46.

In questo momento, come mille altri, sento forte l’istinto e il desiderio di prendere il telefono e chiamarti. Per dirti cosa poi? Per raccontarti la vita trascorsa in questi giorni, o magari per rimanere un po’ in silenzio. Sono sicura che in entrambi casi mi capiresti fino all’ultimo pensiero.

Ma poi mi ripeto che non devo, che è meglio evitare. Perché in certi casi devi scegliere d’esserci o sparire.

Così mollo il telefono e torno a riempirmi di domande da sola.

Dove sarai? Cosa farai? Ma, soprattutto, cosa penserai di questa assenza? Mi avrai capita al volo come sempre?

E’ che sentirti o vederti è come ricominciare da capo. Ed io non ce la faccio più a raccogliere i resti ogni volta.

 

Oggi è finalmente tornato un po’ di sole. Il mercatino dell’ultima domenica del mese, io, tua sorella e ore infinite a parlare.

Come spiegare che ogni giorno in cui mi manchi è un po’ come morire? E che se solo mi sento appena meglio, realizzare che davvero ci possa essere un domani senza te, è come smettere d’esistere? Ma lei ha incredibilmente capito al volo e ha tirato fuori l’esempio dei suoi bambini.

Ce ne sono alcuni che vanno per un anno intero e passano il tempo a bordo vasca, senza volerne sapere d’entrare. Poi un giorno accade l’inspiegabile: senza che nessuno dica niente, all’improvviso si tuffano per non venir più fuori dall’acqua.

In parole povere: quel che deve accadere, accadrà. Mai forzare. Dunque, anch’io farò la stessa cosa: lascerò che le cose si compiano senza forzare.

 

E’ solo che forse inizio a stare un pochino meglio. E realizzare che ci possa essere un futuro senza te è esattamente come smettere d’esistere.

 

43. Sliding doors

Capita, in alcuni giorni, di svegliarsi chiedendosene il perché. Con lo stesso umore di chi va al patibolo, con la frustrazione di chi va incontro al proprio destino solo perché costretto. E senti che sarà inutile, sai che potresti farne a meno, ma è il ruolo che giochi ad importelo.

Così ti alzi e, senza voglia, fai quel che devi. Esci mentre il cielo riversa giù il suo grigiore e cammini per strada calpestando distrattamente il malumore. Nelle orecchie un’unica canzone, perché è solo lei che vuoi sentire, perché ora è quanto di più vicino ad un senso.

Tiri di vuoto che si librano nell’aria ad avvelenare la giornata di primo mattino. Labbra e viso contratti, occhi dritti in quelli dei passanti, ma nessun sorriso. Non oggi.

Prosegui il tuo viaggio tra un vagone e l’altro e cerchi, ad un certo punto, una delle tante cose che hai nelle tasche. Le dita frugano veloci, i pensieri le rincorrono fugaci, e capita che sfilando qualcosa alla fine ne perda un’altra. Questo è quel che succede quando si hanno troppe cose fra le mani, senza tenere ad una in particolare. Perché ormai non c’è più niente che conti.

Te ne accorgi al volo, giusto pochi istanti dopo, mentre le porte alle tue spalle sono ancora aperte. Fai mente locale, inizi a pensare mentre le gambe continuano ad andare. Potresti fermarti, correre indietro e riprendere quel che fino ad un attimo prima era tuo. Ma alla fine prosegui senza voltarti, lasci che le porte si chiudano e ti allontani, continuando freddamente a pensare.

E sai che da questo momento in poi viaggerete su strade diverse, senza curarti più di tanto del suo destino. Quel che conta è salvare il tuo, recuperare questa giornata che neanche avrebbe dovuto iniziare, rimediare a quel che prima non hai potuto o saputo fare.

Così, prosegui incurante a passi svelti, indurita dal freddo, infastidita dalla pioggia, innervosita dalle persone. Senti la distanza che tra voi incede e quasi sembra di toccarla con mano. Negli occhi quell’immagine nitida, ormai lontana, non più cara. Se ne sta lì, abbandonata in un vagone qualunque della metropolitana, tra porte che scorrono e vite che salgono.

Capita che io oggi abbia voglia di scendere. Mi mancava l’aria ma non ho tirato il freno. Ho aspettato paziente d’arrivare alla fermata, ed ora che ci siamo, ti saluto e ti lascio qui. 

Ed entrerai indistintamente a far parte del resto.

Un altra cosa che ho perso.

 

44. Wish

Ci sono periodi in cui gli oscuri giochi del destino ti legano ai fili di una vita altrui. Priva di una spiegazione, senza un motivo concreto, ti ritrovi a cavallo tra la tua realtà e quella di qualcun altro senza neanche averlo chiesto. Semplicemente, hai risposto ad un invito ricevuto all’improvviso. Facendoti piccola, sei entrata in punta di piedi attraverso una porta e, dopo un’accoglienza con mille feste, ora ti ritrovi da sola in una grande casa vuota.

