93. Febbraio contro

Febbraio è il mese delle assenze, delle stelle che si spengono e tu che fai finta di niente, mentre il calendario è lì a ricordarti quanti sono gli anni di buio. È l’insieme dei giorni e degli abbracci mai tornati, dei sorrisi mutati in un ghigno, del cielo che tocchi con un dito e poi riversi nel pianto. E al mattino cominci a raccontare di nuovo una storia, ogni volta diversa, ma la verità è che non hai più parole perché non si misura l’assenza di luce.

Febbraio scorre nelle gambe irrequiete, mentre siedi e ripensi a quello che hai visto e non vorresti sapere. Come una voce inaspettatamente bambina, che in preda all’emozione si scusa e non sa bene che dire. Come quelle labbra che, una volta baciate, t’inseguono ovunque e non sai più in che modo nasconderle. Una somma di zeri e solitudini prime, di amori fugaci e interruttori veloci, di scie inesorabili che dicono di spegnere. Per lasciare spazio a cronologie sommesse intrise di niente.

Sono i giorni in cui tra le mani riprendo uno zaino, lo stesso che nove anni fa misi via con rabbia, e mi fermo a guardarlo vuoto e pieno di polvere, per ricordarne le cerniere mai chiuse, i sigari, i libri e l’universo dentro. Il suo sorriso quando mi dicevo satolla, i piedi piatti e il passo ondeggiante, i fotogrammi di certe espressioni e un letto ormai grande per un corpo solo ed esile.

Credo saresti fiero di noi, di come abbiamo saputo tenerci vicini. Penso che spesso mi avresti difeso. A volte dipingo l’immagine di te, solo dall’altra parte del mondo. Provo a sentire gli odori e i colori che ti hanno incontrato lungo la strada. Intuisco un pensiero fisso e costante verso qualcuno a te lontano e mi chiedo in quale preciso momento abbia deciso di romperlo, dove abbia trovato la forza e la disperazione per farlo. Immagino lo spavento e la frenesia ultimi e mi chiedo cosa abbia provato saltando nel vuoto. Penso a cosa sia stato di tutto l’amore, perché non sia bastato a sorreggerti in volo.

Almeno in parte il tempo dimentica e sento che non c’è odio adesso, non più, ma solo affetto e nostalgia inconsolabili. L’unica cosa per cui forse non potrò mai perdonarti è la prima volta in cui l’ho vista piangere, china ad abbracciare il legno e quello che restava di te nel tuo giaciglio. Le rughe che non aveva mai avuto prima, le notti insonni, gli incubi e tutto ciò che ha trangugiato per cacciarli.

Passano gli anni e parte di me non si è ancora data per vinta. A volte per strada ho sperato, confondendoti nelle sagome altrui. Puntualmente l’illusione s’infrange, ma ogni tanto mi piace pensare che tu l’abbia fatta in barba a tutti e ora te ne stia sdraiato in riva al tuo angolo di paradiso. Il sigaro acceso, i ray-ban a specchio e un libro aperto fra le mani.

Marzo è alle porte e senza te dà il via a un nuovo giro di giostra. Ti auguro il sole, il vento nei capelli, il profumo del sale e tutta la pace.

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92. Millenni luce

Oggi sento lo strazio della tua lontananza,
penetra tutte le cose della terra,
prende svariate forme nei monti e nei giardini,
pervade il cielo ed il mare.
Tutte le notti, immobili in silenzio
gli occhi delle stelle,
nel piovoso luglio il bisbiglio di infinite foglie
dicono che Tu sei lontano.

In casa la profonda nostalgia di Te
si diffonde nelle sofferenze,
negli affetti e nei desideri,
nelle gioie e nei dolori.

Rabindranath Tagore

(Quando le parole non bastano)

91. Memy che punta i piedi

Tre anni o poco più, e la sicurezza di chi gira per il mondo tenendoselo stretto tra le dita. Le manine sempre in tasca, a fregarne e ripassarne i profili, per esser certa che tutto quello che sa e conosce non le sfugga dalla salopette inavvertitamente. E’ bassa più o meno così, ma i ricci convinti la elevano a una statura ostinata e importante e, laddove non arriva con gli occhi, si erge incurante in punta di piedi. A volte persiste a lungo quanto lo è il corridoio, tutto il tempo, andata e ritorno. Sua madre ride e la riporta giù con un palmo di mano: “Dove vuoi andare? Questa mania ti porterà i crampi!”. Eppure lei non demorde, dell’irriducibilità fa già il suo mestiere, e continua ad aggirarsi un po’ goffa là dove gli universi noti si mescolano a quelli sconosciuti. Con un piede per sponda, ovviamente.

Passa i pomeriggi in conversazioni e disegni, circondata da pupazzi e svariati soggetti non ben identificati. Ha un cane di pezza e un amico invisibile di nome Marco. Le manca un fratello, ma pare che i suoi aspettino i saldi alla Standa, per cui si tranquillizza e inganna l’attesa cantando al microfono. Prosegue così, un giorno via l’altro, e mi pare di sentirla parlottare, occupare lo spazio, anche se quello che resta è una foto sbiadita, ché se mi concentro il ricordo poi sfuma.

