempre in ritardo. Dentro più di mezz’ora, chiacchiere fitte, poi di nuovo la porta, oggi però a mani vuote. Niente più prescrizioni, niente più poi vedremo, solo abbracci commossi, grazie e lei è coraggiosa. Più di ventidue anni trascorsi in trincea di cui gli ultimi tre senza nessuna tregua, in guerra aperta senza più munizioni. Le volte che ti sei chiesta come sarebbe stato quest’oggi e soprattutto quando sarebbe arrivato: più o meno un miliardo. Il corridoio di sempre per l’ultima volta: pareti gialle, poi blu e poi rosse. Porta d’uscita – capisci? – è proprio l’ultima, così ultima che quasi un po’ ti siedi a guardarla. L’hai vinta grossa, l’hai vinta grossissima. Le mani vuote, la vita guarita. Torni alla strada affollata di ombrelli e per quel che ti riguarda non vedi che sole. Vanno di fretta, i passanti, ma che accidenti ne sanno, che se fossi in età da avere ancora una smemo sulla pagina di oggi non ci sarebbero compiti. Solo una scritta in tremendissimo fucsia, sicuramente corsiva e in alto, sotto la data.

Mento all’insù in un pomeriggio qualunque.

105. Per chi suona la sirena

Le persone prima o poi se ne vanno e, per quanto lo si possa mettere in conto, quando accade il senno non è mai abbastanza. Le persone a volte non ce la fanno e, nonostante l’aver stretto i palmi anche per loro, se mollano il colpo non c’è niente da fare. Le persone ogni tanto deludono e il problema è che poi non c’è abbraccio che possa risolverlo. Le persone talvolta si arrendono e a quel punto capisci di non aver mai capito.

Quando chiudo gli occhi spesso sento una sirena e, nonostante succeda da anni, ci metto sempre qualche secondo a spiegarmi se sia vera o sia un’allucinazione. Mi sono più volte chiesta da dove arrivi, se da un ricordo rimosso o un presagio futuro, poi di colpo ho capito. Ho capito che gli alberghi e le case hanno tanti balconi e che i funamboli scelgono gli ultimi piani. Ho capito che dieci anni sono troppo pochi per lasciare andare chi, all’ultimo istante, la fune non ha avuto intenzione di tenderla. E ho sentito che dieci anni sono ancora di meno, se mettendo i pezzi e i numeri insieme, realizzi che la tua è una stirpe di equilibristi.

È che dopo ti chiedi perché e sai che è un perché che non troverà pace. E percorri le parole a ritroso in cerca di una crepa, una falla qualsiasi, in cui s’incastri quell'”ecco, è lì che ho sbagliato“. E passi le ore a contare i secondi e a scandire i secondi schioccando le dita. Quanti schiocchi fanno tredici piani. Quanti in totale se ne aggiungi altri cinque. E se al quarto schiocco ci ripensi che fai, santissimo cristo, che cazzo ci fai. Mi chiedo all’ennesimo che cosa si senta, se sei ancora presente o scampi al dolore. E poi dopo, nella vita che viene, rinascerai uccello o dovrai strisciare?

Ci ho messo dieci anni a capire perché dai parapetti soffro tutto quel vuoto, perché odio i tetti in lamiera e i tonfi sordi, perché febbraio fa schifo e da adesso anche gennaio. E poi c’è che odio vestirmi di nero, come se mettersi in rosso possa cambiare le cose, e tutte le persone bagnate di pioggia che vengono, stringono e tu non sai nemmeno chi sono. E c’è che la vita ha un’ironia strepitosa e mentre scendi di corsa le scale, c’è chi sale in affanno, dicendo al compare di sentirsi così stanco da doversi raccogliere col cucchiaino. Dice che la vita è pesante e tu pensi che, sì, per l’ennesima volta la gravità gli ha dato ragione.

I giorni passano, gli anni pure e sai che scrivere non riporta indietro le cose né le persone, ma quanto meno le lascia fluire. Allora farnetichi nero su bianco, perché così forse puoi riprenderti i sogni, riuscire a zittire quella maledetta sirena e non chiederti, almeno un istante, per chi è che suona stavolta.

