85. Con le dita sporche di marmellata

 

Tanto per cambiare sono in difficoltà e ho pensato di scrivere per condividerlo con voi, chiedendo espressamente un vostro parere.

L’ho fatto di nuovo, ieri ci sono ricaduta. Ero sola in casa, ho aperto il suo pc per vedere delle nostre foto ed è stato un attimo. Senza nemmeno il tempo di fermarmi a riflettere sono tornata a guardare alcune immagini di lui con la sua ex.

Tempo fa, dopo l’ennesima incursione fra le sue cose, mi ero ripromessa di non farlo più, perché trovo sia tremendamente scorretto nei suoi confronti e terribilmente insostenibile nei miei. Quando guardo quelle foto inizio a sudare freddo, mi tremano le mani, a volte anche le gambe, e sento un pugno stringere forte allo stomaco. "E allora perché lo fai?", mi chiederete voi, e avreste ragione. Lo faccio perché a portarmici è la parte più inconscia e irrazionale di me, che ripete ad occhi chiusi gli stessi passi che percorse la prima volta per caso quasi 2 anni fa. 

Eravamo all’inizio, vivevamo i primi mesi della nostra relazione e, come tutti gli innamorati agli esordi, eravamo totalmente persi l’uno nell’altra e allo stesso tempo molto insicuri, o almeno così mi sentivo io. Ero tutta protesa nel tentativo di offrire il lato migliore di me, di stupirlo, in qualche modo legarlo, in uno sforzo che, carica delle paure e delle insicurezze che sapete, andava forse oltre rispetto a quelli di una donna "normale" (che poi la normalità mi chiedo ancora cos’è), senza problemi profondi legati al cibo e al corpo. Ebbene, nel bel mezzo di questo mio, comunque, sincero tentativo, eccolo lì con i suoi primi scivoloni… 

Un pomeriggio, mentre ci preparavamo per un bagno in piscina, lo vidi fare capolino con un costume appeso all’indice e dirmi: "Era della mia ex, l’avevo comprato per lei. E’ rimasto qui e se vuoi usarlo è quasi nuovo". Ricordo che quella proposta mi piovve addosso come una doccia fredda, mi guardai intorno e di colpo vidi, come illuminate da un faro, le creme nei cassetti, i profumi da donna e i pettini tutt’intorno. Cosa ci facevano ancora in giro? All’improvviso più che mai, iniziai a vedere quella casa e, più in generale, tutta la sua vita, come un vecchio e grosso cassetto a più strati e presi a chiedermi che posto avessi io in tutto questo. Poi me lo ricordo ancora, qualche giorno dopo, fermarsi nel corridoio e aprire una scatola per mostrarmi rasoi, assorbenti, macchina per la ceretta e quant’altro. Se volevo, se potevano essermi utili, erano miei ed ero libera di usarli. 

Mi sentii umiliata e anche un poco ferita, non capivo il perché di simili offerte, era la prima volta che mi capitasse di sentirne, così come era la prima volta che stessi con una persona di 18 anni più grande che, di conseguenza, aveva un passato piuttosto importante alle spalle. Era così che funzionava? Succedeva che l’ultima arrivata vinceva gli avanzi di quelle che se ne erano andate? Ricordo che prima di allora alla parola "gelosia" per me facesse seguito "questa sconosciuta", dunque cos’era quell’inquietudine che mi franava nella pancia, quella stizza repressa per cui l’avrei preso letteralmente a testate? La voglia di non darlo a vedere e il timore di sembrare una bambinetta erano però più grandi e per qualche settimana andai avanti a tacere. Anziché parlarne iniziai a sfogarlo a modo mio, quel tremolio dell’anima, portandolo in giro per tutta la casa. Cercavo di tenerlo al guinzaglio, ma ogni tanto tirava così forte che non riuscivo a reggerlo e lo lasciavo libero di annusare a briglia sciolta. Iniziai a guardare tra i libri e chiedermi il perché di alcune dediche, cominciai ad aprire i cassetti per sezionarli e poi ricomporli con fare chirurgico perché lui non se ne accorgesse. Trovai slip di pizzo nero frammisti alle sue mutande, delle manette di pelo rosso, lettere, foto, biglietti, braccialetti, orecchini, oggettini… Una parte di me non ci vedeva niente di strano, poiché io stessa conservo in una scatola diversi ricordi e lo faccio con affetto anche se concretamente non vogliono dire più niente. Ma forse c’è di diverso che io non mi sognerei di mostrarli o offrirli in giro, per rispetto del loro vecchio proprietario e anche del possibile acquirente. In più mi rendevo conto che in confronto alla mia, le sue scatole erano più d’una e più grandi, e per me, pur non riguardandomi, questa era una scoperta molto pesante.

