67. Maledizione!

Lo sapevo io che non avrei dovuto farlo, che ieri notte sarei dovuta rimanere nel letto. E invece no! Dopo tutto il giorno a boccheggiare come un pesce fuori dall’acqua, arrivata fra le lenzuola mi sono sentita letteralmente soffocare.

Come l’altro giorno in metro, quando ho preso a correre respirando a bocca aperta come fossi in preparazione atletica. Sentivo una specie di macigno messosi di traverso fra trachea e cuore, che impediva all’aria di entrare e alle lacrime di uscire.

O come ieri pomeriggio, mentre ero in casa. Ma questa volta l’avevo fatta grossa, colpa mia. Un po’ me lo sono meritata… (Mai sentita la raccomandazione di non frugare tra le cose altrui, specie se del proprio ragazzo? Ma di questo magari parliamo un’altra volta.)

 

Così ieri, dicevo, arrivo a letto e prendo a respirare come fossi a un corso preparto… "Dai che passa, ora va via. E’ solo un’impressione"… Ma avete presente quando nella testa c’è un pensiero che non si riesce a mollare? E più lo alimenti, più senti il petto che si chiude? Eccolo lì, proprio lui… Tempo 10 minuti, il minimo indispensabile per augurarmi d’esser la sola ancora sveglia, e mi alzo per andare in cucina con la speranza, da un lato, che Lui non si accorga di nulla, e dall’altro, che si alzi e mi stringa forte.

Delle due, chiaramente, la seconda. Sento la porta che si apre, rumore di piedi nudi sul parquet, e vedo poi il suo faccino preoccupato sporgersi dalla penisola: "Amore, cosa c’è?" Ed io, tra me e me: "C’è che adesso sono spacciata, perché non sono brava a contar balle, e verrà fuori che è la seconda volta in un giorno. E tu, da vero premuroso rimarrai sveglio, chiedendomi perché, dicendoti preoccupato, volendone parlare a tutti i costi".

Previsione avveratasi. Così, parte della nottata trascorre con me in silenzio che fingo di dormire, e Lui che mi supplica di parlare. Mi chiede se abbia fatto qualcosa di sbagliato, pensa a cosa non vada. Ipotizza che la nostra storia stia crescendo troppo in fretta ed io mi senta soffocare… E come dirgli che non è niente di tutto questo, o quasi? Come, senza poi raccontargli la verità?

Come si dice a un figlio attento, che sono proprio i suoi amati genitori a togliermi l’aria? Loro e tutti quelli che, per partito preso, hanno deciso di prendersela con l’oste perché il bicchiere è sempre mezzo vuoto. Come dirgli che non sopporto che non ci sia una volta una, in cui alla domanda "come va" mi senta rispondere "bene, grazie"? Che ora che il cordless è rotto e sua madre è in ospedale, in casa quasi quasi si sta meglio, senza una telefonata ogni ora, giusto per chiedere di che colore sia il cielo dal terzo piano della magione, o che programmi e che menù ci siano per la giornata.

Probabilmente lo si dice e basta. Ma le cose cambiano, se la mamma in questione combatte da dieci anni con una malattia che le corrode le ossa, e ora forse anche gli organi. E’ un po’ diverso se il padre che rientra una sera gridandoti in faccia, arriva da una giornata intera in ospedale a prendersi cura della moglie, come ormai fa da una vita, tutti i giorni. Una moglie che forse non gli dice mai grazie abbastanza, una donna che ha sempre un riferimento pronto a chi sta meglio e ha avuto in sorte un destino migliore. E questa è una cosa che, mi maledico per il solo pensiero, la rende ai miei occhi patetica e insopportabile.

Ma c’è che, difronte a tanti anni di sofferenza, dovrei proprio smetterla di fare il confronto coi miei, i quali, pur vivendo a centinaia di chilometri, mi chiameranno sì e no due volte alla settimana, chiedendo addirittura scusa dell’eventuale disturbo. I miei che non hanno mai polemizzato sull’ora a cui uscivo, rientravo o mi svegliavo. L’importante era che avessi fatto il mio dovere e che tenessi la testa sulle spalle; tutto il resto era sana fiducia e tanta libertà di vivere. Mia mamma, che arriva dall’altra parte del mondo, dove tutt’ora i nostri cari fanno la fame e a volte ci muoiono anche. Che ha visto l’amore di una vita andarsene lanciandosi da un balcone, e non si è mai permessa di rivelarlo a nessuno. Non ho mai sentito uscire una parola di lamento dalle sue labbra, mai.

