88.

Un uovo gigantesco, ecco che forma ha la mortificazione, mentre apro la porta e mi piomba all’improvviso sulle spalle. Pesa come calce e solidifica in fretta insieme alle tue parole: “avresti potuto avvisarmi”. Uno stupido ritardo, una questione da niente. Cose che capitano a tutti e se provassi a mettere in fila le volte che sei caduto in fallo anche tu ne verrei fuori in credito, sicuramente.

Eppure, questa sera la mortificazione pesa come un’armatura. Sarà che sono stanca e ho i nervi a fior di pelle, sarà che da ieri mi sento gelosa e insicura. Disfo e brigo tutto da sola, lo so, ma questa sera non ho voglia di parlare, sento di non potercela fare. Filerò dritta in doccia e mi concederò di piangere, ecco cosa, che ogni tanto poterlo fare mi sembra un privilegio. E poi spegnerò gli occhi e tu mi chiederai ancora, ed io ti risponderò che niente e mi augurerò domani il sole.

87. Gettare la spugna

Ci sono giorni in cui sento di voler mollare e ogni fibra, ogni atomo, ogni angolo di me urla che è troppo stanco, troppo pesante per continuare. Ci sono istanti in cui la bilancia dei pro e dei contro smette di funzionare, continuo a togliere e rimettere i pesi, ma uno dei due piatti resta attaccato a terra. Ed è sempre lo stesso.

Giorni in cui fatico persino a trovare le parole e metterle in fila. Tutto quello che vorrei è liquefarmi sul divano, accartocciarmi sul pavimento, per scoprire che di lacrime in serbo ne ho veramente tante e chi è seduto davanti a me può asciugarle, ma non ne sente il sapore.

Non ho più niente in tasca, né minuti sul quadrante, e allo scadere di tutto mi chiedo che senso abbia continuare a tenere la presa. Vorrei fare milioni di cose, leggere e scrivere migliaia di pagine, ma mi ritrovo in un sistema che parla in codice binario e non so come forzarlo.

Da un lato il lavoro – pressante, distraente, e fine-settimanale, anche.  Dall’altro la terapia – tanta, costosa, faticosa – per cui passo i giorni a rincorrere treni, rifare i conti, tener traccia di ogni morso che faccio e a che pensiero lo allego. Stringo i denti e rimando le voglie, respirando in quattro quarti, visualizzando luoghi sicuri e fandonie del genere. Fandonie in cui in tutti gli altri giorni credo ciecamente, ma oggi mi sembrano puttanate di un’inutilità mortale. Mi faccio di Emdr, ma inizio a stimare chi sceglie l’Mdma, che tanto il contraccolpo è più o meno lo stesso. Passo davanti alle vetrine cercando di non guardare, perché i soldi che entrano passano automaticamente nelle mani di chi mi segue, ma oggi baratterei delle scarpe col tacco con tutta la terapia del mondo. E nel tempo che avanza mi metterei lo smalto, mi passerei la crema, e poi la leccherei fino a dar fondo al barattolo, come quando stavo male, ma era tutto più semplice. Ero beata e ignorante, chi me l’ha fatto fare?

A volte ha ragione mia madre che dice che perdo tempo a farmi seghe mentali, per giunta a pagamento, e questa è una di quelle. Oggi ho deciso che getto la spugna, almeno scrivendolo, piangendo e mangiando. Domani poi, chissà, sicuramente ripartirò, ma almeno per oggi ho voglia di dirmelo che, vaffanculo, mi sento triste e tanto stanca.