104. A denti stretti

La malinconia quando torna si sente ed è questione di ossa, pelle e occhi stanchi. La riconosci in una nenia che va avanti da sempre e parla di bilico e cime allentate. Come quella domanda che torna, fende l’aria di sbieco e ha a che fare col tempo: cosa fai del tuo tempo. Che sarebbe del mondo, sapessi quanto ne resta, del giorno che passa e ti senti già pronta. Perché spesso ti chiedi come sarebbe morire e il più delle volte saresti felice di quello che è stato, di quello che sei e vorresti solo che il buio ti cogliesse migliore. E pensi alla stima per chi indossa il suo male e ogni giorno ne fa il più bel portamento, guardi le mancate evidenze che non hai mai raccontato e capisci che più spesso dovresti esserne fiera. Senti che è dura e sai d’avere ragione, ma sai anche che vincere è una questione di scelta.

Dunque inganni il tuo mentre e pensi a come sarà, quando si troverà libero e non avrà cura di niente. A quando avrà tempo per leggere e scrivere e potrà scegliere lui quale sarà il compromesso. Quando questa vita romperà la clessidra e si riverserà fuori dal piatto della bilancia. Vorrai un nuovo anello da mettere al dito, un’abito vintage e una borsa di pelle. E la vorrai gialla, sì, la comprerai gialla per ricordarti del sole fuori dall’ospedale. E pensi alla sera in cui tornerai a casa ubriaca e custodirai in tasca un indirizzo preciso, finalmente saprai qual è il tuo altrove nel mondo e non sembrerai più tanto smarrita. E ti sentirai bella, ti sentirai donna, avrai vinto tutto e non lascerai niente. E sarà valsa pensa e varrà tanta gioia e sarai stanca, ma avrà un peso diverso. E ti dico che passa e tu dici che niente, allora dormi ma senza mai arrenderti. Digrigna i denti quel tanto che basta e tieni fuori la notte: l’alba è vicina.