77. Murature d’esistenza

E’ qui che dovremmo vivere

nascosti

tra le gradazioni del verde


qui dove le case cadono

a pezzi, i cani ringhiano

prima dei temporali

e i gatti si gettano dai tetti

con un tonfo che ci sveglia

nel cuore della notte.


Nei fine settimana

cancelliamo i nomi di tutte le vie

per inventarci una vita diversa,

e fingere di incontrarci

per caso ad ogni svolta,

ogni incrocio


come gente appena tornata

da chissà quale paese,

gente che non si vedeva

da anni,


che chiede come stanno

anche i parenti più

lontani

 

Agostino Cornali – Questo spazio può essere nostro

 

Leggevo queste parole poco fa, durante il pranzo, in uno di quei giorni a radio spenta per acquietare l’animo e ritrovare il silenzio. Vagando scalza fra stanze di legno ed ovatta, in questa enorme casa che non è mai abbastanza. Dove le finestre filtrano troppo la luce, le intercapedini non sanno isolare e lo scrosciare dell’acqua nei tubi fischia l’inizio della quotidiana battaglia. E’ in luoghi come questo che ti rendi conto di come le cose restino semplici cose, quando non si prova gratitudine e non se ne sa godere, e realizzi che non te ne fai niente del giardino se non puoi calpestarlo indisturbato, che non c’è divertimento a tuffarsi nell’acqua badando che il cloro non bruci l’erba… Piccoli frangenti di vita comune, in cui ampie metrature si trasformano in murature, e si gioca un po’ al gatto e al topo o guardie e ladri, gli uni intenti a ergere le proprie barriere, gli altri imperterriti nell’oltrepassarle.

Così m’interrogo, mentre mi ascolto: se non è questo che vuoi te ne puoi sempre andare. E pronta rispondo che andarmene non è quello che voglio, io qui sto bene, la casa mi piace. E poi un altro trasloco, con quello che comporta, proprio ora che germoglio radici, potrei non sopportarlo. Le cose van meglio, queste pareti le sento sempre più mie, e quando alla sera Lui torna è tutta un’altra storia. E’ come se all’improvviso arrivasse il weekend e "cancellassimo il nome di tutte le vie per inventarci una vita diversa". Solo che nel mezzo, in quell’eterno e insipido mezzo, cosa faccio? Le mie abitudini le sto ricostruendo pian piano e dopo pochi mesi sono già a buon punto, ma non posso continuare a riempire ogni attimo solo per sfuggire a ciò che poi si rivela inesorabile, non posso passare fuori le mie giornate perché in casa non trovo pace.

Credevo che la mia idea fosse un buon punto di partenza, venirsi incontro con moderata ma sentita condivisione. Solo che forse dall’altra parte non è così che si ragiona: la condivisione resta formale e viene imposta, e l’età e la malattia diventano buoni pretesti per esigere e non ascoltare. Ma io e la formalità non siamo mai andate d’accordo, almeno non tra le mura domestiche, perché per me casa è libertà, quiete, riposo. Poi fuori posso giocare con qualsiasi facciata, montare e smontare le circostanze come fossero prefabbricati, ma dentro casa no, non sarebbe vita.

Così, per ora proseguo indossando il miglior viso a seconda del gioco, ma in fondo allo stomaco resta sempre una punta d’amaro nel vedere la stima sgretolarsi giorno dopo giorno. E un po’ mi arrabbio per le notti nervose, che passano mulinando gli stessi sogni e gli stessi pensieri, impastati con la sensazione di maledetta incombenza che non mi lascia sola nemmeno a volerlo. Un po’ mi rimbrotto perché sono la solita, che prende la cose troppo a cuore e non riesce mai a scrollarsele dalle spalle, che non sa buttar giù il telefono o chiudere la porta a metà conversazione, anche quando chi è all’altro capo usa l’incuranza come soldo contante. E poi mi sgrido perché infondo so che se recalcitrassi meno e non ponessi questioni, sarei già a metà dell’opera. Ma non ce la faccio e salto su come una iena quando si viene a ficcare il naso nella mia tana, e questo evidentemente per me basta a generare intolleranza. In fin dei conti non ho tutti i torti, di questo sono sicura.

