105. Per chi suona la sirena

Le persone prima o poi se ne vanno e, per quanto lo si possa mettere in conto, quando accade il senno non è mai abbastanza. Le persone a volte non ce la fanno e, nonostante l’aver stretto i palmi anche per loro, se mollano il colpo non c’è niente da fare. Le persone ogni tanto deludono e il problema è che poi non c’è abbraccio che possa risolverlo. Le persone talvolta si arrendono e a quel punto capisci di non aver mai capito.

Quando chiudo gli occhi spesso sento una sirena e, nonostante succeda da anni, ci metto sempre qualche secondo a spiegarmi se sia vera o sia un’allucinazione. Mi sono più volte chiesta da dove arrivi, se da un ricordo rimosso o un presagio futuro, poi di colpo ho capito. Ho capito che gli alberghi e le case hanno tanti balconi e che i funamboli scelgono gli ultimi piani. Ho capito che dieci anni sono troppo pochi per lasciare andare chi, all’ultimo istante, la fune non ha avuto intenzione di tenderla. E ho sentito che dieci anni sono ancora di meno, se mettendo i pezzi e i numeri insieme, realizzi che la tua è una stirpe di equilibristi.

È che dopo ti chiedi perché e sai che è un perché che non troverà pace. E percorri le parole a ritroso in cerca di una crepa, una falla qualsiasi, in cui s’incastri quell'”ecco, è lì che ho sbagliato“. E passi le ore a contare i secondi e a scandire i secondi schioccando le dita. Quanti schiocchi fanno tredici piani. Quanti in totale se ne aggiungi altri cinque. E se al quarto schiocco ci ripensi che fai, santissimo cristo, che cazzo ci fai. Mi chiedo all’ennesimo che cosa si senta, se sei ancora presente o scampi al dolore. E poi dopo, nella vita che viene, rinascerai uccello o dovrai strisciare?

Ci ho messo dieci anni a capire perché dai parapetti soffro tutto quel vuoto, perché odio i tetti in lamiera e i tonfi sordi, perché febbraio fa schifo e da adesso anche gennaio. E poi c’è che odio vestirmi di nero, come se mettersi in rosso possa cambiare le cose, e tutte le persone bagnate di pioggia che vengono, stringono e tu non sai nemmeno chi sono. E c’è che la vita ha un’ironia strepitosa e mentre scendi di corsa le scale, c’è chi sale in affanno, dicendo al compare di sentirsi così stanco da doversi raccogliere col cucchiaino. Dice che la vita è pesante e tu pensi che, sì, per l’ennesima volta la gravità gli ha dato ragione.

I giorni passano, gli anni pure e sai che scrivere non riporta indietro le cose né le persone, ma quanto meno le lascia fluire. Allora farnetichi nero su bianco, perché così forse puoi riprenderti i sogni, riuscire a zittire quella maledetta sirena e non chiederti, almeno un istante, per chi è che suona stavolta.