99. È già ieri

Ripenso a quel pomeriggio sulla strada di casa, in un giorno di luglio a finestrini abbassati. Si parlava del più e del meno, con la musica lieve e un sole un po’ spento. “Sto per sposarmi”, e io presi una buca. Un po’ per la gioia, un po’ lo stupore. Forse me l’ero inventata, ma ebbi un sussulto. “Lo abbiamo deciso da poco e, dall’istante in cui l’ho realizzato, mi sento in ritardo.” Sorrisi, pensando fossero gli innamorati più folli e coraggiosi del mondo. Intravedevo crepe in così tanta fretta e pochi mesi di storia, ma della fretta che importa quando hai il cuore che corre. La loro fretta sapeva di sempre, come i sempre stirati nei fotogrammi del cinema, che sanno di caldo, di chiaro, di eterno. E all’improvviso pensai a tutti i miei istanti rimasti in sospeso, ai sì pronunciati e abbandonati nel tempo. Sentì che c’era già tutto e che a bloccarlo erano le paure, era l’afferrarsi alle cause esterne e indecifrabili segni. E mi dissi che volevo farmi coraggio perché è da lì che cresce il futuro. Così, dopo tre tentativi, il quarto fui io a farlo.

Non ebbe niente a che vedere con la magia dei cavalli a dondolo, delle coperte rivolte in un loft newyorkese o dei secoli incisi su un ciondolo, all’ultimo sorso di vino sulle nenie del mare. Assolutamente niente di tutto questo, solo ginocchia e ghiaia bianca, in un parcheggio, a mani tese, con una convinzione così forte da non sentire il male del suolo. Avevo il vento ma c’era calma, avevo tutto ed ero pronta. C’era un presente che oggi non resta.

Ripenso a tutti i discorsi, i silenzi e gli intenti. Li sto cercando ovunque, perché finché ne ho ricordo, mi dico, da qualche parte dovranno pur essere. Eppure non sono. Il mare, sai, cambia umore col vento. E il vento va forte, senza indugi né attese. Ecco perché quando ti appresti a salpare dai uno sguardo alle vele, controlli di averle. Ché non le isserai tutte, forse, ma meglio essere pronti a lascare e andar di bolina. Entrambe le cose. Anche se, poi, è il fortunale il problema.

Oggi è uno di quei giorni prima di un giorno affatto casuale. Che pensi a dov’eri negli anni appena trascorsi e ti stupisci, chiedendoti da dove arrivi tutto quel vuoto. Invochi il miracolo e la catastrofe in uguale misura, perché senti che tanto è lo stesso. E un po’ ti chiedi che cosa succede se Domani lo strappi dai calendari del mondo, se mandi avanti orologi e dirotti a oriente gli aerei. Che magari riesci a farla franca, far finta di niente. Magari ti svegli ed è già il giorno dopo, di quelli normali senza attese e domande. E ti chiedi dove sei andata a finire dopo tutti quei giorni, ma la vita non sente né vuol dare risposte. O forse ne dà, eccome, ma non sono quelle che speri. La sola cosa che sai è che sei stanca di attendere, stare, parlare.

E avresti voglia di piangere, ma non hai spazio per farlo.

98. Universi

Le persone sono mondi e, come tali, si portano dietro sistemi interi di sguardi, sorrisi, squarci d’ombra e cieli in nuce. Hanno in sé racconti di vite passate e sogni presenti, traiettorie, ansimi, istinti. Arrivano a salve, cariche di colori, per innescarsi là dove quelli intersecano i tuoi profumi. E diventano belligeranze.

Quelle da cui più mi guardo sono le parole, perché so che sono loro a fendermi sopra ogni cosa. Posso smarrirmi, in quello che celano, nel modo in cui incidono di sbieco e non lasciano spazio. Rigano pelle, scavano il fondo, smuovono tutto quello che giace sopito e ne fanno man bassa.

Talvolta mi concedo di sbirciarle attraverso, come persiane nei pomeriggi d’estate. Ed è lì che resto ammaliata, nel negarmi il permesso. Di chiedere, presumere, insinuarmi, pretendere. Sono plasmata per restare al mio posto, mentre niente intorno si è mai fatto uno scrupolo. Il problema è l’equivocità delle cose. Quelle che scrivi e ti riescono così confortevoli, forse, così calzanti, che gli altri poi le scelgono e deliberatamente le indossano. Invece io non riesco, non avanzo pretese. Ho aspettative che sedo in punta di piedi, come i dolori. Me l’ha insegnato la danza: magnificare l’austero.

Dunque dimmelo tu, perché io non lo chiedo. Dimmi che sono l’inizio e la fine di quell’universo, la breccia infinitesimale per cui tutto passa attraverso. Osa per me, ti do il mio consenso. Fallo perché sento tu valga un inizio. Poi il resto non lo so, non chiediamocelo, non m’importa. Ma ammazziamolo, il dubbio, e sbricioliamo il timore. Dimmi che sono io ciò che sogni la notte, dipingimi addosso i tuoi desideri, insegnami. Trancia questa distanza, ardi la terra intorno, costruiscimi un ponte, poi abbattilo e salvami.

Non ho promesse, né giuramenti. Solo labbra, fretta e pelle. E so ascoltare, frugare gli occhi. Sarò sincera e non sarò per sempre.

97. Salpare

Ti è mai successo nella vita di stare in qualcosa che poi, tuo sommo malgrado, hai deciso di smettere? Ti è mai capitato di svegliarti un mattino e sentire che ogni parte di te grida che non c’è soluzione e implora veemenza? Esistono cose che non sai mettere via e nemmeno puoi cingere, che ti dividono in due e ti solcheranno negli anni. Almeno finché non saprai raccontarle.

A fregarmi, in questi giorni, è la neutralità dei colori. Voglio dire, il fatto che né il bianco né il nero prevalgano. È tutto semplicemente chiaro, vergognosamente limpido. Di quelle epifanie trasparenti che non fanno nemmeno rumore. E dimmelo un po’ come posso tacere, con un nome che, tra le varie cose, ha a che fare col vero. So che vorrò scoccarlo questo dardo, non c’è niente da fare. Lo sento da dentro, è questione di tempo.

Una cosa che amo di me, una delle poche, è che sono decisa. Impiego lentezza ad arrivare alla scelta, ma quando l’afferro non c’è appiglio che regga. Persino mia madre lo dice, nelle sue sporadiche lodi. Dice che non avrà mai paura per me, perché so quello che voglio. E non ho paura di prendermelo.

Ieri c’è stato un momento in cui il parquet si è mischiato alle travi. Quel tuo istante di luce negli occhi, il tempo sospeso tra un sospiro e il terrore di essere letta attraverso. Ho sperato più forte, ho imprecato altrettanto. La fine e l’inizio in un solo secondo. Dopodiché, ti sei spento.

Mi guardo le dita e non vedo più colpa. Dopotutto la vita è questione di tempo. Quello d’indulgere e precipitare, quello di lavare via la salsedine e quello per salpare. Vedo le pieghe delle mie gonne giocare, cantando in coro di lidi inattesi. Infine, era ora.

Avevo nostalgia di un posto e adesso so qual è.