Mi spiace solo che l’oggetto di tanta insofferenza siano delle persone per Lui importanti, i suoi genitori, e spesso sono convinta che l’errore sia stato anche suo, nel non fare sufficientemente da cuscinetto. Voglio dire, anche i miei hanno le loro fisime, ma non mi sognerei mai di lasciare qualcun altro in loro completa balia. E non si sognino di trattarmi come fossi loro figlia, perché non ne hanno il diritto e, sarò pur di docile apparenza, ma i piedi in testa non me li hanno mai messi nemmeno i miei. Che diavolo di genitorialità è parlare in tono coercitivo e verbi all’infinito, nei confronti di un figlio che al contrario indulge e cerca d’essere comprensivo? Forse non posso capire semplicemente perché veniamo da famiglie molto diverse e comunque non ho il diritto di dire quale sia la migliore e quale la peggiore. Sta di fatto che i cordoni mal recisi non mi sono mai piaciuti e sarà per questo che, ogni tanto, provo quasi un po’ di sollievo nell’aprire alcune stanze e vedere alcuni degli scatoloni del trasloco, quei pochi rimasti, che aspettano ancora di essere sistemati.

 

Post scriptum

 

A onor del vero, l’amato vero di cui faccio sempre bandiera (o almeno ci provo), credo sia giusto aggiungere che in questa situazione non è tutto nero, come forse si potrebbe pensare. Ci sono anche il bianco e mille sprazzi di colore, ci sono aspetti positivi, momenti di gioia e slanci di sincero affetto. Affetto forse troppo morboso e invadente per i miei gusti, ma ringraziamo il cielo che ci sia.

E poi, per amor di cronaca, giusto per dare un senso all’incipit poetico, mi pare doveroso completare il dipinto e renderne in toto ciò che avevo in mente. In un momento contro e introverso come questo, le riflessioni postprandiali mi hanno portata a ricoprire di tinte scure anche la sfera di coppia, quella vera, che riguarda me e Lui, genitori esclusi. Eccomi, allora, accusare le quotidiane assenze per impegni, il ritardo da un lavoro fagocitante, la stanchezza serale che non da spazio all’intimità e all’intensità che vorremmo, il tempo che scandisce i nostri giorni senza spesso renderci giustizia… Come non ritrovarmi, dunque, nella sensazione d’evasione che aleggia fra le righe di questa poesia, in qualche modo ritratto della settimana tipo.

Riflettevo appunto su tutto questo, persa nei vorticosi giri del pessimismo cosmico, quando dalla finestra ha irrotto un assordante concerto di clacson fermi al semaforo. Infastidita, mi sono chiesta che diavolo avessero da suonare, in uno stupido giorno infrasettimanale che vede l’Italia ormai lontana dai campi di calcio del Sud Africa… Alla fine, sconfitta la pigrizia che mi teneva incollata alla sedia, è stata una bella sorpresa far capolino dal tetto e vedere in testa alle auto in coda una coppia di sposi a cavalcioni di una vespa. Quasi un segno del cielo, una carezza dell’estate, che dolcemente mi ha riportata al pensiero di noi, al nostro amore, alla felicità, al desiderio di un futuro non troppo lontano.

Depongo così l’ascia di guerra e la lascio sul tetto, almeno per oggi. Guastarsi l’umore decisamente non vale. Finché si è in due ci si sceglie ogni giorno e non solo nei weekend, farei bene a ricordarlo più spesso. Per cui oggi e giovedì e ho tutte la ragioni per mettermela via, corrergli incontro e tornare a sorridere.

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