103. È già sera

Ti sei mai chiesto tra quante vite passi viaggiando in treno? Quando attraversi le cittadine, dove i palazzi si fanno stretti e tu ne sfiori le tende, il colore degli intonaci, finestre aperte, chiuse, accese, tricicli, vasi, sedie a sdraio e lenzuola. Te lo sei chiesto mai cosa avviene lì dentro, quante gioie e litigi stai rasentando? Che lì, oltre, c’è chi muore e chi si sposa, chi sta cantando una ninna nanna e chi fa forte all’amore. C’è chi attende qualcosa e chi ha deposto ogni ascia, chi cerca fortuna e chi invece la spreca. E mi sono sempre chiesta qual è il profumo, se in quelle penombre c’è più o meno tepore, se lì dentro si grida o la vita accada soffusa.

Ti è mai capitato di guardare il mare mentre gli viaggi di fianco? L’avrai fatto di certo, ma mi riferisco ai giorni come questo, in cui in lontananza scorgi la pioggia come uno stretto velo d’organza e a tratti la luce crea dei varchi, come macchie disperse in mezzo alle onde. Soffriranno lì, sole? Io credo di sì, perché un po’ temo l’idea della luce che entra nell’acqua e poi non sai che succeda, là dove ha inizio l’abisso. Non vedere a me fa paura, non sentire mi destabilizza, ma a lei forse no, perché la luce ha coraggio.

I disegni, invece, ti è mai successo di ritrovarli? Ritrovarli con le dita, intendo, perché in realtà gli occhi non li hanno mai messi da parte. Riscoprirli. Scoprire che dove viaggia la penna non lo vedi soltanto ma puoi anche toccarlo. Dimmi, che vedi? Io vedo soli che levano insieme a strane storie che volano. Ora poggiaci l’indice e poi le altre dita, una per volta, e passeggiaci. Dimmi, che senti? Io sento il rumore di un viaggio che parte su carta e poi insinua la pelle. Lo senti quel punto in cui la grammatura un po’ cede? Vuol dire che lì si è viaggiato più volte, magari per caso o forse con insistenza. Era quello che le mani volevano, è il solco delle loro intenzioni. Capisci?

Chissà se le hai mai pensate queste cose, se mai te le sei chieste. Io so che resterò ancora un po’ a occhi chiusi, per vedere se il foglio suggerisca qualcosa di nuovo alla pelle, che resta sospesa nella trasparenza di questo bilico d’aria e non ha domande, non ha più sorprese e nemmeno risposte. Tu riapri gli occhi e va’, se vuoi, ma prima un’ultima cosa: ti è mai successo di rimanerci male al tramonto? Intendo l’istante in cui fissi l’ultima scheggia di sole, afferrandola con tutto ciò che di te può aggrapparsi a qualcosa. Gli occhi fissi come a tenerla, tanto da non chiuderli nemmeno un secondo, e nella testa un solo pensiero: ti prego, non te ne andare. L’attimo in cui quel che resta del sole sprofonda, quel preciso istante di silenzioso frastuono, per te ha un rumore?

Da ieri i giorni sono più corti e io resto qui, con intorno ancora domande e una sola evidenza: mi manchi.

[Télépopmusik – Close. Testo e note giusti per un Tramonto.]

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2 thoughts on “103. È già sera

  1. in sintesi, gradevole esercizio di estetica dell’anima…

    tutte le descrizioni, infine, rimandano a stati dell’anima, sono solo strumento di sensibilità espresse attraverso l’osservare l’intorno….
    è un gran casino, quando ci si guarda dentro a pancia aperta, senza difese a far da scudo, lasciandosi attraversare da fredde lame di spade che fanno ribollir nell’anima gli schizzi impazziti del cervello…

  2. Pingback: 103. È già sera | Way of today

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