96.

Ciao Yair,

è sera e sono a casa. Fuori la notte è nuovolosa e opaca, e il cielo sprigiona un freddo moderato, costante, sgradevole. Te ne parlo come se tu fossi altrove. Sei altrove. È passato un mese e mezzo dall’ultima lettera che ti ho mandato. Una lettera che anche a me, ora, sembra un sogno lontano. Non ho idea se tu sia interessato a leggere quello che ho da dirti. Comunque, ho continuato a scriverti dentro di me.

A dire il vero, questo, senza intenzione, è diventato per me una specie di “diario”. Ho scoperto che se talvolta aiuta ad alleviare il dolore, spesso lo acuisce. In un modo o nell’altro considero questa mia volontà di scrivere (e il bisogno, anche, vorrei dire) come un dono straordinario e inatteso che ho fatto a me stessa.

E tu? Mi parli ancora? Mi ricordi? Ti sentirai meglio quando finalmente cadrà la pioggia? Spero, quel giorno, di provare anch’io una sensazione più definita, ma temo che non sarà così. Vorrei poter scrivere di desiderare soltanto che tutto finisca, che venga lavato via dalla prima pioggia, ma è contrario ai miei veri sentimenti, a ciò in cui credo senza incertezze, anche adesso, indipendentemente dal fatto che tu mi risponda o no.

Perché ti scrivo? Non sono affatto sicura di saperlo. Forse perché oggi le nuovole sono più fosche del solito. Forse perché, dalla prima volta quando sei sparito, mi sento capace di rivolgermi a te e di parlarti. E forse perché mi sembra che, a poco a poco, mi sto avvicinando al punto in cui potrò separarmi da te, o perlomeno dall’attesa dolorosa della tua ricomparsa, senza rinunciare ai sentimenti e alle sensazioni che suscitavi in me. A nessuno.

Sai, in ques’ultimo periodo ho pensato che abbiamo parlato sempre poco di cose che andassero al di là della nostra sfera personale. Ricordo che più di una volta, prima di sedermi a scrivere, ho deciso di raccontarti almeno una cosa che mi era accaduta nel mondo “esterno”, di portare qualcosa della “realtà” nella nostra sfera. Di ampliarla un po’. Ma credo di non esserci mai riuscita. Quello che avevo da raccontarti di noi due era sempre più forte e impellente… Ma quanto tempo, secondo te, una cosa del genere può continuare senza stimoli esterni, quotidiani e reali? E quanto tempo sarebbe trascorso prima che questa intimità ci soffocasse? Pensi che qualcuno possa effettivamente vivere così per tutta la vita?

(Ora, in questo preciso momento, sento che all’interno di questa intimità potrei davvero ricominciare a respirare.)

David Grossman, Che tu sia per me il coltello

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92. Millenni luce

Oggi sento lo strazio della tua lontananza,
penetra tutte le cose della terra,
prende svariate forme nei monti e nei giardini,
pervade il cielo ed il mare.
Tutte le notti, immobili in silenzio
gli occhi delle stelle,
nel piovoso luglio il bisbiglio di infinite foglie
dicono che Tu sei lontano.

In casa la profonda nostalgia di Te
si diffonde nelle sofferenze,
negli affetti e nei desideri,
nelle gioie e nei dolori.

Rabindranath Tagore

(Quando le parole non bastano)

79. Lentamente

 

Dopo un po’ comprenderai la sottile differenza fra stringere una mano e incatenare un’anima, e comprenderai che amore non significa dipendenza e che compagnia non significa sicurezza. Incomincerai a comprendere che i baci non sono contratti e i doni non sono promesse, e incomincerai ad accettare le sconfitte a testa alta e con gli occhi bene aperti, con la compostezza di un adulto e non con il dolore di un bimbo, e imparerai a tracciare la strada sull’oggi, perché il terreno del domani è troppo incerto per essere pianificato. Dopo un po’ comprenderai che perfino il sole può bruciare se ne prendi troppo. 

Allora cura il tuo giardino e abbellisci la tua anima senza aspettare che qualcuno ti regali dei fiori. 

E imparerai che puoi veramente farcela… Che sei veramente forte, e che tu vali veramente molto.

 

V.A. Shoffstall  

78. Annaspando

Urlano i piccoli silenzi

più del silenzio della montagna,

giungono negli spazi siderali

più potenti di un grido:

i perdoni non concessi

i conforti negati

la scomparsa di un bimbo

i dolori sepolti

i segreti sepolti.

E ruotano intorno alle nostre vite,

neri satelliti che cerchiamo d’ignorare.

 

Anna Maria Angelini Chiarvetto – Piccoli silenzi

74. Primo giugno

Cavalcherò il vento

le burrasche e i marosi,

sarò il tuo ponte per l’eternità.


Da dentro e fuori non avrò segreti

se non per stuzzicare la tua vanità.


Sarò il futuro dei tuoi sogni,

la vita tua che continuerà,

nella mia carne metterai radici:


saranno la nostra immortalità

e tra centanni gli occhi tuoi felici

rideranno ancora nel viso di bambini

coi miei capelli e la mia mutabilità.

 

Anna Maria Angelini Chiarvetto – Mi vuoi?

62. Metrature d’esistenza

[…] Ore 17.45. Viale Hemingway. E’ la volta del dottor Cavoni. Dice che ha lui la soluzione per una coppia in gamba come voi. Vi conduce in un ampio salone luminoso e dice: "Adesso, però, dovete immaginare".

 

Nessun segno di passaggi precedenti qui.

Non ci sono sagome di poster scollati, astri sorridenti, né evoluzioni che tagliano il parquet come ghiaccio. Qui tutto è ripulito e levigato, e i muri sono di un bianco accecante, quasi quanto i sorrisi dei venditori. Pensi che faccia parte della loro procedura cancellare il passato della gente, dare l’idea del nuovo, dell’immacolato.

In una domenica così capisci cosa vuole la gente, e quello che la gente vuole sono spazi vuoti da riempire di perfezione.

A nessuno interessa la tua brodaglia riscaldata, ciò che per te è stato gioia o dolore. La gente vuole un angolo cucina dove incastonare una lavatrice a scomparsa, coltelli multiuso e tritatutto. La gente vuole sofisticate chaises-longues al centro del salotto e amene amache in giardino, vuole angoli vuoti dove piazzare lampade alogene, e librerie che si attorcigliano verso il soffitto. La gente vuole i box doccia che fanno anche da sauna, i bagnoschiuma alla pesca, e le bilance che calcolano la massa magra in base ai parametri che gli inserisci tu.

E candele, di ogni colore e fragranza.

Ognuno a modo suo cerca di costruire la propria perfezione, pezzo per pezzo, come con il libretto delle istruzioni. Secondo i dettami del Feng Shui.

 

[…]

 

 

In una domenica che avresti voluto passare a sonnecchiare con la tele in sottofondo, ti ritrovi invece a girare per appartamenti, e a pensare. 

Pensi a tutti gli annunci che ci sono sui giornali, agli agenti imbellettati che girano la domenica, pensi ai pianoforti calati giù dalle finestre. Pensi che forse non si fa altro che portare a spasso le proprie vite, da un appartamento all’altro, nell’effimera illusione di essere davvero in movimento, con le proprie scatole di ricordi. Pensi alle stanze che hai occupato nella tua vita, e a chi ci starà adesso. Pensi che forse non si è altro che inquilini che si danno il cambio, nella vita, senza incontrarsi mai.

In una domenica così può capitare che ti metti a pensare cos’è rimasto di te, in giro. […]

 

 

Mirko Floria – Metrature d’esistenza