"Hai presente la parete in camera, quella dalla parte in cui dormi? Lì prima c’era un ritratto di lei fatto da una sua amica. A te darebbe fastidio vederlo lì appeso?". Ma che scherzo è, che domande sono? E’ un modo per testare la mia soglia di tolleranza o per capire che visione abbia delle ex e della vita in generale? Le sue uscite mi davano un fastidio tale che a volte mi tenevano sveglia di notte, ma non avevo ancora capito che potevo parlargliene o gridarglielo in faccia, se volevo, perché ne avevo tutto il diritto. Continuavo a pensare di essere io quella sbagliata, di non essere abbastanza donna da saper affrontare il suo passato. 

Così, un bel giorno mi chiesi che faccia e che corpo avesse la lei nel ritratto, e nei giorni in cui, senza il mio portatile, usavo il suo per lavorare da casa, fu facile avventurarmi in cerca di risposte. All’improvviso mi si aprì davanti un’altra voragine fatta di scatti in vacanza, di nudi e filmati anche porno. Eccole lì, le reginette del passato, sorridenti, sicure e ammiccanti. Si mostravano in diverse mise, come in una sfilata, alcune si presentavano anche senza veli, ma comunque ognuna salvata e conservata ordinatamente nella propria cartella. E poi ecco anche me, in una bella raccolta con su scritto "Lorenza"… Quante foto c’erano? Erano di più o di meno di quelle di B, di R, di L, di P o di P? Mi sembrava un album di figurine… l’avevano già inventato quelle delle letterine? Ma anche fosse, io lì cosa ci facevo? Non avevo mai fatto alcun provino, o almeno non ero consenziente. Che poi anche avessi avuto lo schizzo, più che letterina mi sarei proposta come letteronza.

Iniziai così a ricostruire il suo albero "uxorologico" e tremavo, piccina piccina, vedendo che davanti a me si ergeva pian piano una quercia o forse un baobab, ai cui rami erano appese moltissime lettere e altrettante parole, così tante che a volte mi sembrava di sentirmi sciorinare delle belle o brutte copie ormai imparate a memoria. Alla sua all’ombra si erano consumate grandi passioni, emozionanti avventure, scene di sesso sfrenato, e giaceva anche il ricordo di un bambino mai nato. Era un albero dai rami un po’ strani, vorrei vedere voi a ricomporre pezzo per pezzo un baobab intero! Mi mancava la guida di qualcuno che mi spiegasse che magari avevo frainteso e che la parte di fusto che avevo in mano andava sul tronco e non altrove, ma mi mancava il coraggio o il savoir faire per dirgli con nonchalance: "Ehi tu, mi dai una mano?".

Poi, dopo ancora qualche giorno che sentivo ripetermi la storia del costume come fosse un disco rotto, mi sorprese venendo a portarmelo direttamente in bagno e dicendo: "Dai, perché non lo provi?". Avrei voluto morire, o forse avrei voluto ucciderlo, ma piuttosto che dirglielo ho scelto di piegarmi umiliata, per poi dovergli anche dire educatamente: "Purtroppo non va", che nella mia mente suonava in simultanea come: "Quella troia della tua ex aveva il culo più piccolo e le tette più grandi".

Aveva fatto centro e a sua parziale discolpa non poteva saperlo, non immaginava che violenza potesse essere per una che da anni già faticava a guardarsi serenamente allo specchio.