Sono passati gli anni e lei è lì che sorride e non sa quella che poi sarebbe stata la vita. Vorrei dirle che dopotutto la troverà bella, che i suoi non volevano e il resto non conta. Ma non mi è ancora riuscito di abbracciarla veramente, continuo a parlarle ma la voce impotente resta al di qua della pellicola. Così a volte la vedo infervorarsi, perdere la pazienza. Balbetta che la mamma non sente, perché in fondo è lei il centro del suo universo, e troppo spesso si dimentica di dirle che fa niente, che va bene lo stesso. Altre volte, invece, esplode di risa ed è lì che da il meglio a chi la circonda.

Diverte e commuove la piccola Memy, la sua supponenza, quell’aria di sfida. Tutto quello che sa è che punterà i piedi e io le auguro che sia come crede: in punta di piedi farà la sua strada.

Memy

90. Scrivere. E poi rileggersi.

La stonatura a volte è una condizione dell’anima e, quando accade, trovo che la cosa migliore sia scrivere. Nei momenti come questo, ad esempio, mentre fuori il vento grida e il cielo ride. Oltre il vetro uno scacciapensieri danza sul solletico dell’aria gagliarda, e il sole illumina di gioia le occasioni mancate e le stagioni a venire.

Non è mai stata una questione di voce, l’orecchio non manca e io so cantare. Sicuramente un po’ timida, in generale, ma i miei amuleti hanno un’altra accezione. Darmi il la interiore, ricordarmi di rimanere al centro anche quando vorrei scappare, ché da lì nasce l’accordo migliore. Chiavi di sol, dunque, di ogni foggia e dimensione. Una volta ne avevo una al polso, che ho regalato a uno dei miei affetti più grandi. La sua gemella, che porto al dito, ride ogni volta al solo pensiero. Rivedo noi due per le strade di Roma, chiacchiere sciolte come se il tempo non fosse. E sorrido a tutte le persone che, come lei, ci sono sempre state. In un boccale di birra, lungo l’argine di una lacrima, nelle risa più sguaiate, sulle panchine di notte a primavera.

Capita, così, che senta delle cose e non sappia descriverle. Oggi ho provato a sedermi sul tempo per dar loro una forma, senza riuscirci. Tra me e me, però, so di aver vinto la sfida, ché non sempre quello che faccio deve avere un senso, arrivare ogni volta fino all’orlo del buio e dello struggimento. Ma imparare a dosarmi, talvolta interrompermi, scrivere giusto per il gusto di leggermi. E, ogni tanto, ridere di me stessa scoprendomi futile.

Pare che per me le stonature siano una costante, l’esperienza lo insegna. Ma se così non fosse, probabilmente resterei fissa sul pentagramma, sempre uguale a me stessa. Invece c’è che ho gambe e fiato da vendere e il sole fuori oggi indugia più a lungo. Vado a rincorrerlo, in barba alle stecche, ché ogni lasciata è persa, ma si è sempre in tempo per tornare e riprendersela.

89. 20 gennaio 2013

Piangere e non poterlo dire, disperarsi e doverlo celare.

Il male che hai al cuore sa attendere paziente la solitudine. Ti lascia vagabondare tra le lenzuola, ti avvolge ben bene, per poi scagliarsi furioso e senza respiro. Ti accascia, ti annienta a un mucchio di ossa. Ginocchia e clavicole sul pavimento, vertebre come briciole in una buriana di convulsioni.

Speravo di non dover tornare a scrivere, mai più. Ma la vita, volubile e astuta, sa come sorprendermi, in una domenica che non è nemmeno neve e nessuno mi può sentire.

Vivo l’assenza di un qualcosa che non mi appartiene. Smanio nell’attesa di un luogo che non esiste. Fingo sia niente, mantengo la quiete, ma la sorda verità è che eludo domande alle quali non so e non voglio rispondere. Il dubbio atroce di aver sbagliato momento, ché in fondo la vita è questione di tempo. L’ineluttabilità, ancora una volta, in una gabbia fatta di mezzi sorrisi e sospiri profondi.

Vorrei una spalla su cui naufragare, lasciarmi a galla tra braccia sicure. Ma sto solcando una rotta deserta, di cui mio malgrado ho scelto il rischio e il pericolo. Mi consumerò nel nulla di questa cucina, tra il ronzio del frigo, il muto incedere dell’orologio e la rabbia che mi fanno i loro sguardi omertosi. Mi lascerò andare al cielo come fosse d’agosto, una grondaia sprovvista e troppa pioggia intorno. Imperversi adesso che non devo nascondermi, si abbatta tutta e lasci dietro il niente. Quando avrà finito raccoglierò i pugni da terra, arerò i solchi dal volto. E poi farò un dolce che non verrà di sicuro, per il semplice gusto di vederlo bruciare.