104. A denti stretti

La malinconia quando torna si sente ed è questione di ossa, pelle e occhi stanchi. La riconosci in una nenia che va avanti da sempre e parla di bilico e cime allentate. Come quella domanda che torna, fende l’aria di sbieco e ha a che fare col tempo: cosa fai del tuo tempo. Che sarebbe del mondo, sapessi quanto ne resta, del giorno che passa e ti senti già pronta. Perché spesso ti chiedi come sarebbe morire e il più delle volte saresti felice di quello che è stato, di quello che sei e vorresti solo che il buio ti cogliesse migliore. E pensi alla stima per chi indossa il suo male e ogni giorno ne fa il più bel portamento, guardi le mancate evidenze che non hai mai raccontato e capisci che più spesso dovresti esserne fiera. Senti che è dura e sai d’avere ragione, ma sai anche che vincere è una questione di scelta.

Dunque inganni il tuo mentre e pensi a come sarà, quando si troverà libero e non avrà cura di niente. A quando avrà tempo per leggere e scrivere e potrà scegliere lui quale sarà il compromesso. Quando questa vita romperà la clessidra e si riverserà fuori dal piatto della bilancia. Vorrai un nuovo anello da mettere al dito, un’abito vintage e una borsa di pelle. E la vorrai gialla, sì, la comprerai gialla per ricordarti del sole fuori dall’ospedale. E pensi alla sera in cui tornerai a casa ubriaca e custodirai in tasca un indirizzo preciso, finalmente saprai qual è il tuo altrove nel mondo e non sembrerai più tanto smarrita. E ti sentirai bella, ti sentirai donna, avrai vinto tutto e non lascerai niente. E sarà valsa pensa e varrà tanta gioia e sarai stanca, ma avrà un peso diverso. E ti dico che passa e tu dici che niente, allora dormi ma senza mai arrenderti. Digrigna i denti quel tanto che basta e tieni fuori la notte: l’alba è vicina.

87. Gettare la spugna

Ci sono giorni in cui sento di voler mollare e ogni fibra, ogni atomo, ogni angolo di me urla che è troppo stanco, troppo pesante per continuare. Ci sono istanti in cui la bilancia dei pro e dei contro smette di funzionare, continuo a togliere e rimettere i pesi, ma uno dei due piatti resta attaccato a terra. Ed è sempre lo stesso.

Giorni in cui fatico persino a trovare le parole e metterle in fila. Tutto quello che vorrei è liquefarmi sul divano, accartocciarmi sul pavimento, per scoprire che di lacrime in serbo ne ho veramente tante e chi è seduto davanti a me può asciugarle, ma non ne sente il sapore.

Non ho più niente in tasca, né minuti sul quadrante, e allo scadere di tutto mi chiedo che senso abbia continuare a tenere la presa. Vorrei fare milioni di cose, leggere e scrivere migliaia di pagine, ma mi ritrovo in un sistema che parla in codice binario e non so come forzarlo.

Da un lato il lavoro – pressante, distraente, e fine-settimanale, anche.  Dall’altro la terapia – tanta, costosa, faticosa – per cui passo i giorni a rincorrere treni, rifare i conti, tener traccia di ogni morso che faccio e a che pensiero lo allego. Stringo i denti e rimando le voglie, respirando in quattro quarti, visualizzando luoghi sicuri e fandonie del genere. Fandonie in cui in tutti gli altri giorni credo ciecamente, ma oggi mi sembrano puttanate di un’inutilità mortale. Mi faccio di Emdr, ma inizio a stimare chi sceglie l’Mdma, che tanto il contraccolpo è più o meno lo stesso. Passo davanti alle vetrine cercando di non guardare, perché i soldi che entrano passano automaticamente nelle mani di chi mi segue, ma oggi baratterei delle scarpe col tacco con tutta la terapia del mondo. E nel tempo che avanza mi metterei lo smalto, mi passerei la crema, e poi la leccherei fino a dar fondo al barattolo, come quando stavo male, ma era tutto più semplice. Ero beata e ignorante, chi me l’ha fatto fare?

A volte ha ragione mia madre che dice che perdo tempo a farmi seghe mentali, per giunta a pagamento, e questa è una di quelle. Oggi ho deciso che getto la spugna, almeno scrivendolo, piangendo e mangiando. Domani poi, chissà, sicuramente ripartirò, ma almeno per oggi ho voglia di dirmelo che, vaffanculo, mi sento triste e tanto stanca.