E poi fu il turno delle vacanze e delle gite fuori porta… "Quella volta venimmo qui, sedemmo lì, mangiammo così…" Ed io mi chiedevo se fosse un pluralia maiestatis. Parlava alla "me, myself and I" o da bel maschione si riferiva al suo doppio ego (la sua testa e il suo pene)? Ahimé, più semplicemente, si riferiva alla sua ex. P? L’altra P? R? …Ullalla ùllala ullallallà! Forza, cantiamolo insieme, che se siamo brave viene anche a condurre Gerry Scotti!

Avevo smesso di chiedermelo a quale delle sue ex si riferisse. O peggio ancora, me le vedevo scorrere tutte davanti contemporaneamente, in un giro nauseabondo di colori, risate, ansimi e umori corporei.

Poi, come non bastasse, alle iniziali si aggiunsero cifre e parole. Ad esempio, lui diceva "2001" ed io subito ad arrampicarmi tra i rami del baobab, chiedendomi: "Quell’anno con chi era?". Oppure: "Thailandia" – "Ce l’ho, lo so, eri con P, la seconda delle 2! E le scattasti anche una foto nuda sul letto di fianco a un libro!… Che cosa ho vinto? Che assegno c’è in premio?"

Non ricevetti nessun assegno, la risposta giusta forse era Zanzibar, ma iniziavo a fare confusione avendo davanti un planisfero disseminato di bandierine con le iniziali e un calendario tempestato di letterine colorate. Non capisco. Che anno è? In che continente siamo?

Come premio di consolazione ebbi l’amarezza, durata piuttosto a lungo, di non sentirmi rispettata e il disagio di non riuscire a trovare il mio posto nella sua casa e fra le sue cose. Alla fine la fiera, o meglio, il quiz, sarà durato qualche settimana, forse un paio di mesi. C’è voluta una birra con un’amica: io gonfia come una pentola a pressione, che timidamente le confidavo le mie gelosie, e lei che mi consolava e mi scuoteva dicendomi: "Cosa aspetti a gridarglielo in faccia, che in questo senso si comporta da vero cretino?".

Così, un pomeriggio presi il coraggio con entrambe le mani, mi arrampicai sul pianale della cucina e gliele raccontai una a una, piagnucolando proprio come la bambinetta che non volevo apparire. Aver ragione sì, ma il diritto d’incavolarmi e fare la voce grossa ancora non l’avevo fatto mio.

Da quel momento in poi un po’ di cose, lentamente, sono cambiate. Certo, dal mio punto di vista ci sarebbero volute delle scuse plateali che di fatto non sono arrivate, almeno non così come le immaginavo, ma pian piano ha imparato ha parlare al singolare, a contare fino a 10 prima di propormi oggetti altrui, e all’improvviso slip di pizzo, manette, lamette e assorbenti sono spariti nel nulla. Serviva che glielo dicessi io? Me lo chiesi all’epoca e un po’ me lo chiedo tuttora, e per quanto in questi 2 anni di passi insieme se ne siano fatti a centinaia, se sono ancora qui a scriverlo, evidentemente si tratta di uno schiaffo che sulla mia pelle brucia ancora.

Lentamente ho imparato a parlare, ho capito come si fa a piantare paletti, ho provato anche l’ebbrezza d’incazzarmi come una iena e gridarlo guardandolo dritto negli occhi. Ho imparato ad assumermi le mie responsabilità, o quanto meno provarci, e a difendermi da me prima di pretendere che siano gli altri a farlo al mio posto. 

Lui, dal canto suo, ha imparato e sta imparando molte cose e, a dispetto del tono stizzito con cui vi racconto questi episodi, gli riconosco di essere davvero, tutto sommato, un buon e leale compagno di viaggio.