 

C’è un particolare momento della giornata in cui, anche involontariamente, il mio pensiero vola altrove e ripete lento i gesti di una quotidianità che non conosce.

 

Le lancette dell’orologio terminano un altro giro e ci si ritaglia uno dei rari momenti di pausa dal lavoro. Le chiavi di casa restano sulla scrivania, tanto dopo si torna indietro. Giusto il telefono, il giubbotto e via, verso mille saluti, altrettante adulazioni ed un mondo fatto in buona parte d’ipocrisia.

 

C’è un luogo chiamato Desiderio dove il bianco candore dei mobili è attutito da luci soffuse. Cuscini morbidi, tovaglie lunghe fino ai piedi e mille voci in sottofondo. 

Lui si farà strada fra innumerevoli sorrisi con lo charme e la sicurezza che solo un principe può avere. Lei lo seguirà quasi stordita da tanto bagliore, si farà piccola, ma sederà nobile.

Si scambieranno così un po’ di vita, tra due coppe di nero d’Avola e del buon cibo portato alle labbra con le dita.

 

Ed il tempo che corre come se tutto non dovesse mai finire, con quegli occhi che, sorridendo, sembrano porgere una limpidità riservata a pochi.

E si sente onorata, lei, piccola cenerentola senza pretese.

 

Arriva poi il momento di tornare indietro.

Escono sotto braccio, portandosi via un po’ di desiderio per mano, per dirigersi in un altro luogo chiamato etere.

Le luci lì sono meno soffuse, l’aria intorno non è più pregna dello stesso candore. Il parquet sotto i piedi crepita ad ogni passo ed ogni cosa è magica.

 

"Benvenuta nel mio regno"

 

E la notte prosegue avvolgendoli nel suo lato più profondo, l‘altro lato, fatto di mani fra i capelli e sguardi attraverso un vetro.

E si sente onorata, lei, piccola principessa della notte. Ma respira a fondo perché sa che non potrà durare.

Così trascorrono le ore, una canzone dietro l’altra, fino a che i piatti non si fermano. I dischi tornano nelle loro copertine, i microfoni si spengono e le lancette segnano l’inizio di un nuovo giorno.

 

"Vieni con me. Ti riporto a casa"

 

Salgono in carrozza e corrono via fra le luci della notte. Respira a fondo la principessa, sa che sta per tornare nella sua bolla di sapone, mentre i cavalli instancabili galoppano fieri nell’oscurità.

Arrivano al portone, la principessa sorride e scende. E, varcata la soglia, torna alla vita di sempre, una semplice cenerentola.

 

C’è un particolare momento che aspetto per tutta la giornata. Al calare delle tenebre mi disconnetto dal mondo e mi preparo a rientrare nell’etere. Accendo l’oscurità con tremule candele, smetto di fare qualsiasi cosa e torno con la mente in quel castello.

Non c’è più il suo padrone, non si fa vedere, ma basta il suono della sua voce ad infondere calore. E tutto torna ad accendersi, il candore bianco dei mobili e le luci soffuse. La magia pervade ogni cosa, lo scintillio negli occhi riprende vita.

 

E verrebbe da cercar risposta a mille domande, ma è meglio restare immobile.

Preferisco tornare, in silenzio, in quel posto chiamato Desiderio.

 

42.

Affacciata alla finestra di casa,

sul silenzio e la quiete che la vita di città non sa regalarmi,

su un mare che dopo tanto torna a donarmi pace.

 

"I ciliegi, le dalie, le creste di gallo

I girasoli, le margherite, i papaveri

Perché continuano a fiorire

Ancora e ancora

In questo mondo senza te?"

Banana Yoshimoto, Il coperchio del mare

 

41.

Sono trascorsi giorni, si sono susseguite notti. Sempre in coma vigile o tutt’al più in dormiveglia.

Sono passata di qui diverse volte, a leggere di me e di voi, ma non ho mai avuto la forza e la voglia di scrivere. Chiedo venia per non aver risposto a messaggi e commenti, ma a tratti il dolore è stato troppo forte e sono tuttora concentrata nel tentativo di sopravvivere.

Per carità, la scelta è stata mia ed è giusto che ne assuma la responsabilità. Ma ora più che mai, mi rendo conto di cosa significhi affrontare il peso delle proprie azioni e cercare di cambiare in meglio, rimanendo tutta d’un pezzo. Evidentemente questo è quel che vuol dire crescere e so che sarà ancora lunga e soprattutto dura, ma se servirà a trovare me stessa e i miei equilibri, allora ben venga.