81. Navigando a vista

Ci sono mattine in cui mi sveglio e, come una bambina, ho paura del mondo. Le ore cominciano a scorrere tra mille pensieri e poche azioni per metterli in fila, la sensazione forte di non sapere da dove iniziare e una domanda ricorrente: "dove sto andando?" La verità è che spesso quando mi fermo sono perduta. Bel paradosso per me che sono tutt’altro che ipercinetica! Mi piace dormire, pensare e coltivare i gesti a ritmi lenti, sono un piccolo orso da meditazione, ma in questo momento tutto mi fa capire che fermarmi a riflette è peggio.

C’ho messo un anno abbondante, forse due, a realizzare che alla fin della fiera il mio più grande problema e non sapermi ascoltare. So parlare da sola, trarre conclusioni… Una maga del ragionamento, ma il corpo dov’è? La pancia, la mia odiata e tenera pancia, sono anni che la soffoco sotto un cuscino e mi chiedo chissà come e per quale motivo. Cos’ha fatto di male o da cos’è che volevo proteggerla? Spesso me lo chiedo ma non sono ancora arrivata a un dunque.

Inizio a credere che la separazione dei genitori durante l’infanzia, per quanto vissuta al meglio, non sia mai una cosa semplice. Ho passato gli ultimi vent’anni a far quadrare i conti, i primi cinque piangendo, i successivi quindici caricandomi di ogni peso, e ora che mi ritrovo a fare la somma dei giorni, mi accorgo che la mia parte bambina è rimasta incredibilmente indietro. Adesso piange con singhiozzi forti e grossi lacrimoni, e meno male che ha iniziato a farlo, perché da troppo tempo se ne stava zitta a fare la brava.

Finalmente mi appaiono nitidi tutti i momenti passati a riempirmi di cibo nascosta dal mondo. Non era gola, non era scarsa volontà, era un infliggermi punizioni e cercare consolazione, e così è tuttora. "Houston, finalmente ci siamo arrivati: abbiamo un problema". Un problema grande, che più che risolto va curato.

Ne abbiamo fatte di ogni in queste settimane, io, la mente, il cuore e la pancia. E come in tutte le decisioni prese a più mani, spesso le discussioni sono state accese e prolungate, ma alla fine le abbiamo usate di comune accordo, stringendo forte il telefono e trovando il coraggio di parlare e non piangere.

"Ciao, mi chiamo Lorenza e sono una mangiatrice compulsiva"… Però poi sì che ho pianto, in silenzio e per circa un quarto d’ora, ma ormai era fatta, ero seduta a quel tavolo. E pian piano, guardandomi intorno, ho realizzato che sono tante le persone che schiacciano la vita sotto un cuscino, e le più disparate. Alcune in sovrappeso, altre insospettabilmente magre, che sanno bene cosa vuol dire avere l’anima che sgretola dentro senza prove concrete da mostrare all’esterno. Conoscerle mi è servito a capire che devo smetterla di attribuirmi la colpa di non so bene cosa, ma soprattutto ho sentito per la prima vera volta di non essere sola e che c’è qualcuno che condivide i miei stessi problemi.

Ho constatato che il counseling è fondamentale, ma è giunto il momento di passare allo step successivo. Psicoterapia, chi l’avrebbe mai detto? Quanti mesi ci vogliono, finiremo tra anni? L’idea mi spaventa, ma è ora di combatterla una volta per tutte. Riuscirò a venirne a capo? Vedrò mai anch’io, guardandomi allo specchio, la meraviglia che tutti dicono? Me lo auguro davvero con tutto il cuore, perché sono stanca di vivermi a metà e fare l’equilibrista tra un eccesso e l’altro. Sogno ad occhi aperti il giorno in cui saprò mangiare perché mi va, senza rimorsi e sensi di colpa. Agogno dal profondo del cuore il momento in cui mi sentirò disinvolta nell’indossare un abito leggero e nel camminare sui tacchi alti, senza sentire l’inadeguatezza di una bambina in un corpo da adulta. Ho voglia di sentirmi femminile e seducente con tutte le imperfezioni che mi contraddistinguono e che tanto mi affascinano in ogni donna che incontro per strada, qualunque corpo essa abbia.