Dev’essere per questo che tanta negatività intorno m’incupisce, non ci sono abituata. Posso essere la persona più attenta e disponibile del mondo, se mi si fa un sorriso. Ma se mi vien tolto anche quello, inizio ad avvizzire come un fiore al buio. Questa però non può essere una giustificazione.

Dunque, come glielo racconto che, al di là della momentanea pesantezza di vita, è solo colpa mia se per qualche tempo ho perso di vista il punto focale? Come diceva ieri mamma al telefono, devo solo esser felice se stiamo bene, e godermi il momento. L’importante siamo io, Lui, e il nostro amore; tutto il resto lo si affronterà insieme, mano nella mano.

Vorrei solo che capisse che c’è modo e modo d’affrontar le cose. Che la vita è una giostra e sta a noi sorridere anche nei momenti bui. Che io non chiedo tanto, non pretendo d’essere il centro di ogni attenzione, ma qualche volta vorrei che il telefono squillasse meno, vorrei pensare che il sabato si sia liberi di far altro che correre dietro ai nipoti, semplicemente perché i nonni non lo possono fare più e pretendono che lo faccia il figlio al posto loro. Tra due settimane sarà il mio compleanno, e vorrei non dover pensare al nostro weekend a Berlino come un viaggio con l’asterisco sopra (e a piè di pagina la nota: "vediamo come sta la mamma"). E’ ovvio che dipenda tutto da lei, nuovamente operata da poco, ci mancherebbe. Ma se ogni volta che si parla del domani si facesse a meno di tarpargli le ali, sarebbe meglio. Prenderei la situazione col solito sorriso e presterei me stessa più volentieri (io, che dopo aver lasciato V., avevo spergiurato che, oltre a star lontana da una relazione per un po’, un altro con i genitori attaccati al didietro non l’avrei voluto). Dei sabati, di Berlino e tutto il resto poi se ne può anche far nulla, se necessario, ma almeno l’idea la si lasci vivere.

Non mi pare di pretendere tanto, ma come dirlo senza passare per superficiale ed egoista?

 

Oggi mi sento già meglio. Parlare con mia madre è la soluzione ad ogni cosa, sempre. Non sono riuscita a piangere mentre ero al telefono, il che mi sarebbe servito, ma almeno ho rinquadrato le cose che contano e i nodi sono venuti al pettine. Credo sia stato per questo che ieri mi sia venuto un po’ d’affanno. R. lo chiama attacco di panico, ma io non sono d’accordo, non c’è nulla per cui farmi prendere dal panico.

Tutto bene, dunque. A parte questa sera, quando rientrerà e vorrà riprendere il discorso. Ed io, di interpormi tra Lui e sua madre non voglio saperne, non mi permetterei mai. Voglio essere sua complice, suo sostegno, e non il martello che batte l’incudine. Allora potrei dirgli d’essermi semplicemente persa in un bicchiere d’acqua, ma così passerei per quella senza fegato e determinazione.

 

Dunque, maledetta me, che mi sono alzata! Fossi rimasta a letto stanotte, avrei continuato a boccheggiare, ma ora non mi sentirei come una bambinetta capricciosa con le spalle al muro.

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66. Sospirandoti

Seduta alla scrivania, guardo gli ultimi raggi di sole che filtrano attraverso i vetri.

Vorrei scriverti un milione di cose, così butto giù due righe, ma poi cancello. Ributto giù due righe e di nuovo cancello.

Non ci riesco. Non riesco a trovar le giuste parole, così come non trovo via di fuga dal tuo pensiero. Tutt’intorno solo sospiri, a misurare il tempo e lo spazio che ci separano.

E non ha niente a che vedere con stati emozionali accelerati, come li chiami tu. Semplicemente più passa il tempo e più entri dentro. Ogni volta arrivo a fine giornata convinta che oltre non si possa andare, ma al risveglio vengo puntualmente smentita dalle luci sul tuo viso. E più t’insinui, più tutto il resto perde di senso, perché il mio universo, il mio tutto, sei tu.

Così, arrivano momenti come questo, in cui mi guardo intorno frastornata e mi chiedo il perché di certe circostanze. Come l’esser qui in questa stanza, quando ormai ho capito che il mio posto è con te, nella tua casa, tra le tue cose.

Pesa come un’ingiustizia sapere che stanotte mi addormenterò senza l’odore della tua pelle e il suono del tuo respiro.

Così, non resta che sospirare, aspettando che arrivi il giorno in cui non dovrò più andare via… Le pareti si colorano di sogni e l’attesa assume un senso.

Ed è difficile contenere la gioia che silenziosa invade, e cade dagli occhi in rugiada vespertina.