Per ora la sola certezza è quella di aver imboccato la giusta direzione e non voler tornare indietro, ma momenti e stati d’animo si alternano come fossi su un’altalena, e mai come in questo istante vorrei semplicemente poter rallentare e scendere. Non faccio che oscillare tra attimi di felicità estrema ed altri di totale tristezza. Nel mezzo, unica ed incolmabile, la sensazione di ritrovarmi senza appigli in terra di nessuno. 

Spesso penso a come sarà il futuro, a quale sarà la mia strada e spero con tutta me stessa che la libertà sia diversa… Di serata in serata, una carrozza dopo l’altra, come una piccola cenerentola, non faccio che lasciare le mie scarpette ovunque. Ma cosa resta di tante notti fiabesche e follie da capogiro? Gli avanzi di una cena, lenzuola disfatte, treni che partono e vuoti silenzi.

L’intensità dell’istante svanisce lasciando fra le mani poco più che ricordi sbiaditi. Il sipario scende, gli applausi s’interrompono e sul pavimento dell’anima zucche in frantumi, come unico resto di tanti fasti e del trucco di scena.

Le luci si spengono, la giostra si ferma. Ed io che, un tiro di vuoto dietro l’altro, resto, incolmabile, in attesa del prossimo giro.

 

 

10 gennaio 2009

Un altro giorno in terra di nessuno, seduta in una sala d’attesa nel non luogo per eccellenza. Sospesa in transito tra un mondo e mille altri, dissolta nell’istante immobile che separa l’atterraggio da un nuovo decollo. Passaporto pronto per le infinite mete del divenire, ma ancora troppo disorientata nel profondo, apolide nel corpo e nello spirito.

Preferirei quasi rimandare, rimanere ancora in volo. Vorrei continuare a star via, uno scalo dietro l’altro, osservare curiosa di che colore siano le strade del mondo e rifugiarmi nei racconti degli altri viandanti. Ma non è chiedendo asilo nelle vite altrui, che troverò il sentiero che porta a casa. Qualcuno m’insegna che il vero viaggio è avere anche un luogo in cui tornare, ed è giunto per me il momento di ricostruirne uno da zero.

Nelle scorse settimane il malessere era diventato tale, che sono fuggita dall’altra parte del mondo per non lasciarmi sopraffare dal delirio. Nel mio amato Oriente ho ritrovato dopo tanto la pace. Appena scesa dall’aereo ho smesso di pensare e ho ripreso a respirare, battere, vivere. I giorni sono passati così lenti e densi, che mi sembra d’esser stata via una vita. Lontana dalle solite frenesie, dai conti alla rovescia verso fugaci mete sterili. Sola con me stessa, in completa e dolce balia del mondo.

Ed ora che sono sul volo di ritorno, mi ritrovo quasi in preda al panico. I pensieri riprendono a girare in circolo, il respiro si fa pesante e il sonno torna a mancare. Ho paura di tornare ad essere vittima della solita follia, belva isterica fra le sbarre del nervosismo quotidiano.

Davanti agli occhi mi si prospetta un intero anno da affrontare e ho già provato sulla pelle quanto ciò sarà difficile. Al solo pensiero mi vien male. La mia non vita, l’assenza di quotidianità e di aria di casa, mi fan paura, ma lo devo fare. Troppi pensieri nella testa, ma nel cuore vuoto e niente. Devo trovare il coraggio di afferrarmi con due mani, di scuotermi e ripartire. Il terrore mi congela, ma lo devo affrontare.

Respiro a fondo con fatica e mi ripeto, poco convinta, che andrà tutto bene. Che è solo questione di tempo, che devo perdonarmi e riprendere ad amare me stessa e il mondo. Che prima o poi mi sveglierò dal torpore, che dopo il buio arriva sempre la luce. Respiro e penso che infondo tutto questo dolore sia anche normale. Respiro e ho paura, ma cerco di non tremare.

Così, oggi torno indietro. Più per costrizione, lo ammetto. Prenderò in mano secchio e cazzuola e comincerò dalle fondamenta. Un mattone dopo l’altro, mi sporcherò la pelle di fango, ma impasterò insieme gli odori ed i sapori d’Oriente e ne farò cemento. Ci metterò tutta la calma del mondo, sarà un lavoro lento, ma lo farò con amore e cura estremi. E colorerò poi le pareti d’arcobaleno, toglierò dagli angoli la polvere e spalancherò ogni finestra, perché entrino sempre aria a luce.

Oggi è per me un nuovo giorno, la prima pagina di un grande capitolo, e la sola cosa che so fare è balbettare confusa con orrore. Che il sorriso delle persone care mi dia la forza e mi guidi per mano verso un nuovo splendore. Che presto ogni cosa torni ad essere illuminata e che il mio atavico amore per la vita riprenda a girare caldo in circolo.

10 gennaio 2009, giorno zero. Auguro di cuore un buon anno a tutti.