106. All’insù

Porta d’ingresso, perfettamente in orario: pareti rosse, poi blu e poi gialle. Fruscìo di camici, occhi in attesa, finalmente il tuo turno come sempre in ritardo. Dentro più di mezz’ora, chiacchiere fitte, poi di nuovo la porta, oggi però a mani vuote. Niente più prescrizioni, niente più poi vedremo, solo abbracci commossi, grazie e lei è coraggiosa. Più di ventidue anni trascorsi in trincea di cui gli ultimi tre senza nessuna tregua, in guerra aperta senza più munizioni. Le volte che ti sei chiesta come sarebbe stato quest’oggi e soprattutto quando sarebbe arrivato: più o meno un miliardo. Il corridoio di sempre per l’ultima volta: pareti gialle, poi blu e poi rosse. Porta d’uscita – capisci? – è proprio l’ultima, così ultima che quasi un po’ ti siedi a guardarla. L’hai vinta grossa, l’hai vinta grossissima. Le mani vuote, la vita guarita. Torni alla strada affollata di ombrelli e per quel che ti riguarda non vedi che sole. Vanno di fretta, i passanti, ma che accidenti ne sanno, che se fossi in età da avere ancora una smemo sulla pagina di oggi non ci sarebbero compiti. Solo una scritta in tremendissimo fucsia, sicuramente corsiva e in alto, sotto la data.

Mento all’insù in un pomeriggio qualunque.

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