84. Solitudini

"Io le voglio bene, non la venderei nemmeno per un milione.

Guardi com’è bella, sapesse com’è cresciuta!" 

 

Suona più o meno così la voce della solitudine, o meglio, la voce di una solitudine fra tante. Riecheggia un po’ cieca in pochi metri e nulla più, chiusa nell’odore stantio di urina e cucina. Ogni tanto assume anche una tinta di vino, o di grappa, chi lo sa. Dall’alto della mia finestra non posso sentirla, ma mi basta seguire il suo andirivieni biascicante di pensieri per immaginare che, ancora una volta, i pochi soldi racimolati siano finiti al posto di una mediocre bottiglia.

Passa i suoi giorni al terzo piano, la solitudine, e ogni tanto si sofferma senza pensieri a fissare il cortile, tenendosi in piedi contro la ringhiera o incurvata mollemente su una sedia di legno. Alcuni giorni si veste di atmosfere grigio marroni e a farle una foto verrebbe un bel quadretto in seppia con le bretelle. Altri giorni, resta dello stesso bianco e azzurro che indossa nel letto, e che a poco servono per nascondere i cedimenti del tempo.

Ricordo quella notte in cui rientravamo a casa allegri, salivamo le scale con un po’ di fatica, ottenebrati dalle ingordigie della cena. Le tempie stantuffavano veloci quanto i respiri e tra il secondo e il terzo piano ci si chiedeva: "sarà un gatto?" Di colpo lo vidi correre e, troppo lenta per capire, lo seguì con gli occhi stretti nel buio; quando lo scorsi steso a terra mi venne un colpo: sarà morto? Avrà picchiato la testa?

Erano più o meno le due e tre quarti di un inverno troppo freddo per guardare le stelle in maglietta e calzoncini. "Sono caduto e non riuscivo ad alzarmi."

Santo dio, quante ore è che è lì?

"Chiamate un’ambulanza, voglio andare in ospedale", ma nessuno mai alzò il telefono, gli rimboccammo le coperte e gli raccomandammo di dormire. Funziona così quando capiscono che sei uno che grida al lupo dopo averci brindato, scatta l’imperativo di non avvisare nessuno, "perché più volte sono usciti a vuoto e ci hanno fatto pagare l’intervento. E a noi poi chi ci paga?"

Già, chi lo paga il prezzo di una famiglia lontana, che un bel giorno, per non so quale motivo, ha deciso di segare un ramo genealogico e farne ricordi da ardere? Chi lo aiuta a ragionare quando, all’ennesimo operatore, da in escandescenza e grida che in casa sua non vuole più nessuno?

Un po’ di oblio, nemmeno d’annata, qualche sorso, che magari sapesse di sughero! Ma ormai anche i tappi fanno in plastica…

E via, immortalato così, dal greco anche lui del terzo piano, che passava di lì e si è sentito biascicare: "Ha una macchinetta? Me la farebbe una foto?"

Un clic e passarono alla storia, una storia di postumi senza posteri: lui, una sedia e la sua pianta a fiori gialli.

 

"Sabato al mercato le compro un vaso nuovo e della terra, perché le voglio troppo bene. Così tanto che non la venderei neanche se mi offrissero un milione."

"La vuole in bianco e nero o a colori?"

"Faccia a colori, poi gliela pago."

"Mannò, si figuri. Domani la stampo e poi gliela porto."

"Grazie mille, mi sento felice!"

 

Suona più o meno così la voce della solitudine, con una cadenza triste e un sorriso senza denti, sospeso nel tempo. E se penso che questa è solo una solitudine fra tante, mi chiedo quanti sorsi, quanti morsi e quante lacrime d’oblio in giro per il mondo versate su ricordi, che pur dimenticati, restano stesi sui fili ad asciugare.

 

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One thought on “84. Solitudini

  1.  E’ una foto che conosco, fatta di piccole attenzioni chieste sottovoce e di grandi enormi respiri ribelli urlati a chi prova a farti vivere sui binari.  E’ una foto che strappa lacrime e cielo, senso di abbandono definitivo e aria che si rarefa, un’attesa di una morte o di un oblio troppo lenti anche loro ad arrivare, ed allora ci s’ammazza poco per volta e si inanellano perle d’una realtà finta per chi vuole proteggere quelle ossicine stanche. Vivo quella foto… Solo che sto dall’altra parte.

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