Ci sono sere in cui questi desideri mi appaiono lontani all’orizzonte e il mio lato meschino mi porta a piangere, ripetendomi che non li raggiungerò mai e mi sentirò inadeguata per tutta la vita. Ma c’è di buono che ora so di avere più di una spalla su cui piangere.

E poi tornano mattine in cui mi sveglio e la solita domanda si trasforma in un’affermazione: "certo che di strada ne ho fatta!" E penso di nuovo che valga la pena non mollare e che arriverà il giorno in cui questi tortuosi andirivieni mi avranno resa un’esperta navigatrice.

 

Passavo di qui per segnare la mappa dopo quest’ultimo lungo viaggio. E’ sempre bello tornare a guardarla e vedere, tratto per tratto, la rotta percorsa. Dovrei venirci più spesso, come negli anni in cui questo luogo era la mia casa e non uno scalo. In ogni caso è sempre bello ritrovare le vostre barchette colorate, un po’ cambiate, più navigate, ma comunque ancora ormeggiate in questo porto, dove la brezza infonde serenità anche quando il cielo è plumbeo e le tempeste infuriano.

 

31. Questa mattina

non avrei proprio voluto scendere dal letto. Per un istante avrei preferito dare forfait al mondo, girarmi dall’altro lato e buonanotte a tutti…

Così come ho fatto ieri sera. Avevo in programma d’andare al cinema con le amiche, ma ero così a terra che alla fine le ho paccate, inventandomi di star poco bene (e si tenga conto del fatto che io odio mentire e paccare!).

E’ che da qualche giorno mi sento così triste… Inutile, incolore, immobile. E in realtà non ne ho motivo. La sola cosa che mi atterrisce realmente è l’incrociarsi di questo momento un po’ sottotono, con l’ombra dei miei demoni all’orizzonte.
In ogni caso continuo a ripetermi che è solo una fissa lusinghiera, un’inutile menzogna. Quella che decide della mia vita sono io, non loro. Posso star bene se lo voglio, questo l’abbiam visto tutti. Per cui l’unica cosa è continuare a sforzarmi ed impegnarmi per andare avanti così e non cedere.

 

Dunque, per la cronaca, oggi sono nella lista delle persone più tristi del mondo e non avrei voluto scendere dal letto, ma nonostante questo, ho spento la sveglia, mi sono preparata e sono uscita fuori per ricominciare una nuova giornata. Perché che si ferma è perduto, o meglio, mi conosco e so che se mi fermo son perduta.

In più ho la fortuna di avere delle amiche così carine, che hanno rinunciato ad andare al cinema ieri per aspettare che stessi meglio oggi. Cosa dovrei volere di più dalla vita?

 

Buona giornata a tutti, miei cari stylers!
 

30.

Cosa succede se ad un tratto il corpo comincia a farsi sentire con delle nuove richieste? Come si fa se, dopo settimane che fila tutto liscio quasi senza il minimo sforzo, si percepiscono delle alterazioni? E, soprattutto, come la mettiamo se l’istinto bolla per partito preso queste alterazioni come sbagliate?

E’ qualche giorno che ho più fame del solito e, visto l’approssimarsi del ciclo, ciò può essere più che normale. Continuo a ripetermi di assecondare me stessa, di agire di pancia. Cerco di ricordarmi che il corpo non è un automa e come tutti ha anche lui esigenze diverse a seconda dei momenti.

Ma cosa devo fare quando, dopo più di un mese di assoluta serenità fisica e mentale, mi ritrovo ad aver timore? Timore degli eccessi, di quello che ho sempre chiamato il mio demone, paura di non saper rispondere in maniera equilibrata ad una legittima domanda corporea.

Il mio fisico chiede ed io rimango pietrificata dal terrore. Dei sensi di colpa, del vuoto assoluto, della compulsività nauseabonda, delle logiche distruttive e dei calcoli sterili, che, anche se da lontano, in questo momento fanno capolino all’orizzonte.

Non capisco ancora se sia una reazione spontanea ad un ricordo troppo traumatico e doloroso o un segno latente della mia vulnerabilità ancora ben viva e presente.