E’ solo che, tornando alla difficoltà di cui sopra, ogni tanto mi sento risucchiare dal buco nero dei numeri e delle letterine e non faccio che pensare, magari facendo l’amore, "com’era farlo con P, che era così disinibita? e con l’altra P, che aveva le tette grandi? in confronto a lei, vedermi da sopra è una magra consolazione?". Domande così, che non portano a niente, che nascono semplicemente perché, maledetta me, ho visto troppo. A volte mi colgono nel bel mezzo di una cena fra amici e mi rapiscono, perché magari qualcuno fa riferimento a quel weekend a 4 in un fantastico campo avventura. E io vorrei stoppare tutto, alzarmi in piedi e chieder loro, uno a uno, "com’erano P e R insieme? erano carini, vi piacevano? più o meno di noi adesso?". E il problema è che io la vorrei davvero una risposta, vorrei sentirmi dire di star tranquilla, che davvero, come dice lui, come me nessuna mai. Ma ahimè lo so bene che è tutto frutto delle mie insicurezze e delle mie paure e che, finché non le risolverò, R stesso potrà gridarmi infinite volte che il suo fantomatico baobab è crollato perché era pieno di tarme dalle foglie fino alle radici, e io non riuscirò a convincermene.

Ci lavorerò, prometto che lo farò, da settembre inizierò a farmi strizzare cervello e portafogli e nella centrifuga, già che ci sono, ho intenzione d’infilarci anche questo. Nel frattempo, però, ed è qui che vi voglio, come la mettereste voi con il senso di colpa per aver violato i suoi spazi ed essermi fatta gli affari suoi? Premesso che ho seriamente intenzione di non ripeterlo più, come la mettereste con le domande improprie in sospeso, e tutte quelle immagini che mi frullano illegittimamente nella testa? A volte penso che sarebbe più semplice per me, nonché liberatorio, provare a dirgli sinceramente che parlare di quella cosa mi fa male, perché so che l’ha fatta con lei, in quel modo lì e dicendole quelle parole, e che io non voglio essere l’ennesima copia delle emozioni passate. Ok, chiaro, non scenderei così nel dettaglio, ma forse perderei qualche decina di chili se potessi prendere un giorno e dirgli: "Senti, volevo dirti che mi spiace".

Però poi ho paura della sua reazione, che possa prendersela a morte avendone anche ragione. Il punto però è che non sono brava a fare la furba e ho scoperto, a mie care spese, che a giocare sporco mi faccio male da sola.

Per favore, ditemi la vostra, perché a tenere i segreti non sono molto brava e ora mi ritrovo confusa e intimorita come una bambina con le dita e il muso sporchi di marmellata, che sente l’auto dei genitori parcheggiare nel cortile e, in preda al panico non sa che fare.

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3 thoughts on “85. Con le dita sporche di marmellata

  1. ciao cara Nota, lo so che avresti bisogno di un consiglio su cosa fare, ma non riesco a dartelo…cosa è meglio fare lo sai tu sola, il tuo cuorespero che tutto si risolva e che le parti più buie e oscure vengano illuminate da una graduale comprensione …non devi avere paura!ti abbraccio forte!

  2. purtroppo anche io ho accanto un tipo egocentrico che parla cn il solo io, me e myself… un tipo a cui piace vantarsi delle mille donne, a cui piace apparire, a cui piace mettere in mostra tette e culi, narciso e  il classico tipo che mi raccontava le cose fatte… nn ho mai abbassato la etsta su qst cose e dopo infiniti litigi sulle sue donne che a mio parere erano una piu brutta dell’altra, forse adesso c’è qlk risultato di ridimensionamento. Sei sulla buona strada cm analisi di te stessa e di autocritica..pari a me…decisamente… l’unica cosa che ho consigliato a me stessa e lo dico anche a te , è solo un pizzico di autoironia, meno insicurezza, e molto senso dell’humor da poterlo uccidere cn una sola parola e mezzo sorriso. tutto dipende dalla nostra testa, e anche io piagnucolo cm una bimba di due anni… ma mi sn ripromessa che mai piu lo farò xk altrimenti ci tratteranno sempre cm delle bimbe mentra vedono le altre come donne accattivanti. valorizzati e metti in mostra qllo che hai. sii anche osè qnd è necessario e nn pensare a sentirti inferiore. è qllo che autodistrugge e distrugge tt il resto.

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